domenica 15 dicembre 2013
Unità di misura
Certe volte Tobia notava delle cose che, secondo lui, non potevano avere alcuna spiegazione razionale, dovevano per forza rientrare nell'ambito dei miracoli. Infatti, non riusciva a capacitarsi come potesse, dopo circa decenni, essere ancora in attività un negozio che vendeva quadri (non riusciva a dire opere d'arte, perché sentiva in questa espressione una specie di blasfemia, se applicata alla stantia attività di quella bottega). Le tele esposte, nel migliore dei casi, erano pessimi esemplari della produzione degli artisti estemporanei che, a piazza Navona, con qualche bomboletta di colore spray e qualche mascherina, producono un quadro sotto gli occhi del pubblico. Quel pubblico che li attornia mentre loro, in terra, armeggiano con i colori, inebriando gli astanti con i peggiori miasmi della chimica (sostanze nitro-sintetiche, poliacriliche ed epossidiche). E, alla fine della performance, vendono la loro opera per cinque euro, salvo sconti. E in quella bottega si vedevano proprio dei prodotti simili, senza il vantaggio di vivere il momento creativo, con tanto di odore vero di quell'arte veloce, simbolo della fretta della nostra società. Un arte al secondo, al tanto al chilo, al corriamo verso il futuro. E quell'arte era lì in vendita, spaventosamente brutta, a cifre impressionanti. E Tobia si chiedeva: "Ma com'è possibile?". Doveva essere, e restare, un mistero.
Come un mistero, erano la caudità delle merci che si acquistano (nel centro commerciale, dal rivenditore di auto, dal venditore di elettrodomestici, ecc.). Tutto era funzionante a malapena, con trappole nascoste nelle procedure per richiedere assistenza, nel caso in cui si manifesti un problema. Infatti, sulla sua pelle aveva fatto l'esperienza che se si vuole, ad esempio, attivare la garanzia di una caldaia murale, bisognia chiamare un call-center alla modica cifra di qualche euro al minuto. Per Tobia, anche questa cosa era un mistero. Ed altri ne aveva inanellati, prima di capire, alfine, il segreto per comprendere questi misteri. L'illuminazione gli capitò per caso, vedendo un omino davanti ad un portone immenso: c'era troppa diversità tra l'altezza dell'uomo e quella della porta. Inizialmente, pensò che l'altezza del portone dipendeva dal fatto che quando fu costruito si usavano carrozze e cavalli come mezzi di locomozione e che la carrozza doveva entrare nei cortile di quei palazzi affinché gli illustri abitanti di quegli edifici potessero comodamente entrare nelle loro dimore. Ma, anche prendendo per veritiera questa ipotesi, il portone restava ancora troppo alto: Poi alla fine gli venne, come dicevo, la folgorazione: quei palazzi erano di un mondo parallelo che, inavvertitamente, si era scontrato con il nostro, fatto di una misura inferiore, e non solamente dal punto di vista quantitativo, ma anche da quello qualitativo. Ossia, noi abitiamo un mondo non nostro, ma senza saperlo. Pensiamo all'arte, ma produciamo spazzatura che consideriamo eccelsa, scriviamo dei racconti, ma sono solamente delle elucubrazioni mentali. Perciò, Tobia, finalmente cosciente di questa verità, tornò a casa tutto rasserenato e si mise a scrivere racconti. E questo fu per qualcuno un grande mistero. Forse, per questo qualcuno, si trattava di capire che non viveva nel suo mondo, ma avrebbe avuto il tempo per scoprirlo.
mercoledì 23 ottobre 2013
... città...
Città vecchia o vecchia città: grande è la differenza tra queste due sequenze di parole. "Città vecchia" implica di per sé l'esistenza di una città nuova, la quale viene nobilitata dal fatto che il passato (ossia la storia e i ricordi di una comunità) permangono in un luogo preciso, che deve essere tutelato e curato, per permettere al futuro, al moderno (ossia alla città nuova) di espandersi e prosperare, senza il rischio di trasformarsi in un tragico e triste "Frankenstein".
"Vecchia città" è una città senza futuro, una città che si avvia verso il proprio destino, ossia la morte. Già dall'odore, che emana dai muri sgretolati, si percepisce la sua inesorabile fine, il suo lento ma certo marcire.
Raddrizzo la testa e annuso l'aria...
domenica 13 ottobre 2013
venerdì 16 agosto 2013
All'orizzonte
"Non si vedono", gridò Primo, mentre, con la mano destra di taglio sulla fronte per proteggere gli occhi dal sole battente, scrutava l'orizzonte. Poi, come se parlasse a se stesso, aggiunse: "Ma forse neanche oggi arriveranno".
Secondo scrollò la testa, come per dire che era impossibile fare affidamento su certi tipi. Secondo non sopportava le approssimazioni, il disimpegno, lo spontaneismo di alcuni. Talvolta, durante le riunioni aveva espresso questo suo punto di vista, ma gli altri non riuscivano proprio a capire questa sua mania di codificare tutto, di rispettare una sorta di codice di comportamento, una "consequenzialità rispetto al progetto", come diceva spesso Secondo.
Anche Terzo condivideva il punto di vista di Secondo, ma pensava che i tempi non erano ancora maturi, forse più in là, quando le situazioni si sarebbero maggiormente chiarite, allora sì.
Quarto, invece, se ne stava un po' in disparte e riuscì a malapena a capire quello che aveva detto Primo. Ma per lui non aveva molta importanza sentire quello che gli altri dicevano. La verità ce l'aveva tutta nel suo cappello con visiera, dal quale non si separava mai. Quarto era ben strano, diceva "a", ma voleva dire "z", ma se qualcuno gli faceva notare queste sue incongruenze, veniva da lui tacciato per uno sporco traditore, un infido rigurgito del passato. Succedeva, però, che dopo poco, Quarto esaltava il passato come punto di partenza per un nuovo cammino. E Quinto lo ascoltava con somma attenzione, ma immancabilmente il suo giudizio su ciò che percepiva dalle sparate verbali di Quarto, era che quel poveretto non stava granché bene e, secondo lui, non avrebbe fatto una bella fine.
Sesto si avvicinò al punto di avvistamento, aguzzò gli la vista e gli sembrò di vedere qualcosa laggiù dove la terra si incontrava con il cielo. Forse erano loro che si avvicinavano, oppure era solamente l'abbaglio del sole. Forse... Ma nel dubbio era meglio tacere e non sollevare un vespaio con una notizia priva di ogni fondamento. Settimo e tutti gli altri dormivano, e Sesto sentì un po' di invidia per la loro capacità di non lasciarsi prendere dall'ansia del mancato arrivo degli altri.
Intanto la sera si avvicinava e sembrava che portasse con sé anche le nuvole, domani sarebbe piovuto. L'estate stava per finire. Le foglie sarebbero cadute dagli alberi e... tutti i salmi sarebbero finiti in gloria.
venerdì 9 agosto 2013
Spirito
"Ti ricordi di Hugh?". Marie era solita spararti una domanda all'improvviso, su un qualsiasi argomento che in quel momento le passava per la testa. Alcuni usano questo sistema come una sorta di introduzione all'argomento: ad esempio, utilizzano la domanda "Ti ricordi di Hugh?", per catturare l'attenzione dell'interlocutore e passare, quindi, alla definizione del nuovo argomento, aggiungendo "Sì, dai, lo conoscemmo l'anno scorso, durante le nostre vacanze... Era quel tizio...". E continuano la spiegazione, citandoti esattamente ora, luogo, circostanze, atmosfera, numero e nome dei partecipanti al dato evento, e così via, sino a quando sono ben sicuri che l'interlocutore abbia fatto riaffiorare tutti i ricordi annodati a quello specifico episodio, per poi darti la notizia legata ad Hugh (del tipo: "Hugh è diventato presidente della Repubblica", oppure "Gli è nato un figlio", od anche "Ha vinto alla lotteria"). Quando Marie diceva "Ti ricordi di Hugh?", si attendeva una risposta, altrimenti lei non sarebbe andata avanti nella sua narrazione.
Nella mia mente facevo girare velocemente questo nome, alla ricerca di qualche aggancio tra la parola "Hugh" e un'immagine, un aneddoto, un qualcosa che mi avrebbe potuto togliere da quella spiacevole situazione di interrogato. "Hugh", ma chi è costui? Lanciavo degli sguardi, quasi impercettibili, a Marie nella speranza che avrebbe detto un qualcosa sull'argomento "Hugh", ma Marie non è tipo da fare eccezioni nel suo modo di comportarsi. Per fortuna, a un certo punto qualche mia cellulina grigia mi venne in soccorso e "Hugh" divenne improvvisamente il suonatore di sax. Ma certo, ora era tutto chiaro nella mia mente. Suonava in strada, per pochi spiccioli, ma quando iniziava a soffiare nel suo strumento sembrava di assistere ad un concerto in qualche rinomata arena musicale del nostro "Belpaese".
The Pink Panther, Stardust e Lover Man erano alcuni dei brani che suonava più spesso. La sua era stata ed era una vita non facile, ma la sua intelligenza lo aveva sempre aiutato, nonostante che né il suo carattere né gli altri (o le cosiddette istituzioni) avessero contribuito a valorizzare il suo Esprit.
"Sì, Marie, mi ricordo di Hugh", le risposi con un ritardo accettabile. "Perché me lo domandi?".
Marie, con un sorriso appena accennato sul volto, disse: "Hugh suonerà fra un mese al Teatro Nazionale. Ha avuto la fortuna di imbattersi in un famoso musicista internazionale, che, evidentemente, ha scorto in lui la genialità. Hugh, all'estero, è ora anche abbastanza conosciuto. Ma credo che sia rimasto lo stesso di sempre: infatti devolve il 33% di ogni suo incasso a finanziare i musicisti di strada. E' stata una fortuna averlo conosciuto".
lunedì 15 luglio 2013
Anche se non è bianco...
"I miei panni sono più bianchi dei tuoi". Questo era il messaggio di una pubblicità di un detersivo degli anni 60. Una signora confrontava il suo bucato con quello di una vicina ed esultava perché le sue lenzuola erano più bianche di quelle della "rivale". E io mi domandavo, e mi domando ancora, "perché quella signora doveva essere così estasiata per un lenzuolo bianco?". In fin dei conti, anche il lenzuolo più bianco di questo mondo diventa, prima o poi, sempre meno bianco. Qualcuno mi dirà che allora, seguendo questo ragionamento, anche la gioventù dovrebbe ammantarsi da subito di vecchiaia perché così, ineluttabimente, finirà. E no, cari signori, le lenzuola funzionano anche quando non sono bianchissime, mentre ogni età ha il suo frutto e questi frutti sono ben diversi l'uno dall'altro ed hanno comunque un proprio sapore da gustare fino in fondo. Le lenzuola sono sempre lenzuola, ed è bene usarle con gioia e felicità, a prescindere dal loro colore.
giovedì 13 giugno 2013
Due ombre e un ponte
Due ombre, io e te. Dal ponte ci vediamo disegnati sui sassi arrotondati dall'acqua, che scorre imperturbabile su tutto, come la vita: la mia, la tua, quella di tutti. Privilegio raro trovarsi levigati, dopo tanti anni, senza più le asperità della gioventù. Oppure facile destino, per chi si è lasciato catturare dal suo istinto di sopravvivenza.
Laggiù ci specchiamo, ombre di ciò che si era.
lunedì 20 maggio 2013
Ad Ovest
Periferia Ovest dell'Ovest, proprio poco prima che inizi l'Est. L'orizzonte si tinge di colori che mi ricordano l'infanzia, quell'infanzia trascorsa tra me e il resto del Mondo, fatto di un nulla pieno di valore. Ogni giorno si imparavano nuove cose, cose futili ma cariche di significato da spendere da adulto nei rapporti con gli altri. In quella distesa di ore dal sapore acerbo, imparai l'importanza della sfida e dell'amicizia, la bontà e la crudeltà, l'aspettare con pazienza e il bruciare in un attimo le tensioni. Lontano si potevano vedere i campi di tabacco e il mio futuro, che appariva come un'immagine guardata dagli occhi di un miope. Tutto sembrava privo di margini certi, tutto era una scommessa che avrei volentieri non giocato. Ma si sa, una volta superato il confine tra i sogni e i bisogni, una volta gettato in un mondo grondante irrilevanza si è costretti a camminare, anche se non se ne ha voglia.
In quel lontano Ovest, che dista solamente una fermata d'autobus dall'Est, sentivo l'odere acre dei fuochi nei campi, dove in immensi autodafé di tutto veniva bruciato: carogne di animali, pneumatici stravecchi, legni e cartoni, spazzatura varia e l'innocenza di un'infanzia breve, durata il tempo che trascorreva tra l'udire il rumore di uno schiaffo e la percezione del dolore che arrossava la guancia. Non c'era voglia di porgere l'altra, ma il dolore si ingollava insieme alle lacrime che ingolfavano la gola, perché con tanta fretta si reprimevano all'interno.
Giorni gettati via come se fossero secondi, ma che sarebbero durati quasi in eterno nella mia mente. Le corse tra i prati residui in un mondo che voleva correre verso il suo precipizio fatto di un moderno che sapeva già di vecchio appena nato, non terminavano mai, non terminarono mai, non iniziarono mai. Con movimenti da mimi, andavamo alla fine del nostro Ovest, per essere quasi sbalzati in un Est che non avevamo neanche immaginato, ma solamente ricordato in un passato che non sarebbe dovuto più tornare.
Guardo e aspetto, convinto che tutto prima o poi ritorni, tranne quell'innocenza fatta di speranza.
venerdì 17 maggio 2013
Cupio dissolvi
Tra notte e mattino, aspetto il momento
nell'esatto punto in cui tutto è in fermento.
Mi sembra di scorgere uno sprazzo,
ma forse sono solo i riflessi di un razzo,
che si avvicina al firmamento.
Guardo e aspetto:
Son qui ancorato al parapetto,
ricordandomi i sentimenti
che allora sembravano immanenti.
Quando tutto aveva il sapore del "l'avevo detto".
Chetati notte, chetati mattino
il dado è stato lanciato.
Lasciatemi ancora, per un momento, qui ancorato
senza spingermi in quel silenzio che mi è vicino.
nell'esatto punto in cui tutto è in fermento.
Mi sembra di scorgere uno sprazzo,
ma forse sono solo i riflessi di un razzo,
che si avvicina al firmamento.
Guardo e aspetto:
Son qui ancorato al parapetto,
ricordandomi i sentimenti
che allora sembravano immanenti.
Quando tutto aveva il sapore del "l'avevo detto".
Chetati notte, chetati mattino
il dado è stato lanciato.
Lasciatemi ancora, per un momento, qui ancorato
senza spingermi in quel silenzio che mi è vicino.
domenica 12 maggio 2013
Le case non respirano più
Ho un'amica che non è italiana ed ama tantissimo l'Italia. Ma questo suo amore non lo manifesta in modo sentimentaloide, no, il suo è e vuole essere un amore razionale. Per intenderci, è una di quelle passione che non fanno chiudere gli occhi davanti a ciò che non si riesce a comprendere dell'oggetto del proprio sentimento. Perciò la mia amica si informa continuamente su tutto quello che accade nel nostro Paese: legge gli articoli dei giornali italiani per cercare di capire le nostre vicende politiche (poverina, non sa che neanche noi italiani riusciamo a capirci un granché, ultimamente), si informa sugli usi e i costumi degli italiani, ascolta la nostra musica, guarda i nostri film, riesce anche a vedere la nostra televisione (povera lei!). Ossia, è mediamente più attenta alle cose che accadono nella nostra nazione di quanto possa essere un cittadino italiano. Talvolta, pensando che il mio essere italiano mi dia la possibilità di capire pienamente cosa mi accade intorno, mi pone delle questioni alle quali non riesco a dare delle risposte esaurienti. Le sue sono, tutto sommato, domande poste in maniera semplice e concreta, alle quali, purtroppo, non riesco a dare delle risposte altrettanto semplici e concrete. Provate, ad esempio, a spiegare ad una straniera il funzionamento del nostro sistema elettorale: ma se chi ne fu l'autore, lo definì una porcata, ci sarà pure un motivo. E voi pensate di poter spiegare ad una persona con un'altra cultura il motivo per cui si crea un sistema elettorale, che si sa che non renderà il Paese governabile, e nonostante questa certezza si continui ad utilizzarlo, determinando situazioni di tensione sociale, di non governo e di perdita di credibilità internazionale?
Ultimamente, questa mia amica, vedendo alcune foto da me scattate in qualche giro per qualche paesino italiano, notò che parecchie case, a prescindere dalla regione in cui si trovano e dal periodo dell'anno in cui la foto venne scattata, hanno le finestre chiuse.
Difronte a questa osservazione rimasi innanzitutto sorpreso per l'attenzione con cui lei legge le cose relative all'Italia, e successivamente mi rimproverai di non aver mai colto questa lampante realtà. Le finestre delle nostre case sono solitamente sprangate.
Alla sua consequenziale domanda: "Perché?", rimasi un pochino a pensare. La domanda era veramente azzeccata, su di essa si poteva costruire un'analisi sociologica. Presi coraggio, e provai a sviluppare un ragionamento, che qui riassumo in pochi punti.
In Italia, da decenni, il punto di forza degli investimenti è stata la casa. Chi ha un po' di soldi, compra una casa (per sé, per i figli, per i nipoti). Questo comporta tante conseguenze, come ad esempio avere una società molto ingessata sulla scarsa mobilità territoriale (a meno che non ci sia la costrizione economica di emigrare - al Nord, in Germania, in Belgio, in America latina - come avvenne nel secolo scorso, e in certa misura anche ora, con conseguente riduzione di cittadinanza, perché quando ci si muove per necessità si è in una fase d'emergenza e, si sa, nell'emergenza tutto è ammesso). Altro fenomeno di questa situazione abitativa (o forse potrebbe esserne la causa) è la mancanza di una politica edilizia pubblica. Le case pubbliche sono una bestemmia e questo patrimonio deve essere dismesso, vendendolo al più presto, per eliminare questa traccia di stato sociale, che suona così sinistramente come socialismo.
Questo sovrannumero di case, in una situazione di penuria di case per chi ne ha bisogno, comporta un panorama con le finestre chiuse, perché questi edifici si trasformano in case-vacanze, case-salvadanaio, case-status sociale. Alcune aree urbane diventano, perciò, dei deserti di cemento, il vuoto in un pieno, fatto di case, strade, marciapiedi, ma senza anima e senza anime.
La mia amica ascoltò attentamente quello che le dissi, ci pensò su e mi guardò quasi compiangendomi e, come se stesse parlando a se stessa, disse: "Ma è così triste non far respirare le case!".
sabato 4 maggio 2013
Sopra e sotto
Camminare con la testa tra le nuvole, significa che si è distratti, che non si presta attenzione alle cose che ci circondano. Ma se diamo a questa frase un senso letterale, possiamo dire che se ci troviamo con la testa tra le nuvole, perciò in cielo, siamo in un'altra dimensione. Lì incontriamo tutto ciò che sulla Terra abbiamo perduto, tutto ciò che non abbiamo vissuto o abbiamo evitato di vivere.
Comunque, la frase in questione ci ricorda che mentre abbiamo il capo tra le nuvole, con i piedi calpestiamo questo nostro amato e bistrattato pianeta, dove con le nostre forze e le nostre debolezze abbiamo costruito la nostra vita.
Questa situazione non è senz'altro priva di difficoltà: già risulta quasi un'impresa da Titani camminare in qualche strada romana, con tutti i sensi ben svegli e allertati, senza che ci capiti qualcosa di brutto. Pensate un po' cosa potrebbe accaserci se decidessimo di camminare con la testa in cielo.
Questa situazione non è senz'altro priva di difficoltà: già risulta quasi un'impresa da Titani camminare in qualche strada romana, con tutti i sensi ben svegli e allertati, senza che ci capiti qualcosa di brutto. Pensate un po' cosa potrebbe accaserci se decidessimo di camminare con la testa in cielo.
Ma forse, talvolta, il desiderio di fare in modo che ciò che è sopra sia uguale a quello che sta sotto e che ciò che sta sotto sia uguale a quello che sta in alto, ci spinge a superare ogni prudenza e così ci imbarchiamo in imprese che solo con grandi sforzi ci portano al successo. Quelle volte ci rendiamo conto che il successo, dopotutto, non è molto importante. Perciò ci armiamo di grande pazienza e di fiducia, sì di fiducia, che ci sia almeno una lampada accesa sopra la nostra testa.
giovedì 25 aprile 2013
Sentimenti 10
"Covvi, covvi, non favti pvendeve", gridava con un alito di voce, per non sembrare troppo maleducato, il conte Ficuccio del Vallo al suo fedelissimo amico, il duca Della Dulcea Sapretto. Per noi, comuni mortali, erano noti con i più prosaici nomi, Giorgio, il primo, Edoardo, il secondo.
Il capo ce li aveva presentati durante una cena elegante, indetta per raccogliere fondi per l'elezione al Parlamento del nuovo astro nascente, Bressetti, un ex portaborse che aveva fatto una carriera sfavillante, giungendo nel giro di 5 anni ad affacciarsi nel mondo politico che conta.
Bressetti non sapeva se era sceso in campo, oppure salito in politica, quello che sapeva bene era che ora si sentiva importante, un po' come il padrone del campo o della scala.
Come dicevo, in quella occasione, quella della cena elegante, il capo ci disse: "Occhio a quei due, perché i Bressetti prima o poi passano, con campi e scale, ma questi altri restano sempre in auge. Sono gli evergreen della società. Per loro, il sole non tramonta mai".
Ma certe volte, ci sono altri evergreen che vorrebbero il sole sempre e solo per loro, e allora inizia una spietata lotta tra questi intoccabili. E gli intoccabili vengono con "metodo" accompagnati verso il tramonto, anche se spesso questa ultima fase avviene in modo repentino. Un incidente, un malanno incurabile, quella che si direbbe una perdita improvvisa. Spesso, come nel caso di Giorgio e di Edoardo, capitava loro un brutto e nel contempo strano incidente stradale.
Quando arrivammo sul posto, assistemmo ad uno spiacevole spettacolo: una bicicletta, o quello che ne restava, era finita giù a valle, l'altra invece si era incastrata tra il parafango e la ruota destra del Tir. I cadaveri dei due disgraziati erano letteralmente spappolati sul manto stradale e solo dopo alcune ore e attente indagini, potemmo risalire all'identità dei due malcapitati ciclisti.
Davanti a quello scempio, mi tornarono in mente le parole del capo, sempre durante la cena elegante: "Questi due, quando decidono qualcosa, non guardano in faccia nessuno, vanno avanti come Tir impazziti, solamente hanno sempre l'accortezza di far sembrare che siano altri alla guida del pesante automezzo, bada bene, metaforicamente parlando".
L'autista del Tir non aveva fatto in tempo a frenare, forse andava un po' troppo veloce in quelle stradine di montagna, ma dietro alla curva si era ritrovato quei due che arrancavano sulla salita, mentre, secondo l'autista, parlottavano tra loro, come se si trovassero comodamente in qualche pista ciclabile. Singhiozzava, l'autista, dava la colpa alla sfortuna che lo stava perseguitando, aveva parole di sentito dispiacere per quelle due vita strappate.
Tornando a casa, dopo il mio turno di lavoro, ricevetti una telefonata del capo: "Ho saputo, adesso dobbiamo aspettarci grosse novità, e forse altri Tir impazziti".
"Cazzo, ma questo stvonzo ci vuole accoppare, Edoavdo, covvi". Uno schianto e i soli si spensero.
venerdì 12 aprile 2013
Preservare
Quando il trascorrere del tempo minaccia la tua memoria, raccogli i ricordi in un angolo ben protetto e fai in modo che niente e nessuno possano logorarli.
Se i venti della disperazione alzano nubi di polvere, che rischierebbe di inceppare i perfetti meccanismi della felicità, prendi un grande telo di plastica e avvolgili ben ben in modo che alla prima scintilla di gioia ripartano sincronici verso un nuovo ideale.
Se il peso del dolore ti fa piegare le ginocchia, sorreggiti a te stesso e con un sorriso sulle labbra fissa con spavalderia chi ti vorrebbe in terra tramortito.
Preserva te stesso e la tua essenza, preserva i tuoi affetti e i tuoi ricordi, preserva la tua umanità.
giovedì 28 marzo 2013
Grazie di tutto
Grazie per avermi spinto ad entrare nel tunnel, senza la vostra pervicace decisione non avrei mosso neanche un passo e mi sarei limitato a godermi la vita in maniera spensierata, cercando di essere umile con gli umili e ultimo tra gli ultimi.
Grazie per avermi tolto il pane di bocca e la casa, altrimenti non mi sarei mai mosso dal mio paesello e non avrei avuto l'occasione di ammirare tutti i tuguri delle moderne metropoli.
Ma vi ringrazio anche perché mi avete permesso di conoscere la vostra vera faccia, quella impassibile di chi vende cose di cui non si ha bisogno e ti toglie le cose più necessarie.
Grazie infinitamente, senza di voi non avrei mai sperimentato la paura e la rabbia, e non avrei neanche capito come si possa celare la menzogna, la rapina, la violenza.
Grazie per avermi insegnato il significato della metamorfosi: con qualche salto, una capriola e due parolacce riproponete sempre gli stessi spettacoli da clown che non fanno neanche ridere.
Grazie di tutto, ma adesso vi prego di togliere il disturbo, di andarvene per sempre, portando con voi tutto quello che vi appartiene: niente.
venerdì 22 marzo 2013
Senza sosta
Bestemmiava senza sosta, ogni tre parole, due erano imprecazioni. Da qualche tempo le cose non andavano tanto bene, e non erano solo quelle di un certo tipo. Infatti, alcune volte ce ne sono certe che non vanno (tipo il lavoro), ma le altre sono quasi perfette (tipo i rapporti con le altre persone) tanto da bilanciare la situazione generale, rendendo la vita tutto sommato accettabile.
Invece, ultimamente a Nicola le cose andavano tutte male, sembrava quasi un rosario di sventure, tutte intervallate da un breve spazio in cui il poveretto si convinceva di essere uscito dalla congiuntura negativa, ma il "grano" successivo gli rammentava che la "coroncina" non era ancora terminata. Senza sosta.
Non erano cose importanti, si trattava solo di piccoli contrattempi: multe di somme modeste da pagare, discussioni sul lavoro, in famiglia, con gli amici e con gli estranei, oppure smarrimento di oggetti, od anche elettrodomestici che si guastavano ma con difetti che non si potevano definire in maniera univoca. Niente di grave rispetto alla situazione generale del paese, niente confrontandoli con i veri drammi della vita, ma erano tanti piccoli episodi negativi che contribuivano a creare una sorta di perenne stato di agitazione, di ansia e nervosismo nel povero Nicola.
Inoltre, queste disavventure aprivano ambiti di riflessione sul mondo, sulla sfortuna, sulle relazioni umane, sulla potenza delle jatture nei quali ultimamente Nicola ci si perdeva. Era diventato talmente attento a ciò che gli accadeva intorno che ogni pur minimo indizio era per lui la chiave per interpretare la sua esistenza in quel periodo. Nicola era quasi giunto alla conclusione che dietro a tutti quegli episodi si celava un disegno, un piano minuzioso per metterlo alla prova o per farlo uscire di testa. Quello che ancora non riusciva a capire era chi ci fosse dietro a questo sofisticato progetto. Forse qualcuno che voleva scardinare ogni armonica relazione sociale e seminava disavventure quotidiane, affinché la gente si sentisse senza un "prossimo" a cui affidarsi. E il fatto peggiore era che la maggior parte di questi semi cadevano sul suo campo.
Infatti, era da circa un mese che, insieme ad altre innumerevoli dissaventure, non riusciva a fare riparare una lavastoviglie. Quando raccontava questa faccenda a qualche suo amico, non riusciva neanche lui a credere che potessero capitare eventi di tal fatta.
Appena si era accorto che l'elettrodomestico aveva dei problemi, ossia mandava un puzzo e un rumore incredibili ogni volta che Nicola tentava di metterla in funzione, si era deciso di chiamare un tecnico. Per queste evenienze, Nicola si era premunito da tempo ed aveva registrato nella sua rubrica il numero telefonico di un centro specializzato in riparazioni.
"Pronto?, parlo con il centro assistenza 'I rapidi'?", domandò Nicola appena aveva sentito che qualcuno rispondeva.
"Sì, dica", fece la voce stanca di una donna.
"Ehm, ecco, ho la lavastoviglie che non funziona, le riparate le lavastoviglie?".
"Eccome no", disse una voce sgraziata, "mando subito qualcuno, se mi lascia l'indirizzo. La informo che il costo della chiamata è di venti euro, poi si paga la riparazione. Le va bene?".
"Va bene, le lascio subito l'indirizzo".
Dopo alcuni giorni si presentarono due individui, che sembravano dall'aspetto due scassinatori sfortunati. In due pesavano all'incirca duecentoventi chili: quello più smilzo prese possesso dell'elettrodomestico, lo piegò all'indietro, e mentre l'altro lo teneva si sdraiò in terra per svitare due viti della protezione esterna, infilò una mano dentro e disse con fare deciso: "E' il motore e la resistenza, le verrà 180 euro, se vuole la portiamo subito via".
Nicola che non era il più furbo del mondo, ma che si intendeva un po' delle scaltrezze delle persone, rispose: "Con quella cifra me la compro nuova, vi ringrazio di tutto ma non la faccio riparare".
Quello più grassoccio dei due, che aveva l'aria di uno che si difendeva anche con la penna, buttò giù una specie di fattura con una grafia che avrebbe fatto inorridire il maestro Cardi, pensò Nicola, andando con la mente alle bacchettate che si era preso per qualche scarabocchio sui quaderni della prima elementare.
I due "accattarono" il biglietto da venti euro e filarono via guardinghi e forse un po' delusi per non essere riusciti a portare a compimento il colpo.
Nicola restò con la lavastoviglie guasta e un certo malessere interiore per essere stato quasi rapinato da due frutti maturi del consumismo, che ti vende oggetti senza darti assistenza. Li maledisse.
Il giorno successivo chiamò un altro tecnico, il cui nominativo e numero telefonico gli erano stati dati da un suo conoscente che gestiva un negozio di idraulica: "Questo è bravo, ma è sempre incasinato con il lavoro. Devi insistere, prima o poi viene a ripararti la lavastoviglie". Nicola chiamò questo Marco, persona dabbene ma veramente indaffarata: "Sì, conosco la marca e potrei riparla, ma adesso mi hai preso in un brutto momento: ho un corso di aggiornamento, poi la ditta per cui lavoro mi ha dato altri incarichi di manutenzione, non riesco a respirare. Appena ho un momento vengo a vederti la lavastoviglie".
Nicola era ormai nella disperazione più nera, smontò la lavastoviglie e riuscì a individuare il difetto. Era la ventolina della pompa. 35 euro per cambiarla ed era come nuova: alla faccia di tutti i tecnici. Ma la jattura non era finita. Dopo due giorni di onesto funzionamento, la lavastoviglie fece altre bizze: una volta si bloccava sul lavaggio, un'altra volta sul risciacquo, talvolta scaldava altre volte no. Nuova telefonata, nuovo tecnico: questo preso da un opuscolo di quartiere dove c'erano una serie di numeri utili da chiamare in caso di necessità.
"Pronto?", disse Nicola, speranzoso di aver trovato finalmente la soluzione al suo problema, "parlo con il signor Mario?".
"Sì, dica".
"Accidenti, risponde anche", pensò Nicola. "Chiamo perché ho la lavastoviglie che fa le bizze, potrei fissare un appuntamento?".
"Certamente, mi lasci l'indirizzo".
"E' fatta, è fatta", gongolava Nicola convinto che avrebbe smesso al più presto di lavare a mano i piatti.
L'appuntamento fu fissato per le 18 dello stesso giorno. Nicola era emozionatissimo. Alle 17.30 ricevette una telefonata.
"Buonasera, sono il tecnico. Le volevo dire che purtroppo non posso venire...", il mondo sprofondò improvvisamente sotto i piedi di Nicola "... ho avuto un problema alla schiena e non riesco neanche a muovermi. Se vuole, appena mi sentirò meglio, farò una scappata da lei".
"Certo, certo, aspetterò sino a quando non si sarà ristabilito, mi telefoni appena si sente meglio", Nicola non poteva permettersi di perdere una speranza.
Dopo 3 giorni, il tecnico chiamò Nicola, dicendogli che stava meglio e che se lui voleva potevano fissare un nuovo appuntamento. Nicola, senza rifletterci troppo, gli disse: "Ok, oggi alle 18, se per lei va bene".
"Ci sarò".
Quel giorno durò tantissimo, ma alla fine arrivarono le 18, poi le 18.30 e infine le 19 e a quel punto Nicola era esausto e senza più speranze.
Poi ci fu quello che voleva riparare l'elettrodomestico tramite il telefono "Guardi se funziona la ventola, controlli che il filo verde, quello che va sino al motore non sia interrotto...".
Passato un mese, la lavastoviglie era ancora guasta e Nicola bestemmiava senza sosta mentre con un martello mandava in mille pezzi l'elettrodomestico infernale.
"Da qui inizia la decrescita, senza sosta", disse Nicola, sentendosi un po' meglio dopo trenta giorni trascorsi con una specie di angoscia nell'anima. E adesso era tutto finito. "A quel paese tutta la modernità", pensò Nicola mentre assestava l'ultima martellata a quel simulacro di benessere.
Sentiva che le cose adesso sarebbero cambiate, finalmente...
sabato 16 marzo 2013
Una sbornia
Non fa bene bere, nella maniera più assoluta. Ma qualche volta si può fare anche una eccezione, specialmente in Italia, dove capita ad ogni morte di Papa che ci siano notizie degne da festeggiare. Quando poi ne capitano tre, aspettandone altre nel giro di qualche mese, allora bisogna ubriacarsi, senz'altro con moderazione. E allora, alziamo il bicchiere e giù un altro goccio.
lunedì 11 marzo 2013
domenica 10 marzo 2013
Stargate
Zitti, cercando di non fare alcun rumore, se ne andavano due ladri nella buia notte. Cercavano una occasione propizia per racimolare qualche "bigliettone". Quello alto e magro portava sulle spalle un grosso sacco di juta, l'altro, basso e largo, aveva una sacca sportiva dove abitualmente custodiva gli attrezzi del mestiere: tronchesi, sega a ferro, piede di porco e un "malepeggio". Non erano più giovani da un pezzo, ma visti da lontano, senza avere la possibilità di osservare attentamente le rughe agli occhi, i cespugli di peli che uscivano dalle orecchie, i grinzosi dorsi delle mani e i capelli di un colore bianco-sporco o nero stinto, potevano essere scambiati per dei giovinastri: giovinastri per via dei jeans lisi e i giubbottoni da teenager che indossavano. Giovinastri anche per quel loro modo di muoversi dinoccolato. Alberto e Pino se ne andavano, con le mani in tasca e la sigaretta in bocca, lungo le vie poco illuminate della città. Gli zuccotti di lana neri coprivano bene la testa, tenendo ben compressa la massa di capelli. Andavano guardinghi come vecchie volpi in un pollaio, ma il pollaio era dissestato, anche le galline erano vecchie e non molto grasse. Era per loro un grande dilemma, dove poter "fare la giornata".
Anche il tempo meteorologico non facilitava la loro scelta: infatti aveva anche iniziato a piovere, una pioggerellina fredda, di quelle che ti entrano nelle ossa e vi permane per giorni, senza che si possa far nulla per riscaldarsi un poco. Alberto iniziò a bestemmiare contro le avversità della vita, della sfortuna, di quella pioggia che copriva le lenti dei suoi occhiali.
Pino sapeva che quando Alberto cominciava a lamentarsi in quel modo, presto o tardi avrebbero discusso. L'unica alternativa era di accelerare i tempi "dell'operazione". Questo voleva dire scassinare il prima possibile un negozio o un appartamento. Il loro peregrinare li aveva condotti nei pressi di un magazzino che avevano tentato di svaligiare circa un anno prima, ma che poi non si fece nulla perché due ubriachi si misero a litigare nella via, richiamando l'attenzione delle "madame". Secondo Pino, lo "sgobbo" prometteva un sufficiente guadagno, e lui si sentiva quasi un sensitivo della rapina. Infatti, difficilmente i due si affidavano a soffiate o ad appostamenti per scegliere le loro vittime: troppa fatica e poi c'era il rischio di informare troppe persone del loro tipo di "lavoro" o di creare dei sospetti per un qualche appostamento eccessivamente vistoso. No, i due preferivano improvvisare come gli artisti: in strada ad aspettare l'estro.
Pino fece un gesto ad Alberto, che evidentemente aveva già capito le intenzioni del socio, e senza parlare si infilarono in un vicolo dove molti appartamenti venivano utilizzati come magazzini. Si diressero subito verso il primo portone a destra e ebbero immediatamente l'impressione che la serata si metteva bene: infatti qualcuno l'aveva lasciato aperto, perciò non ebbero neanche la scosciattura di doverlo forzare. "Chi ben comincia è a metà dell'opera", pensò Pino. Fecero, sempre con un passo felpato, la prima rampa di scale, si appostarono dietro alla porta dell'appartamento per scoprire se dentro ci fosse qualcuno. Nulla, non si sentiva niente. Le cose si mettevano proprio bene! C'era da neutralizzare solamente quella specie di allarme, che sembrava solo un antidiluviano strumento di dissuasione piuttosto che un vero moderno apparecchio di prevenzione. Per Alberto, quel modello di antifurto era un giocattolo, in pochi secondi, infatti, lo mise a riposo, preparando la strada ad una loro entrata trionfale nel magazzino, dopo aver forzato con maestria anche la porta.
Accesero le loro torce per illuminare il vuoto che era in quelle stanze: solo la polvere e le ragnatele riempivano quella desolante vacuità. Nella quasi disperazione di quel momento, Alberto e Pino scoprirono che vi era una scala che permetteva la comunicazione tra il primo piano e il pianterreno. Si riaccese in loro un barlume di speranza e, come sempre senza far rumore, iniziarono la discesa. Sotto lo spazio non era suddiviso in stanze, ma anche lì regnava il vuoto. C'era solamente una strana struttura al centro dello spazio: un immenso arco di metallo, alto circa tre metri e mezzo, ossia dal pavimento sino al soffitto. Intorno alla struttura, numerosi led che si accendevano e spegnevano con rapida frequenza, e una serie di pulsanti. I due si guardarono perplessi, ma non fecero in tempo a scambiarsi parola, perché come usciti dal nulla sbucò fuori un gruppo di persone con il casco che avvolgeva loro il capo. Dalle divise che indossavano, sembravano dei militari, ma di un'altra nazione. Anche i loro movimenti erano di persone allenate a compiere azioni veloci e in grado di neutralizzare i nemici: in una manciata di secondi Alberto e Pino era stati immobilizzati e fatti passare, insieme a loro, attraverso quell'arco. Nel magazzino non restò più nulla, solamente questa struttura di metallo, ma questa volta con i led spenti e una discreta quantità di polvere e di ragnatele.
La pioggerellina continuava a cadere, incurante della realtà che neanche sapeva cosa potesse essere; il freddo umido avvolgeva l'aria delle stradine e dei vicoli, un gatto passava con circospezione, fermandosi talvolta per guardarsi alle spalle, come se aspettasse la venuta di qualcuno. Con uno scatto improvviso, saltò su un muretto e da lì sparì attraverso una finestra socchiusa. Nel vicolo non restò nessuno, se non quella vacuità dell'essere che ricerca ciò che non conosce e quando trova qualcosa di veramente interessante non sa cosa sia, sino a perdercisi dentro. Poveri Alberto e Pino.
Pino fece un gesto ad Alberto, che evidentemente aveva già capito le intenzioni del socio, e senza parlare si infilarono in un vicolo dove molti appartamenti venivano utilizzati come magazzini. Si diressero subito verso il primo portone a destra e ebbero immediatamente l'impressione che la serata si metteva bene: infatti qualcuno l'aveva lasciato aperto, perciò non ebbero neanche la scosciattura di doverlo forzare. "Chi ben comincia è a metà dell'opera", pensò Pino. Fecero, sempre con un passo felpato, la prima rampa di scale, si appostarono dietro alla porta dell'appartamento per scoprire se dentro ci fosse qualcuno. Nulla, non si sentiva niente. Le cose si mettevano proprio bene! C'era da neutralizzare solamente quella specie di allarme, che sembrava solo un antidiluviano strumento di dissuasione piuttosto che un vero moderno apparecchio di prevenzione. Per Alberto, quel modello di antifurto era un giocattolo, in pochi secondi, infatti, lo mise a riposo, preparando la strada ad una loro entrata trionfale nel magazzino, dopo aver forzato con maestria anche la porta.
Accesero le loro torce per illuminare il vuoto che era in quelle stanze: solo la polvere e le ragnatele riempivano quella desolante vacuità. Nella quasi disperazione di quel momento, Alberto e Pino scoprirono che vi era una scala che permetteva la comunicazione tra il primo piano e il pianterreno. Si riaccese in loro un barlume di speranza e, come sempre senza far rumore, iniziarono la discesa. Sotto lo spazio non era suddiviso in stanze, ma anche lì regnava il vuoto. C'era solamente una strana struttura al centro dello spazio: un immenso arco di metallo, alto circa tre metri e mezzo, ossia dal pavimento sino al soffitto. Intorno alla struttura, numerosi led che si accendevano e spegnevano con rapida frequenza, e una serie di pulsanti. I due si guardarono perplessi, ma non fecero in tempo a scambiarsi parola, perché come usciti dal nulla sbucò fuori un gruppo di persone con il casco che avvolgeva loro il capo. Dalle divise che indossavano, sembravano dei militari, ma di un'altra nazione. Anche i loro movimenti erano di persone allenate a compiere azioni veloci e in grado di neutralizzare i nemici: in una manciata di secondi Alberto e Pino era stati immobilizzati e fatti passare, insieme a loro, attraverso quell'arco. Nel magazzino non restò più nulla, solamente questa struttura di metallo, ma questa volta con i led spenti e una discreta quantità di polvere e di ragnatele.
La pioggerellina continuava a cadere, incurante della realtà che neanche sapeva cosa potesse essere; il freddo umido avvolgeva l'aria delle stradine e dei vicoli, un gatto passava con circospezione, fermandosi talvolta per guardarsi alle spalle, come se aspettasse la venuta di qualcuno. Con uno scatto improvviso, saltò su un muretto e da lì sparì attraverso una finestra socchiusa. Nel vicolo non restò nessuno, se non quella vacuità dell'essere che ricerca ciò che non conosce e quando trova qualcosa di veramente interessante non sa cosa sia, sino a perdercisi dentro. Poveri Alberto e Pino.
lunedì 4 marzo 2013
L'albero dei miracoli
"L'albero dei miracoli - raccontava il nonno ai suoi nipotini - cresceva proprio davanti alla nostra casa. Non era un albero particolarmente bello e nessuno si sarebbe accorto della sua grande potenza se non fosse capitato quell'episodio".
Il nonno si fermò un attimo nella narrazione e si guardò intorno, per vedere se i nipoti sapessero a quale avvenimento si riferisse. I giovani lo fissavano con attenzione, con l'atteggiamento di chi ha voglia di avere una illuminazione su fatti dei quali ha sempre sentito parlare ma di cui non ha l'esatta percezione.
"Quel lontano 3 maggio, si era scatenata una caccia contro coloro che venivano considerati 'altri'. La lista degli 'altri' era abbastanza lunga e costantemente aggiornata. Non saprei dire come era potuto accadere questa situazione nel nostro paese, ma evidentemente si era sviluppata lentamente, come un tumore che attecchisce inizialmente una cellula per poi propagarsi alle altre sino a minare l'intero organismo vivente. Sovente, ci si accorge dell'esistenza del tumore solamente quando ormai i segni sul corpo malato sono molto evidenti. E' vero che i segnali dell'insorgenza della malattia si presentano assai prima del completo devastamento dell'essere, ma solamente una maggiore sensibilità può accorgersi in tempo del fenomeno. Purtroppo all'epoca c'erano poche persone che avevano questa sensibilità, perciò ci trovammo improvvisamente malati di tumore, sconquassati da queste metastasi sociali. Come vi dicevo, quel 3 maggio accade qualcosa di straordinario: un gruppo di metastasi inseguiva uno zingaro, un giovane che viveva con la sua famiglia nei campi vicino il nostro quartiere. Lo zingaro scappava, dietro di lui una folla violenta e irosa lo inseguiva. Lo zingaro arrivò davanti all'albero, quello che si sarebbe chiamato 'dei miracoli', e lì scomparve alla vista del gruppo di inseguitori. Si era volatilizzato. Le metastasi, cariche di ira e violenza, schiumavano rabbia dalla bocca, ma nonostante il loro disperato cercare, non riuscirono a trovare il giovane. Allora tentarono di sfogare la loro rabbia contro l'albero, ma proprio il primo di costoro che aveva cercato di dar fuoco alla pianta fu incenerito da una saetta che cadde dal cielo. Improvvisamente era scoppiato un temporale, e il primo fulmine centrò in pieno il più baldanzoso del gruppo di violenti. Gli altri scapparono impauriti difronte a quel fenomeno, come anni dopo sarebbe scappati davanti a ben altre saette, fatte di carne e di ossa. Lo zingaro ritornò, dopo molto tempo, a rendere omaggio a quell'albero che per lui era l'albero della vita, almeno della sua. Ma senza sapere che lo era anche della nostra, salvi ormai dal tumore, debellato, ma sempre pronto a riemergere dalla pattumiera della storia".
Il nonno concluse il suo racconto, guardò nuovamente le facce attente dei nipoti e disse preoccupato ma con tono fermo: "La storia sta per rigurgitare nuovamente, difendiamo il nostro albero".
giovedì 28 febbraio 2013
martedì 26 febbraio 2013
I porta/s/fortuna
Nel mio paese non succede granché di interessante. Tutto è un tran-tran infinito, ogni cosa che accade accade sempre, ogni giorno, alla medesima ora, come se ci fosse un canovaccio utilizzabile ininterrottamente per anni. Forse questa peculiarità dipenderà dal fatto che il mio paese è veramente piccolo; infatti, esso si può riassumere in una piazza e in una via, quella che con grande enfasi chiamiamo "il Corso". Ci sono certamente altre vie, forse in tutto una decina, ma chiamarle vie è quasi fare un torto a questo lemma di un qualsiasi vocabolario della lingua italiana. Perciò, come dicevo, praticamente la vita sociale è densamente concentrata in un'area veramente ridotta per dimensioni spaziali. E in quest'area vi abito da diversi anni, dunque posso definirmi un testimone attendibile della vita sociale del mio paese.
Il mio paese ha la stessa consuetudine e precisione di una vecchia begina nei confronti delle funzioni religiose. Questo paragone non mi è venuto in mente attraverso una complessa elaborazione dello stato intellettuale e culturale della mia terra, ma semplicemente mediante l'empiria, ossia l'osservazione diretta di un fenomeno. Infatti, la signora Pina assiste a tutte le funzioni della chiesa, consequenzialmente, vedendo lei, che da casa si dirige verso la chiesa per la funzione religiosa, si sa immediatamente l'ora. Qualcuno è arrivato a pensare che questa mite vecchietta, con tutta la sua ripetitività delle azioni che svolge nel proscenio sociale, sia la causa principale di ogni avvenimento che ha a che fare con le funzioni religiose. E dal momento che di frequente (e in un paese "vecchio" come il nostro sarebbe anche normale) suona la campana a morto, sempre costoro pensano che la signora Pina sia una specie di uccello del malaugurio. Ma evidentemente ci sono poche cose su cui pensare, nel nostro paese, per giungere a elaborare degli schemi così arzigogolati solo per avere l'occasione di poter parlare.
Un altro personaggio che contribuisce a vivacizzare i nostri giorni è il postino. Chissà perché, ma i postini sono sempre dei tipi, sia nel bene che nel male. Certe volte suonano due volte, e allora sono guai, per loro e per gli altri, oppure vengono inseguiti dai cani del circondario, quando in bicicletta consegnano lettere, raccomandate, cartoline e pacchi, e allora sono guai solo per loro. Il nostro, però, rientra in un'altra categoria, forse minoritaria, ma importante nell'ambito della classificazione degli impiegati postali: consegna la posta con puntualità. Purtroppo gli capita di portare frequentemente pessime notizie. Il più delle volte, infatti, sono cartelle esattoriali, contravvenzioni oppure pubblicità elettorale. Il nostro postino, quindi, è entrato nella stessa lista della signora Pina: di quelli che tendenzialmente portano sfortuna. E quando capiti in questa top-ten ci sono poche possibilità di farsi degli amici.
Un altro solitario per forza è lo spazzino comunale. Ormai sono circa due anni che pulisce le poche strade del nostro paese, ma in questo lasso di tempo è riuscito a calamitare su di sé tutte le malelingue del circondario. Perché? Con esattezza non si sa, ma forse dipende dal fatto che una volta, al bar, mentre parlava con alcuni paesani si permise di fare una grande speculazione sulle sorti della salute pubblica nella nostra cittadina, affermando che se non cambiavano le abitudini delle persone circa la pulizia delle strade e lo smaltimento dei rifiuti, prima o poi saremmo andati incontro a qualche emergenza sanitaria. Purtroppo da lì a qualche mese ci fu un'epidemia di tifo in provincia che colpì anche qualche nostro compaesano. Da quel momento, lo spazzino fu quasi considerato il numero uno tra gli jettatori della contrada.
Forse qualcuno, di quelli che hanno fatto della ragione uno strumento per poter vivere in maniera civile tra gli esseri umani, potrebbe pensare che la signora Pina, il postino e lo spazzino non hanno nessuna diretta relazione con certi fenomeni, non molto piacevoli, che capitano alle persone di ogni paese. Anzi, qualcuno, più sofisticato, potrebbe avere anche l'ardire di considerarli dei portafortuna. Infatti, secondo costoro, la signora Pina testimonia solamente un rito che garantisce il permanere di una collettività, la quale manifesta la propria coesione anche nei momenti meno felici dell'esistenza umana. Sempre per questi pochi illuminati, il nostro postino consegna, purtroppo, cattive notizie, ma almeno lo fa con professionalità e puntualità, permettendoci di ottemperare a delle non piacevoli incombenze, che comunque procrastinate ci causerebbero degli ulteriori aggravi. Mentre lo spazzino, che con la sua sensibilità al decoro e alla pulizia collettiva, ci avvisa che stiamo correndo dei rischi, specialmente se continuiamo con le cattive abitudini, sarebbe per questi fini sofisti un esempio di efficienza lavorativa e sociale.
Ma purtroppo il nostro paese non è un paese molto interessante, non sappiamo di cosa parlare e quello di cui parliamo sono notizie senza valore e spesso senza senso. Ma noi siamo fatti così, le cattive abitudini sono, per noi, come le cattive compagnie, ci fregano ma quel loro fare sfacciato ci affascina. Inoltre, è molto bello perdersi nel nulla dei nostri cervelli. Che fortuna vivere in un paese così!
martedì 19 febbraio 2013
Affaccete Nunziata
"Affaccete Nunzià, core adorato
sche 'sta nottata invita a fa l'amore
er celo è tutto quanto imbrillantato
la luna manna a sfascio lo spremore.
E tira un venticello dorce dorce
che fa tremà le foje adacio, adacio
a quando ammalappena che le storce
pe' faje appiccicà tra loro un bacio..."
Da lontano arrivavano queste strofe di una vecchia canzone romana e nell'oscurità della sera, anche la voce stonata e roca di un uomo, assomigliava a quella di un cherubino. Ma in quel momento fui certo che la Nunziata in questione non si sarebbe affacciata, non perché conoscessi questa Nunziata e la sua idiosincrasia verso la canzone romana. Ero convinto che le Nunziate di questa terra malandata si fossero stancate di abboccare ad ogni amo, anche se ben confezionato. Oppure lo speravo solamente.
Oh, amavo quella canzone che mi riportava ai ricordi delle mia fanciullezza, quando mia madre mi cullava per farmi dormire, intonando piano piano qualche canzone romana. E per me, da allora, le canzoni romane sono la voce di mia madre.
Ma in quella nottata, in quel momento, quella voce di uomo roca e insieme da cherubino, da lupo ululante e da bambino sperduto, mi dicevano che c'è sempre l'inganno dietro alla soavità del momento, alle promesse roboanti, alla lusinga delle parole. Fuggite Nunziate, correte forte, chi promette solo rose e miele non vi vuole per sempre, ma solamente per quell'attimo di passione che finisce quando si riabbottona la patta.
sche 'sta nottata invita a fa l'amore
er celo è tutto quanto imbrillantato
la luna manna a sfascio lo spremore.
E tira un venticello dorce dorce
che fa tremà le foje adacio, adacio
a quando ammalappena che le storce
pe' faje appiccicà tra loro un bacio..."
Da lontano arrivavano queste strofe di una vecchia canzone romana e nell'oscurità della sera, anche la voce stonata e roca di un uomo, assomigliava a quella di un cherubino. Ma in quel momento fui certo che la Nunziata in questione non si sarebbe affacciata, non perché conoscessi questa Nunziata e la sua idiosincrasia verso la canzone romana. Ero convinto che le Nunziate di questa terra malandata si fossero stancate di abboccare ad ogni amo, anche se ben confezionato. Oppure lo speravo solamente.
Oh, amavo quella canzone che mi riportava ai ricordi delle mia fanciullezza, quando mia madre mi cullava per farmi dormire, intonando piano piano qualche canzone romana. E per me, da allora, le canzoni romane sono la voce di mia madre.
Ma in quella nottata, in quel momento, quella voce di uomo roca e insieme da cherubino, da lupo ululante e da bambino sperduto, mi dicevano che c'è sempre l'inganno dietro alla soavità del momento, alle promesse roboanti, alla lusinga delle parole. Fuggite Nunziate, correte forte, chi promette solo rose e miele non vi vuole per sempre, ma solamente per quell'attimo di passione che finisce quando si riabbottona la patta.
sabato 16 febbraio 2013
Piazza
Sono solamente un giardiniere della villa comunale, ma di cose ve ne potrei raccontare, solamente se ne avessi voglia. No, che avete capito! Madonna Santa, ma che intendete! Non volevo dire che ho la sapienza in tasca e che con poche ma illuminanti parole sarei capace di rendervi edotti del senso delle cose. Ma no, come fate a pensare a questo? Quando dicevo che potrei raccontare delle cose, mi riferivo alle chiacchiere, alle voci che circolano in un paese come quello in cui vivo. Il mio paese! Come suona strana questa espressione: uno la pronuncia e subito si sente un tutt'uno con il luogo in cui vive, anche se non è le sette bellezze. Sì, lo so che non è un granché il mio paese, ma quando uno si affeziona alla propria terra non può che vederla bella. Pewrò, non gli manca nulla, al mio paese.
Solamente l'odore della legna bruciata, che sale dai camini delle case e si diffonde nelle viuzze del borgo centrale, è la quintessenza per i sensi. Anche il rintocco della campana della chiesa, vale di più del concerto di Capodanno trasmesso dalla tivu: almeno, nel caso del suono della campana si deve essere obbligatoriamente là davanti all'evento, senza mediazioni, senza perdite di senso e di significato, e quel suono lo ascolti non solamente con le orecchie, ma ti pervade il corpo, lo respiri con il naso e ti circola nel sangue.
E la luce! Come non parlare del fascino che viene emanato dai muri delle case, dal manto stradale, dagli alberi e da qualsiasi cosa inanimata quando vengono colpite dal nostro sole, sia esso quello caldo dell'estate o quello fresco e frizzante dei mesi più freddi? Tutto sembra cantare le lodi del Creatore.
Sì, che bellezza quando ti guardi intorno. Ma, come sempre c'è un ma: la nostra gente non è felice. Non dico che abbiamo problemi specifici, questo no, ma c'è nell'aria una sorta di scontentezza dell'essere, che spesso stride rispetto alla maestosità della natura che ci circonda. Non so come spiegarvelo, forse perché non sono andato a scuola e perciò non riesco a far uscire fuori quello che sento nel profondo dell'anima.
E nel profondo dell'anima, provo disagio quando mi capita di guardare, specialmente di sera, quando insieme alle prime ombre si allunga la calma e tragica melanconia del presagio della morte, la finestra illuminata dell'appartamento dove vive Carmen con il suo figlioletto di due anni, e vedo la sagoma della mamma con il bambino in braccio. E allora non posso non pensare alla solitudine, alla loro solitudine e a quella di un paese che abbandona le persone più deboli ed indifese. Potrei raccontarvi la storia di Carmen e di suo figlio, ma non ne ho voglia, anche perché non cambierebbe nulla nel loro stato di esseri umani su una zattera che va alla deriva dopo un grande naufragio.
Di questo equipaggio ne fanno parte anche la signora Luisella, vedova Spadoni, e la coppia che emigrò tanti anni fa in cerca di "fortuna" e che oggi, insieme ad altri, si ritrova su questo barcone della vita, condotto da un timoniere ubriaco e da un capitano che assomiglia a un giullare triste o a un cane da guardia impaurito.
Quante storie si potrebbero raccontare, solamente se ne avessi voglia. Se ci si ferma un pochino su questa piazza, si capiscono tante cose. Io ne ho imparate molte, ma ogni volta mi meraviglio per quelle nuove, per quelle che si ripetono identiche, ma che stupiscono ancora. Siamo gente difficile da comprendere, e non so se ne avreste la voglia. Ma se siete arrivati sin qui, voglio farvi un solo esempio di come siamo fatti.
Anni fa passò dalle nostre parti un circo, neanche tanto famoso, ma devo ammettere che gli artisti erano bravini. Arrivarono la mattina presto in un giorno d'inverno, senza farsi quasi notare, si impossessarono della piazza e per qualche settimana avemmo, salti, fuochi, ruggiti, risate e musica. Dopo, se ne andarono come erano venuti, alla chetichella, ma lasciarono in piazza la sporcizia che avevano accumulato nel periodo in cui erano stati lì da noi.
Allora prendemmo le pale, secchi e scope e pulimmo tutto, senza lamentarci più di tanto: la piazza era nostra, sia prima che dopo la loro venuta e scomparsa. Noi siamo gente che resta, forse l'unica colpa che ci possono addebitare è la nostra gentilezza, ma diciamo sempre che è meglio non farci arrabbiare.
Perché vi ho raccontato questo? Forse per sfogarmi un pochino e di questo vi chiedo scusa, spero solo di non avervi annoiato. Anzi, spero che se vi capiterà di passare dalle nostre parti, veniate a farci una visita, siamo gente alla buona ma ospitale. C'è solo una cosa che attualmente ci dà un certo fastidio, quasi viscerale: il circo, specialmente i pagliacci. Perciò, mi raccomando, non raccontate barzellette quando vi fermate al bar centrale, quello che sta in piazza della Repubblica, gli avventori potrebbero non ridere.
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