"Covvi, covvi, non favti pvendeve", gridava con un alito di voce, per non sembrare troppo maleducato, il conte Ficuccio del Vallo al suo fedelissimo amico, il duca Della Dulcea Sapretto. Per noi, comuni mortali, erano noti con i più prosaici nomi, Giorgio, il primo, Edoardo, il secondo.
Il capo ce li aveva presentati durante una cena elegante, indetta per raccogliere fondi per l'elezione al Parlamento del nuovo astro nascente, Bressetti, un ex portaborse che aveva fatto una carriera sfavillante, giungendo nel giro di 5 anni ad affacciarsi nel mondo politico che conta.
Bressetti non sapeva se era sceso in campo, oppure salito in politica, quello che sapeva bene era che ora si sentiva importante, un po' come il padrone del campo o della scala.
Come dicevo, in quella occasione, quella della cena elegante, il capo ci disse: "Occhio a quei due, perché i Bressetti prima o poi passano, con campi e scale, ma questi altri restano sempre in auge. Sono gli evergreen della società. Per loro, il sole non tramonta mai".
Ma certe volte, ci sono altri evergreen che vorrebbero il sole sempre e solo per loro, e allora inizia una spietata lotta tra questi intoccabili. E gli intoccabili vengono con "metodo" accompagnati verso il tramonto, anche se spesso questa ultima fase avviene in modo repentino. Un incidente, un malanno incurabile, quella che si direbbe una perdita improvvisa. Spesso, come nel caso di Giorgio e di Edoardo, capitava loro un brutto e nel contempo strano incidente stradale.
Quando arrivammo sul posto, assistemmo ad uno spiacevole spettacolo: una bicicletta, o quello che ne restava, era finita giù a valle, l'altra invece si era incastrata tra il parafango e la ruota destra del Tir. I cadaveri dei due disgraziati erano letteralmente spappolati sul manto stradale e solo dopo alcune ore e attente indagini, potemmo risalire all'identità dei due malcapitati ciclisti.
Davanti a quello scempio, mi tornarono in mente le parole del capo, sempre durante la cena elegante: "Questi due, quando decidono qualcosa, non guardano in faccia nessuno, vanno avanti come Tir impazziti, solamente hanno sempre l'accortezza di far sembrare che siano altri alla guida del pesante automezzo, bada bene, metaforicamente parlando".
L'autista del Tir non aveva fatto in tempo a frenare, forse andava un po' troppo veloce in quelle stradine di montagna, ma dietro alla curva si era ritrovato quei due che arrancavano sulla salita, mentre, secondo l'autista, parlottavano tra loro, come se si trovassero comodamente in qualche pista ciclabile. Singhiozzava, l'autista, dava la colpa alla sfortuna che lo stava perseguitando, aveva parole di sentito dispiacere per quelle due vita strappate.
Tornando a casa, dopo il mio turno di lavoro, ricevetti una telefonata del capo: "Ho saputo, adesso dobbiamo aspettarci grosse novità, e forse altri Tir impazziti".
"Cazzo, ma questo stvonzo ci vuole accoppare, Edoavdo, covvi". Uno schianto e i soli si spensero.

