Forse era un dicembre o un gennaio di qualche anno fa. Mi ero fermato, insieme ad alcuni amici, in un paesino dell'Abruzzo, giusto il tempo per cenare e rimetterci in viaggio verso casa.
Eravamo andati in giro per l'Italia centrale alla ricerca di oggetti d'antiquariato da rivendere con il giusto guadagno. Dopo circa una settimana, e senza aver trovato cose di un particolare valore (stampe, foto, qualche lampada, anche alcuni mobili, che avremmo dovuto prendere in seguito) si terminava la "caccia".
La nostra ricerca la definivamo così, perché per noi si trattava di una vera caccia, dove le prede erano i poveri gonzi che per quattro soldi ci davano, talvolta, oggetti di un certo valore. Spesso erano cose trovate dai parenti a casa degli anziani che avevano deciso di abbandonare le fatiche quotidiane, per raggiungere la pace, senz'altro eterna.
E nella furia di liberare la casa di ogni ricordo, buttavano quasi gli oggetto che gli anziani avevano utilizzato nella loro vita, o che avevano ammonticchiato in qualche angolino dell'abitazione, e lasciati lì a diventare parte integrante del panorama casalingo.
Noialtri, rapaci del vecchiume, scendevamo quasi in picchiata sulla carcassa degli affetti strappati, e aiutavamo i giovani a sgombrare i ricordi dei vecchi.
Quella sera eravamo tutti abbastanza stanchi, e tra gli arrosticini e qualche bicchiere di Montepulciano, se ne andavano le tensioni e le delusioni della "caccia".
Mario beveva e fumava, fumava e beveva. Sentiva dentro sé un fastidio, quasi un tarlo che lo consumeva lentamente. Durante il giorno appena trascorso, aveva adocchiato un quadro, una tela tutta sporca, che sembrava raffigurare un volto, forse di donna. Aveva provato a prenderselo, proponendo in cambio 10.000 lire. Ma la proprietaria, una signora sulla quarantina, che aveva trovato il dipinto nella cantina della madre, morta da circa 6 mesi, non aveva voluto cederlo per una somma così misera. Anche perché l'interesse di quel "cittadino" l'aveva insospettita: aveva pensato che il quadro potesse avere ben altro valore.
Infatti Mario, ad un primo sguardo un po' affrettato, valutò il quadro come l'opera di Vincenzo Damini, pittore del Settecento. Senz'altro il volto di donna era l'effige della Madonna e una bella pulita alla tela, avrebbe fatto risplendere il viso della Madre del Salvatore.
Con in testa l'idea di aver perso un grande affare, pensò bene di ritornare, anche se ormai si era fatto abbastanza tardi, a casa della signora. Ma un po' il buio delle stradine del paese, un po' di più il vino che aveva tranguggiato, si ritrovò, dopo molto girovagare, davanti alla chiesa del paese.
Restò lì immobile per qualche minuto, in attesa di un minimo ricordo che lo aiutasse a ritrovare la casa della signora, ma ogni sforzo era inutile: non ricordava nulla, né la via, né il palazzo. Era fermo davanti alla chiesa e guardava la luna. Sembrava quasi che fosse la prima volta che la vedesse. Ad un certo punto iniziò a piangere: per sé, per la sua vita fatta d'imbrogli, per il quadro ormai perso nelle dimenticanze della mente. Piangeva e non la smetteva più, aveva una grande pena per se stesso, per la sua vita sciupata alla ricerca del nulla, quando invece, pensava, c'è la luna che da lassù ci guarda e ci vorrebbe parlare, per dirci che la vita è mistero e non miseria. Piangeva e piangeva, e credo, se ben ricordo, da quel giorno smise di "cacciare".












