lunedì 20 maggio 2013

Ad Ovest

Periferia Ovest dell'Ovest, proprio poco prima che inizi l'Est. L'orizzonte si tinge di colori che mi ricordano l'infanzia, quell'infanzia trascorsa tra me e il resto del Mondo, fatto di un nulla pieno di valore. Ogni giorno si imparavano nuove cose, cose futili ma cariche di significato da spendere da adulto nei rapporti con gli altri. In quella distesa di ore dal sapore acerbo, imparai l'importanza della sfida e dell'amicizia, la bontà e la crudeltà, l'aspettare con pazienza e il bruciare in un attimo le tensioni. Lontano si potevano vedere i campi di tabacco e il mio futuro, che appariva come un'immagine guardata dagli occhi di un miope. Tutto sembrava privo di margini certi, tutto era una scommessa che avrei volentieri non giocato. Ma si sa, una volta superato il confine tra i sogni e i bisogni, una volta gettato in un mondo grondante irrilevanza si è costretti a camminare, anche se non se ne ha voglia. 
In quel lontano Ovest, che dista solamente una fermata d'autobus dall'Est, sentivo l'odere acre dei fuochi nei campi, dove in immensi autodafé di tutto veniva bruciato: carogne di animali, pneumatici stravecchi, legni e cartoni, spazzatura varia e l'innocenza di un'infanzia breve, durata il tempo che trascorreva tra l'udire il rumore di  uno schiaffo e la percezione del dolore che arrossava la guancia. Non c'era voglia di porgere l'altra, ma il dolore si ingollava insieme alle lacrime che ingolfavano la gola, perché con tanta fretta si reprimevano all'interno.
Giorni gettati via come se fossero secondi, ma che sarebbero durati quasi in eterno nella mia mente. Le corse tra i prati residui in un mondo che voleva correre verso il suo precipizio fatto di un moderno che sapeva già di vecchio appena nato, non terminavano mai, non terminarono mai, non iniziarono mai. Con movimenti da mimi, andavamo alla fine del nostro Ovest, per essere quasi sbalzati in un Est che non avevamo neanche immaginato, ma solamente ricordato in un passato che non sarebbe dovuto più tornare.
Guardo e aspetto, convinto che tutto prima o poi ritorni, tranne quell'innocenza fatta di speranza.

venerdì 17 maggio 2013

Cupio dissolvi

Tra notte e mattino, aspetto il momento
nell'esatto punto in cui tutto è in fermento.
Mi sembra di scorgere uno sprazzo,
ma forse sono solo i riflessi di un razzo,
che si avvicina al firmamento.

Guardo e aspetto:
Son qui ancorato al parapetto,
ricordandomi i sentimenti
che allora sembravano immanenti.
Quando tutto aveva il sapore del "l'avevo detto".

Chetati notte, chetati mattino
il dado è stato lanciato.
Lasciatemi ancora, per un momento, qui ancorato
senza spingermi in quel silenzio che mi è vicino.
 

domenica 12 maggio 2013

Le case non respirano più

Ho un'amica che non è italiana ed ama tantissimo l'Italia. Ma questo suo amore non lo manifesta in modo sentimentaloide, no, il suo è e vuole essere un amore razionale. Per intenderci, è una di quelle passione che non fanno chiudere gli occhi davanti a ciò che non si riesce a comprendere dell'oggetto del proprio sentimento. Perciò la mia amica si informa continuamente su tutto quello che accade nel nostro Paese: legge gli articoli dei giornali italiani per cercare di capire le nostre vicende politiche (poverina, non sa che neanche noi italiani riusciamo a capirci un granché, ultimamente), si informa sugli usi e i costumi degli italiani, ascolta la nostra musica, guarda i nostri film, riesce anche a  vedere la nostra televisione (povera lei!). Ossia, è mediamente più attenta alle cose che accadono nella nostra nazione di quanto possa essere un cittadino italiano. Talvolta, pensando che il mio essere italiano mi dia la possibilità di capire pienamente cosa mi accade intorno, mi pone delle questioni alle quali non riesco a dare delle risposte esaurienti. Le sue sono, tutto sommato, domande poste in maniera semplice e concreta, alle quali, purtroppo, non riesco a dare delle risposte altrettanto semplici e concrete. Provate, ad esempio, a spiegare ad una straniera il funzionamento del nostro sistema elettorale: ma se chi ne fu l'autore, lo definì una porcata, ci sarà pure un motivo. E voi pensate di poter spiegare ad una persona con un'altra cultura il motivo per cui si crea un sistema elettorale, che si sa che non renderà il Paese governabile, e nonostante questa certezza si continui ad utilizzarlo, determinando situazioni di tensione sociale, di non governo e di perdita di credibilità internazionale?
Ultimamente, questa mia amica, vedendo alcune foto da me scattate in qualche giro per qualche paesino italiano, notò che parecchie case, a prescindere dalla regione in cui si trovano e dal periodo dell'anno in cui la foto venne scattata, hanno le finestre chiuse.
Difronte a questa osservazione rimasi innanzitutto sorpreso per l'attenzione con cui lei legge le cose relative all'Italia, e successivamente mi rimproverai di non aver mai colto questa lampante realtà. Le finestre delle nostre case sono solitamente sprangate.
Alla sua consequenziale domanda: "Perché?", rimasi un pochino a pensare. La domanda era veramente azzeccata, su di essa si poteva costruire un'analisi sociologica. Presi coraggio, e provai a sviluppare un ragionamento, che qui riassumo in pochi punti.
In Italia, da decenni, il punto di forza degli investimenti è stata la casa. Chi ha un po' di soldi, compra una casa (per sé, per i figli, per i nipoti). Questo comporta tante conseguenze, come ad esempio avere una società molto ingessata sulla scarsa mobilità territoriale (a meno che non ci sia la costrizione economica di emigrare - al Nord, in Germania, in Belgio, in America latina - come avvenne nel secolo scorso, e in certa misura anche ora, con conseguente riduzione di cittadinanza, perché quando ci si muove per necessità si è in una fase d'emergenza e, si sa, nell'emergenza tutto è ammesso). Altro fenomeno di questa situazione abitativa (o forse potrebbe esserne la causa) è la mancanza di una politica edilizia pubblica. Le case pubbliche sono una bestemmia e questo patrimonio deve essere dismesso, vendendolo al più presto, per eliminare questa traccia di stato sociale, che suona così sinistramente come socialismo.
Questo sovrannumero di case, in una situazione di penuria di case per chi ne ha bisogno, comporta un panorama con le finestre chiuse, perché questi edifici si trasformano in case-vacanze, case-salvadanaio, case-status sociale. Alcune aree urbane diventano, perciò, dei deserti di cemento, il vuoto in un pieno, fatto di case, strade, marciapiedi, ma senza anima e senza anime. 
La mia amica ascoltò attentamente quello che le dissi, ci pensò su e mi guardò quasi compiangendomi e, come se stesse parlando a se stessa, disse: "Ma è così triste non far respirare le case!".

sabato 4 maggio 2013

Sopra e sotto

Camminare con la testa tra le nuvole, significa che si è distratti, che non si presta attenzione alle cose che ci circondano. Ma se diamo a questa frase un senso letterale,  possiamo dire che se ci troviamo con la testa tra le nuvole, perciò in cielo, siamo in un'altra dimensione. Lì incontriamo tutto ciò che sulla Terra abbiamo perduto, tutto ciò che non abbiamo vissuto o abbiamo evitato di vivere. 
Comunque, la frase in questione ci ricorda che mentre abbiamo il capo tra le nuvole, con i piedi calpestiamo questo nostro amato e bistrattato pianeta, dove con le nostre forze e le nostre debolezze abbiamo costruito la nostra vita. 
Questa situazione non è senz'altro priva di difficoltà: già risulta quasi un'impresa da Titani camminare in qualche strada romana, con tutti i sensi ben svegli e allertati, senza che ci capiti qualcosa di brutto. Pensate un po' cosa potrebbe accaserci se decidessimo di camminare con la testa in cielo.
Ma forse, talvolta, il desiderio di fare in modo che ciò che è sopra sia uguale a quello che sta sotto e che ciò che sta sotto sia uguale a quello che sta in alto, ci spinge a superare ogni prudenza e così ci imbarchiamo in imprese che solo con grandi sforzi ci portano al successo. Quelle volte ci rendiamo conto che il successo, dopotutto, non è molto importante. Perciò ci armiamo di grande pazienza e di fiducia, sì di fiducia, che ci sia almeno una lampada accesa sopra la nostra testa.