Felice 2013 a tutti,
specialmente a quelli di buona volontà.
lunedì 31 dicembre 2012
sabato 29 dicembre 2012
Giullatevi!
E adesso bisogna divertirsi. Dopo anni di stenti e di triste figure pubbliche e private che invadevano ogni anfratto del "viver comune", prepariamoci a un lungo periodo di gioia. Non c'è da redigere un'agenda, neanche un manifesto, ma solamente lasciare correre la fantasia e aspettare che le idee si materializzino. E' quasi un gioco, ma senza regole, né vincitori. E' sufficiente enunciare a voce alta ciò che si vuole e, come per incanto, tutto si avvera.
Negli anni passati ci sono stati clown in giro per il nostro beneamato Paese, ma ora bisogna che la pista sia libera da questi malinconici pagliacci, affinché chi sa divertirsi per il verso giusto possa estrinsecare la volontà dell'essere. Ci hanno fatto credere, negli anni passati, che le diverse sindromi psichiche fossero dei valori aggiunti per coloro che fanno politica e/o spettacolo e/o giornalismo e/o attività industriali-commerciali-finanziare (pubbliche e private): prendevano un iroso patentato, che gridava, oppure che scalciava, lo mettevano in ghingheri e ce lo spacciavano per un politico oppure un intellettuale di sopraffina intelligenza o un valente dirigente d'azienda, e ce lo propinavano ogni attimo in tv. Qualsiasi programma era buono per una bella discussione incazzosa, dove le idee (che esagerazione!), i fatti si perdevano nelle bave o negli occhi tirodeici dei partecipanti.
Dove era la leggerezza, dove era la bellezza, dove si celava la felicità, dove si rintanava l'efficienza o la meritocrazia? Forse solamente nelle tasche dei soliti, di quelli che si possono permettere di divorziare, dando alla ex moglie 3.000.000 di Euro al mese. Che bella cosa sono le libertà civili! Io conosco una coppia che ha deciso di divorziare, e solamente questo fatto ha distrutto 4 vite, non solamente sentimentalmente, ma anche materialmente. In pratica, lui, lei e i loro due figli, improvvisamente si sono trovati sulla soglia della povertà, perché i due salari da precari, insicuri, instabili (sfruttati?), bastavano a malapena a soddisfare le esigenze di loro due e dei loro due figli. Ma ora? Provate a dividere nulla, solo nulla vi resta, ma diviso due.
Sublimi giorni ci attendono, divertirsi sarà un obbligo di legge. Basterà pensare ardentemente a divertirsi, e ciò avverrà. Ma attenzione perché ci vogliono ammannire minestrine riscaldate, dobbiamo solamente dire: "No, grazie, questa roba ci fa male al fegato".
Negli anni passati ci sono stati clown in giro per il nostro beneamato Paese, ma ora bisogna che la pista sia libera da questi malinconici pagliacci, affinché chi sa divertirsi per il verso giusto possa estrinsecare la volontà dell'essere. Ci hanno fatto credere, negli anni passati, che le diverse sindromi psichiche fossero dei valori aggiunti per coloro che fanno politica e/o spettacolo e/o giornalismo e/o attività industriali-commerciali-finanziare (pubbliche e private): prendevano un iroso patentato, che gridava, oppure che scalciava, lo mettevano in ghingheri e ce lo spacciavano per un politico oppure un intellettuale di sopraffina intelligenza o un valente dirigente d'azienda, e ce lo propinavano ogni attimo in tv. Qualsiasi programma era buono per una bella discussione incazzosa, dove le idee (che esagerazione!), i fatti si perdevano nelle bave o negli occhi tirodeici dei partecipanti.
Dove era la leggerezza, dove era la bellezza, dove si celava la felicità, dove si rintanava l'efficienza o la meritocrazia? Forse solamente nelle tasche dei soliti, di quelli che si possono permettere di divorziare, dando alla ex moglie 3.000.000 di Euro al mese. Che bella cosa sono le libertà civili! Io conosco una coppia che ha deciso di divorziare, e solamente questo fatto ha distrutto 4 vite, non solamente sentimentalmente, ma anche materialmente. In pratica, lui, lei e i loro due figli, improvvisamente si sono trovati sulla soglia della povertà, perché i due salari da precari, insicuri, instabili (sfruttati?), bastavano a malapena a soddisfare le esigenze di loro due e dei loro due figli. Ma ora? Provate a dividere nulla, solo nulla vi resta, ma diviso due.
Sublimi giorni ci attendono, divertirsi sarà un obbligo di legge. Basterà pensare ardentemente a divertirsi, e ciò avverrà. Ma attenzione perché ci vogliono ammannire minestrine riscaldate, dobbiamo solamente dire: "No, grazie, questa roba ci fa male al fegato".
lunedì 24 dicembre 2012
Buon Natale
![]() |
| ("Natale" di Francesco De Greogori) http://www.youtube.com/watch?v=QgLR9RHfrnE |
le ragazze ritornano in tram
ci scommetto che nevica, tra due giorni Natale
ci scommetto dal freddo che fa.
E da dietro la porta sento uno che sale
ma si ferma due piani più giù
un peccato davvero ma io già lo sapevo
che comunque non potevi esser tu
E tu scrivimi, scrivimi
se ti viene la voglia
e raccontami quello che fai
se cammini nel mattino e ti addormenti di sera
e se dormi, che dormi e che sogni che fai.
E tu scrivimi, scrivimi per il bene che conti
per i conti che non tornano mai
se ti scappa un sorriso e ti si ferma sul viso
quell'allegra tristezza che ci hai
Qui la gente va veloce ed il tempo corre piano
come un treno dentro a una galleria
tra due giorni è Natale e non va bene e non va male
buonanotte torna presto e così sia.
E tu scrivimi, scrivimi
se ti viene la voglia
e raccontami quello che fai
se cammini nel mattino e ti addormenti di sera
e se dormi, che dormi e che sogni che fai.
sabato 22 dicembre 2012
In mezzo alla palude
Eravamo arrivati in fondo al viottolo, che avrebbe dovuto condurci ai nostri alloggiamenti, quando improvvisamente si aprì davanti a noi una vasta palude, non segnata sulla nostra mappa. Prima di partire per la missione, ci avevano dato una indicazione molto precisa: dovevamo giungere nel punto X, prelevare una valigia (forse piena di sogni o di bisogni) e portarla al sicuro nella sede della nostra associazione. Sembrava una passeggiata, una facile scampagnata: ma forse avremmo fatto meglio a dare ascolto alle diverse "Cassandre" che si erano affollate lungo la strada, durante la nostra partenza. Ce n'era una che non smettava di dirci, in modo accorato: "State attenti agli esangui, non vi distraete quando sarete davanti al pallido omuncolo!". Ma che cosa volesse dire, lo capimmo solamente sfogliando qualche giornalaccio della famiglia del nano. Un'altra si agitava sperticatamente, mimando il movimento di orde fameliche di gatti selvatici: i famosi Graffioni del Nord. Altre, invece, ci consigliavano di stare attenti ai poteri forti. Ma questa cosa era ancora più oscura delle altre, perché non riuscivamo proprio ad immaginare poteri deboli. Dopo mesi di marcia, portandoci appresso quella pesante valigia piena di decenni di rivendicazioni, raggiungemmo, come dicevo, la palude. Alcune di noi decisero di fermarsi, altri di tornare indietro, alla riserva del "popolo degli uomini". Ma dopo una lunga discussione assembleare, capimmo che l'unica nostra possibilità era quella di procedere nel nostro cammino, anche perché ci rendemmo conto che i nostri nemici erano solamente tigri di carta, forse disperate, ma sempre di carta.
Ora siamo proprio nel mezzo della palude, facciamo fatica ad andare avanti, abbiamo i piedi zuppi e il freddo ci perseguita. Ma il cuore è leggero, abbiamo gettato via paura e rabbia, possiamo anche ascoltare le farneticazione degli spiriti malvagi, intanto non le prendiamo minimamente sul serio, anzi, ci fanno sorridere. Le catene le abbiamo lasciate appese alle scale appoggiate agli alberi che arrivano sino in cielo. Nulla può impedirci la nostra giusta risoluzione, quella che viene dai sentimenti e dalla ragione. Possono cantare le sirene, possono urlare le erinni: la vendetta sarà nostra, sarà la vendetta dell'andare oltre, del non fermarci difronte alle banalità dell'odierno grigiore.
La vittoria è già nostra, anche se siamo in mezzo alla palude.
Ora siamo proprio nel mezzo della palude, facciamo fatica ad andare avanti, abbiamo i piedi zuppi e il freddo ci perseguita. Ma il cuore è leggero, abbiamo gettato via paura e rabbia, possiamo anche ascoltare le farneticazione degli spiriti malvagi, intanto non le prendiamo minimamente sul serio, anzi, ci fanno sorridere. Le catene le abbiamo lasciate appese alle scale appoggiate agli alberi che arrivano sino in cielo. Nulla può impedirci la nostra giusta risoluzione, quella che viene dai sentimenti e dalla ragione. Possono cantare le sirene, possono urlare le erinni: la vendetta sarà nostra, sarà la vendetta dell'andare oltre, del non fermarci difronte alle banalità dell'odierno grigiore.
La vittoria è già nostra, anche se siamo in mezzo alla palude.
lunedì 17 dicembre 2012
La ninna-nanna de la guerra
Ninna nanna, nanna ninna,
er pupetto vô la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujrmone
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co' le zeppe,
co' le zeppe d'un impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucilli
de li popoli civilli...
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s'ammazza
a vantaggio de la razza...
o a vantaggio d'una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Ché quer covo d'assassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe' li ladri de le Borse.
Fa' la ninna, cocco bello,
finché dura 'sto macello:
fa' la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So' cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l'ombra d'un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe' quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!
(Poesia di Trilussa)
er pupetto vô la zinna:
dormi, dormi, cocco bello,
sennò chiamo Farfarello
Farfarello e Gujrmone
Gujermone e Ceccopeppe
che se regge co' le zeppe,
co' le zeppe d'un impero
mezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonno
ché se dormi nun vedrai
tante infamie e tanti guai
che succedeno ner monno
fra le spade e li fucilli
de li popoli civilli...
Ninna nanna, tu nun senti
li sospiri e li lamenti
de la gente che se scanna
per un matto che commanna;
che se scanna e che s'ammazza
a vantaggio de la razza...
o a vantaggio d'una fede
per un Dio che nun se vede,
ma che serve da riparo
ar Sovrano macellaro.
Ché quer covo d'assassini
che c'insanguina la terra
sa benone che la guerra
è un gran giro de quatrini
che prepara le risorse
pe' li ladri de le Borse.
Fa' la ninna, cocco bello,
finché dura 'sto macello:
fa' la ninna, ché domani
rivedremo li sovrani
che se scambieno la stima
boni amichi come prima.
So' cuggini e fra parenti
nun se fanno comprimenti:
torneranno più cordiali
li rapporti personali.
E riuniti fra de loro
senza l'ombra d'un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe' quer popolo cojone
risparmiato dar cannone!
(Poesia di Trilussa)
venerdì 14 dicembre 2012
Solitudine dell'anima
"Ciao, come stai?", chiese Luigi a Bice, incontrandola lungo le scale del palazzo, mentre scendeva.
"Oh, che spavento!", rispose con un sospiro di sollievo, scoprendo che la voce che le aveva interrotto il filo dei pensieri era quella di Luigi, l'inquilino del piano di sopra. "Vai al lavoro così presto, oggi?". Appena detta questa frase, Bice arrossì, accorgendosi che forse era stata inopportuna con quella domanda, dimostrando che in linea di massima, lei sapeva molte cose sul conto di lui, come, ad esempio, a che ora abitualmente andava al lavoro.
"Eh, sì, cioè no, non vado a lavorare oggi, anzi, per qualche giorno non ci andrò. Ho preso un permesso di quattro giorni perché ho uno zio, giù al Sud, che non sta molto bene e considerando la sua età e gli acciacchi che lo perseguitano, rischio di non rivederlo più se aspetto ancora un po' di tempo prima di fargli visita".
"Ah", disse lei, come per dare l'assenso alle sue motivazioni per quel viaggio al Sud. Ma, realmente, di quello che aveva detto Luigi aveva in testa solamente un soffuso "bzzzzz, viaggio, bzzzzz, Sud, bzzzzz, zio, bzzzzz". In quei "bzzzzz" erano celati i pensieri di Bice su Luigi, sulla sua vita (ed anche su quella di Bice), su di loro due non più tanto giovani ma neanche tanto vecchi per essere definiti signori maturi, avendo lui circa 40 anni e lei qualche anno in meno (anche nei pensieri era restia a confessare la sua età!), sul fatto che erano i due unici single in un palazzo di famiglie con numerosa prole, sulla mancanza di coraggio di dirsi qualcosa che andasse al di là delle semplici frasi tra inquilini, ossia sul tempo, sull'amministratore (quel disgraziato!), sul tran tran quotidiano.
Bice era convinta che Luigi avesse degli interessi nei suoi confronti, o così le piaceva di credere. E su questa cosa, talvolta, fantasticava, arrivando a vedersi sposata e con figli accanto a lui "sul viale del tramonto". Ma ormai "il viale del tramonto" l'aveva quasi imboccato, ma senza Luigi e senza prole, e a giudicare dallo stato delle cose, tra breve sarebbe stato un azzardo pensare di mettere al mondo una creatura. Bice attendeva che Luigi facesse il primo passo, che le dicesse se potevano vedersi, qualche volta, se avesse voglia di uscire, se... sì, le solite cose che si fanno quando uno si deve conoscere, prima della conoscenza biblica. Bice era stata ben educata, e mai e poi mai avrebbe fatto il primo passo per conoscere un uomo, "mica era una di quelle", come giustamente diceva la sua mamma, santa donna.
"Eh, sì", controbbatté Luigi, che aveva voglia di districarsi da quella situazione. Bice le piaceva, ma ogni volta che la incontrava, sentiva una sorta di malessere in ogni parte del corpo. Nella penombra della sua casa, aveva spesso ascoltato la voce aggraziata di lei che canticchiava qualche canzoncina alla moda, oppure il ticchettio dei suoi tacchi che martellavano le scale quando usciva di casa. Forse le piaceva anche... sì, la trovava piacente... ma...
C'era un "ma". Luigi ancora si sentiva legato alla madre. La donna, la vedova Bellonci, era ormai morta da circa cinque anni, ma ancora esercitava un potere straordinario su quel suo unico figlio. Luigi non poteva pensare, "almeno per il momento", talvolta si diceva mentendosi, di intraprendere una relazione con una donna, stante il lutto recente. Questo si era detto appena morta la mamma, e tale era restato quel lutto, nonostante i 5 anni trascorsi: era sempre recente. Come poteva pensare di sostituire negli affetti quella santa donna di sua madre con un'altra? La madre aveva dedicato tutta la sua vita a lui, non risposandosi neanche, quando, ancora giovane, aveva perso il marito. Aveva lottato da sola contro la vita per garantire al "suo" Luigi la possibilità di avere una esistenza decente. Aveva lottato contro tutto e tutti, senza scrupoli, per dare al figlio una istruzione adeguata, e riuscendo a fare di lui un ottimo impiegato, bravo, diligente, coscienzioso, e innanzitutto, un figlio amorevole e riconoscente, avrebbe voluto anche aggiungere cittadino esemplare, ma questa affermazione le appariva troppo retorica.
Qualcuno, del vicinato, aveva sospettato che si rasentasse l'incesto tra i due, ma "l'amore di mamma" non ascolta le chiacchiere. Luigi aveva quasi costruito un monumento emotivo nel suo petto, dove si esaltava e si ricordava ogni istante la specchiata figura di madre e di donna della vedova Bellonci. Come trovare un posticino, lì nel suo petto, anche per un'altra donna, per una estranea?
"Allora, arrivederci e buon viaggio", disse Bice, mentre apriva la sua porta di casa.
"Grazie, arrivederci", rispose Luigi, scendendo l'ultima rampa.
Senz'altro non sarebbero mai volati da nessuna parte, nonostante avessero, metaforicamente, le ali. Ma ben sapevano, quando erano più sinceri con loro stessi, che il nido va cambiato ogni tanto perché altrimenti prende quel maledetto puzzo di cacca che ti resta appiccicato anche quando tenti di volare. Ma ormai...
lunedì 10 dicembre 2012
Sentimenti 10 - come potrebbe nascere il Principato di Centocelle
Il capo ha sempre idee nuove per la testa e penso che questa volta si sia pure superato. Perché? E' semplice, ma devo fare una breve premessa: Sono anni che si sente (forse è meglio dire, si sentiva, infatti è da circa un anno che questo disco non si ascolta) che bisogna dividere l'Italia in tante Repubbliche, ne potremmo citare tante, alcune anche con nomi di fantasia o storici. Abbiamo quella arcifamosa della Padania, quella meno famosa di Filettino, oppure quella di Frosinone, ma anche la Repubblica (o Regno) delle Due Sicilie ha catturato l'attenzione di qualche giornalista, insieme a quella della Sardegna e a quella dei Sanniti. Alcune, purtroppo, non hanno lasciato traccia negli archivi e nelle menti di noialtri esseri comuni. Queste fatidiche Repubbliche non raggiungono i mille abitanti: spesso, per scansare questa facile critica alla fantasia separatista, si è sentito dire che non conta il numero, ma le tradizioni culturali, le "radici".
E allora il capo, dopo aver ben riflettuto, ha pensato che, a ragion veduta, si potrebbe proclamare il Principato di Centocelle, sulla falsariga di quello monegasco. Per chi non lo sapesse, Centocelle è un popolare e popoloso quartiere di Roma, conta la bellezza di circa 90.000 abitanti, molti di più di parecchie città italiane capoluoghi di provincia. Anticamente, e parliamo del tempo della Roma Imperiale, Centocelle era una cittadella militare (con il nome di Centum Cellae) dove si esercitavano i soldati e la cavalleria. Famose, all'epoca, anche le terme nella zona Tor de' Schiavi. Tenendo conto di questi fattori storici (altro che radici!) e della densità abitativa, il capo ha pensato che un eventuale principato di Centocelle non arebbe nulla da invidiare ad altre Nazioni.
Inoltre, l'evoluzione storica, sociale ed economica di Centocelle si è avvalsa ache della modernità: in questo quartiere fu inaugurato il primo aeroporto italiano, che entrò in funzione il 15 aprile 1909, e che tuttora, con qualche miglioria potrebbe essere utilizzato per il trasporto dei turisti.
Quando il capo fece questa osservazione, qualcuno di noi sollevò subito un'obiezione: "E che vengono a fare i turisti a Centocelle?".
Inoltre, l'evoluzione storica, sociale ed economica di Centocelle si è avvalsa ache della modernità: in questo quartiere fu inaugurato il primo aeroporto italiano, che entrò in funzione il 15 aprile 1909, e che tuttora, con qualche miglioria potrebbe essere utilizzato per il trasporto dei turisti.
Quando il capo fece questa osservazione, qualcuno di noi sollevò subito un'obiezione: "E che vengono a fare i turisti a Centocelle?".
Il capo, come dicevo, ha sempre delle idee brillanti, ma questa volta era super. La sua risposta era all'altezza del progetto: "Presto detto. Trasformiamo via Palmiro Togliatti in una sorta di circuito automobilistico, da fare invidia ad Imola o a Monte Carlo. In piazza dei Gerani sbaracchiamo quella fontana finto-romana e, al suo posto, costruiamo un bel Casinò. Utilizziamo la costruenda linea metropolitana per collegare il Principato con il resto del paese e a piazza dei Mirti, dove c'è la stazione principale, installiamo un posto di frontiera, come il Checkpoint Charlie. Pensate che attrazione turistica! Mi posso anche immaginare lo scambio tra spie! Non so bene se conviene lasciare l'attuale moneta, ma forse sì, tanto che ce ne facciamo di un'altra monetucola da strapazzo, le nostre banche (forse due potrebbero anche essere sufficienti) dovrebbero diventare i forzieri dei ricconi dell'Italia. Per la sede del governo e la casa del principe (che potrei essere io) utilizzeremo la scuola elementare 'Fausto Cecconi', anche lì ce n'è di storia".
Dopo aver pensato un pochino su ciò che aveva detto il capo, gli domandai: "Ma quando vorresti iniziare a mettere in piedi questo progetto?".
E lui, facendomi un gesto con la mano, come per dirmi di pazientare: "Vediamo se ricomincia il tormentone delle secessioni, allora entreremo anche noi nella top ten, ma il nostro progetto sarà senz'altro il migliore, forse ci accapareremmo addirittura il premio per la migliore sceneggiatura di un sogno ad occhi aperti per gli allocchi, con tanto di soldi in qualche paradiso fiscale per noi, estensori del piano".
Il capo è sempre il capo.
Dopo aver pensato un pochino su ciò che aveva detto il capo, gli domandai: "Ma quando vorresti iniziare a mettere in piedi questo progetto?".
E lui, facendomi un gesto con la mano, come per dirmi di pazientare: "Vediamo se ricomincia il tormentone delle secessioni, allora entreremo anche noi nella top ten, ma il nostro progetto sarà senz'altro il migliore, forse ci accapareremmo addirittura il premio per la migliore sceneggiatura di un sogno ad occhi aperti per gli allocchi, con tanto di soldi in qualche paradiso fiscale per noi, estensori del piano".
Il capo è sempre il capo.
sabato 8 dicembre 2012
Prima si accumula e poi si brucia: lezioni moderne di economia
La Signoria Vostra è invitata a prendere parte alle "Lezioni moderne di economia" che si terranno presso la sede della Società italiana delle Sceneggiate. Si rammenta che eventuali responsabilità di insuccesso di formazione saranno da addebitarsi a coloro/colui che seguiranno o hanno preceduto. I lavacri purificatori possono essere utilizzati unicamente dal nostro docente. Tutte le lezioni verteranno su come bruciare rapidamente le risorse che si sono accumulate. RingraziandoLa sin da ora della Sua cortese attenzione, Le consigliamo vivamente di prenotarsi, i posti sono pochi e gli interessati molti.
Cordiali saluti
giovedì 6 dicembre 2012
La verità, a volte, si può piegare?
"Ma è vero quello che mi stai dicendo?", disse Maria alla sua amica Lorenza. " Non ci posso credere, non è vero, dai, mi stai prendendo in giro".
Lorenza, una biondina sui trent'anni, occhi verdi e una gran voglia di vivere, la squadrò con una faccia da birba impenitente e confermò, alla sua amica, tutto ciò che le aveva confidato: "E' vero, te lo posso anche giurare, mi ha detto che si ripresenterà. Sì, è proprio così".
Maria, capelli lunghi e scuri, con delle curve da fare invidia al Gran Premio di Monte Carlo, non era ancora tanto sicura di ciò che aveva appena udito: "Ma se due giorni fa aveva detto che se ne sarebbe andato in Africa e che avrebbe lasciato l'Italia definitivamente. Forse, avrai sentito qualcuno del suo gruppo che ha riportato questa notizia priva di qualsiasi fondamento".
Lorenza, quasi esasperata per la testardaggine della sua amica, ripeté ciò che aveva già più volte asserito: "Nooo, me l'ha detto proprio lui, resta e si ripresenta. Ci tiene troppo a tutti noi, per abbandonarci!".
"Hai parlato con lui?", fece stupita e invidiosa Maria. "Ma dai, l'ho chiamato l'altra settimana e ho potuto parlare solamente con il suo segretario, il quale, neanche tanto gentilmente, mi ha comunicato che 'il signore non si sente molto bene, ed è impegnatissimo con gli affari della famiglia'. In pratica, mi è stato detto di non scocciare ancora, perché certi tempi sono finiti, e adesso tu mi dici che lo hai visto! Ma, allora, dove sta la verità?".
"E che c'entra la verità con queste cose?", osservò Lorenza, che aveva qualche rudimento epistemologico. "Questa è la vita: una volta su, un'altra volta giù. La verità è... è... boh, un'altra cosa. Tipo, una cosa personale, che è vera per te e basta. Agli altri non devi dire quello che pensi, altrimenti ti fottono!". Lorenza aveva la sua filosofia di vita, e le cose le sapeva.
"Ma allora, vuoi dire che è tutta una finzione la vita!", si meravigliò Maria per essere giunta a questa considerazione. "Allora anche tutta questa storia del 'mi presento, non mi presento' è pura finzione? Lui sarebbe così cinico?".
Lorenza capì che la sua amica Maria non aveva mai capito granché della vita, né tantomeno di lui. "Forse ha visto troppa televisione", pensò Lorenza.
Poi, per non affliggere ulteriomente la sua amica, le disse convinta: "Ma no Maria, lui è diverso, è un vero galantuomo".
domenica 2 dicembre 2012
sabato 1 dicembre 2012
Sentimenti 9
E' facile dire: "Scegli la tua strada". Il consiglio è facile da dare, basta parlare con un po' di prosopopea, ostentare, anche se fallacemente, di possedere il dono di sapere come vanno le cose del mondo e di non rendersi conto di essere a volte ridicolo. L'interlocutore, il più delle volte, è un giovane che non riesce a trovare una collocazione nell'ambito lavorativo oppure non sa quale facoltà universitaria scegliere. Il consiglio che gli viene elargito, anche se spessissimo neanche lo ha chiesto, lo colloca nella categoria di coloro che non sanno nulla della vita e che non hanno neanche la capacità di impegnarsi per comprenderla. Per coloro che danno il consiglio, questi giovani sono degli sfigati, che non si impegnano e a volte pretendono delle cose (un lavoro, una prospettiva di vita, forse anche una casa, una formazione professionale e culturale adeguata, sì, adeguata al fatto di essere degli umani), senza neanche meritarsele.
Ma sarà così?
Posi questa domanda al capo, ed il capo, nella sua massima grandezza, mi disse: "Scegli la tua strada, tu sai la risposta". Mi fissò attentamente, come lui sa fare e poi aggiunse: " Stavo scherzando!".
"Prova ad immaginare un binario ferroviario, su questo binario transiterà un treno e questo treno andrà in qualche posto. Ma tu, immaginando il binario, perderai di vista il resto e perciò non saprai nulla del treno, né da quale stazione è partito e in quali stazioni si fermerà e in quale stazione arriverà. Non sai nulla delle persone che si trovano su questo treno, tu vedi nella tua mente solamente un binario sul quale transitano treni di tutti i tipi. Ebbene, non è importante scegliere la strada, tutto dipende dal treno che si ha a disposizione. Adesso ti racconto una storiella, che purtroppo non nasce dalla mia fantasia ma è realmente accaduta alcuni giorni fa. Immagina un bar di periferia, davanti al bar ci sono un gruppo di persone, quasi tutti adulti. Una bambina di 6-7 anni inciampa, cade e sbatte il ginocchio. Il papà la soccorre, la prende in braccio, la bambina piange per il dolore. Inizia l'indagine sul reale danno al ginocchio: si tratta solo di una leggera escoriazione e limitata contusione. Il papà cerca di portare alla realtà il lamento della figlia. 'Ma che c.... piagni, nun ciai gnente! Dai, smetti de piange, che poi annamo a vede li cartoni animati'. La figlia non smette di piangere, interviene la nonna, che tenta di rincuorare la nipotina. Il figlio si intromette e dice: 'Mo sento quello che me dici tu che ciai esperienza, ma come c... pensi de falla smettere co' 'ste parole sdorcinate'. Poi interviene lo zio, con la divisa da operatore ecologico, che dipinge verbalmente un mondo da favola: 'Nun è gnente, mo passa. Poi annamo a compra li giocattoli, ti porto alle giostre, tutto è bello, fra poco è Natale', e così via, elencando mondi meravigliosi. Alla fine uno del gruppo si decide di andare in farmacia, che si trova proprio lì davanti, e di comprare una busta di ghiaccio sintetico, che si utilizza nelle contusioni. Mette la busta sul ginocchio della bambina, che evidentemente ne sente il beneficio e smette di piangere. Cosa voglio dire con questo breve racconto? C'è un grosso problema culturale, oggigiorno, in Italia. Mancano analisi stringenti sulla realtà e la maggior parte della gente preferisce o strillare (contro il fato, contro gli altri, contro la madre, ecc.) oppure fantasticare su mondi meravigliosi che stanno dietro l'angolo (basta farsi coraggio, stringere i denti, non essere troppo schizzinosi per raggiungerli). Invece, occorrerebbe avere cognizione dei problemi e saper utilizzare la materia grigia per poterli risolvere. Ma qui si tratta di averne le capacità, e dopo anni di lavaggi di cervelli attraverso la televisione, credo che occorrano decenni di lavoro minuzioso tra la gente, nuovi strumenti di analisi della società (e forse qui non ci sarebbe nulla da reinventare, ma solamente da riprendere), in pratica si tratterebbe di fare una rivoluzione culturale".
Con questa parola interrompemmo la nostra discussione, anche perché tutti i sistemi di controllo informatico sulle parole da tenere sotto controllo, iniziarono a trillare.
Il capo disse, mentre scompariva: "Il Grande Fratello non è uno spettacolo televisivo, ma un sistema che impedisce a tutti di partire dalla stessa stazione prendendo lo stesso treno. Povera bambina, quante altre volte cadrà e piangerà".
Ma sarà così?
Posi questa domanda al capo, ed il capo, nella sua massima grandezza, mi disse: "Scegli la tua strada, tu sai la risposta". Mi fissò attentamente, come lui sa fare e poi aggiunse: " Stavo scherzando!".
"Prova ad immaginare un binario ferroviario, su questo binario transiterà un treno e questo treno andrà in qualche posto. Ma tu, immaginando il binario, perderai di vista il resto e perciò non saprai nulla del treno, né da quale stazione è partito e in quali stazioni si fermerà e in quale stazione arriverà. Non sai nulla delle persone che si trovano su questo treno, tu vedi nella tua mente solamente un binario sul quale transitano treni di tutti i tipi. Ebbene, non è importante scegliere la strada, tutto dipende dal treno che si ha a disposizione. Adesso ti racconto una storiella, che purtroppo non nasce dalla mia fantasia ma è realmente accaduta alcuni giorni fa. Immagina un bar di periferia, davanti al bar ci sono un gruppo di persone, quasi tutti adulti. Una bambina di 6-7 anni inciampa, cade e sbatte il ginocchio. Il papà la soccorre, la prende in braccio, la bambina piange per il dolore. Inizia l'indagine sul reale danno al ginocchio: si tratta solo di una leggera escoriazione e limitata contusione. Il papà cerca di portare alla realtà il lamento della figlia. 'Ma che c.... piagni, nun ciai gnente! Dai, smetti de piange, che poi annamo a vede li cartoni animati'. La figlia non smette di piangere, interviene la nonna, che tenta di rincuorare la nipotina. Il figlio si intromette e dice: 'Mo sento quello che me dici tu che ciai esperienza, ma come c... pensi de falla smettere co' 'ste parole sdorcinate'. Poi interviene lo zio, con la divisa da operatore ecologico, che dipinge verbalmente un mondo da favola: 'Nun è gnente, mo passa. Poi annamo a compra li giocattoli, ti porto alle giostre, tutto è bello, fra poco è Natale', e così via, elencando mondi meravigliosi. Alla fine uno del gruppo si decide di andare in farmacia, che si trova proprio lì davanti, e di comprare una busta di ghiaccio sintetico, che si utilizza nelle contusioni. Mette la busta sul ginocchio della bambina, che evidentemente ne sente il beneficio e smette di piangere. Cosa voglio dire con questo breve racconto? C'è un grosso problema culturale, oggigiorno, in Italia. Mancano analisi stringenti sulla realtà e la maggior parte della gente preferisce o strillare (contro il fato, contro gli altri, contro la madre, ecc.) oppure fantasticare su mondi meravigliosi che stanno dietro l'angolo (basta farsi coraggio, stringere i denti, non essere troppo schizzinosi per raggiungerli). Invece, occorrerebbe avere cognizione dei problemi e saper utilizzare la materia grigia per poterli risolvere. Ma qui si tratta di averne le capacità, e dopo anni di lavaggi di cervelli attraverso la televisione, credo che occorrano decenni di lavoro minuzioso tra la gente, nuovi strumenti di analisi della società (e forse qui non ci sarebbe nulla da reinventare, ma solamente da riprendere), in pratica si tratterebbe di fare una rivoluzione culturale".
Con questa parola interrompemmo la nostra discussione, anche perché tutti i sistemi di controllo informatico sulle parole da tenere sotto controllo, iniziarono a trillare.
Il capo disse, mentre scompariva: "Il Grande Fratello non è uno spettacolo televisivo, ma un sistema che impedisce a tutti di partire dalla stessa stazione prendendo lo stesso treno. Povera bambina, quante altre volte cadrà e piangerà".
martedì 27 novembre 2012
Che tempo fa?
Don't know why there's no sun up in the sky
Stormy weather
Since my man and I ain't together,
keeps rainin' all the time
Life is bare, gloom and mis'ry everywhere
Stormy weather
Just can't get my poorself together,
I'm weary all the time
So weary all the time
When he went away the blues walked in and met me
If he stays away old rockin' chair will get me
All I do is pray the Lord above will let me walk in the sun once more
Can't go on, ev'ry thing I had is gone
Stormy weather
Since my man and I ain't together,
keeps rainin' all the time
Ascoltava in tutta tranquillità un vecchio disco di jazz, Lena Horne interpretava "Stormy Weather". La lampada sullo scrittoio era accesa, e lui stava pensando quale libro iniziare a leggere. Ne aveva scelti tre dalla libreria: "La Certosa di Parma" di Stendhal, "Le metamorfosi" di Apuleio e "Morte a credito" di Céline. Rimirava e soppesava i tre libri, sfogliandoli attentamente, aspettando quella vocina che gli dicesse, in modo suadente,"Leggimi". Intanto, pensava che da lì a breve si sarebbe preparato un buon tè, mentre fuori il sole cercava di riscaldare una tersa giornata d'inverno, e questo sarebbe stato l'ultimo suo sforzo della giornata prima di tramontare. Il momento sembrava perfetto, in quell'attimo credeva fermamente in cuor suo che la vita non potesse essere migliore. Sentiva la gioia dentro sé. Si stiracchiò leggermente, proprio per sentire fluire quella sottile gioia in ogni parte del corpo, e un lieve sorriso gli si disegnò sul viso.
Trillò il campanello della porta, e quel suo momento magico si incrinò, solo lievemente, ma la perfezione della giornata era forse perduta. Andò alla porta, guardò dallo spioncino chi era entrato nella sua sfera d'attenzione e si accorse che si trattava della signora del terzo piano.
Aprì. "Buongiorno, come sta?".
La signora lo guardò assente come se la domanda non fosse rivolta a lei. Dopo una decina di secondi, che a lui sembrarono una eternità, la signora disse: "Oh, salve, io... vede... non è che avrebbe un qualche calmante, ho un... un grosso mal... sì, come si dice...", sembrava che facesse una fatica tremenda nel richiamare dalla mente quella parola, che evidentemente si era ben nascosta in qualche meandro inaccessibile. "Ah, ecco, mal di testa. Ho un mal di testa, mi scoppia".
Premuroso, il signore le chiese se voleva che chiamasse l'ambulanza.
"No, no... già sono venuti e... non mi hanno voluto... dato... niente! A me serve solamente un tranquillante, e subito anche!". E a quel punto la sua voce si fece stridula, e strillava quasi. Poi, sembrò calmarsi e iniziò a piangere. "Non posso stare così, non... non ce la... faccio. Mi aiuti!". Adesso lo supplicava e gli si era aggrappato alla manica destra della camicia.
Lui si accorse che era in piena crisi di nervi, sapeva che la signora del terzo piano non aveva la nomea di stare proprio bene con i nervi, ma lui solitamente si faceva gli affari suoi e non voleva saperne di chiacchiere da condominio. Purtroppo, adesso doveva sperimentare su se stesso lo stato di salute della signora.
"Senta, io ho della camomilla...".
Non fece in tempo a finire la frase, che la signora iniziò a ridere nervosamente: "La camomilla? Ma che scherza? Quella è acqua fresca, per me!", il viso le era diventato rosso, gli occhi scintillavano inquieti.
"Ma io non ho medicinali in casa", si scusò quasi il signore. "Proviamo a richiamare l'ambulanza. Entri, si accomodi". La signora si accomodò sulla poltrona, che sino a poco prima era la base di lancio verso la gioia e la felicità del signore. "Sia tranquilla qui, mentre chiamo l'ambulanza".
"Io sono tranquilla e non mi serve l'ambulanza", scandì quasi sillabando la signora. "Io sono tranquilla, sono gli altri che sono sempre così agitati, sempre pronti ad aggredire. Prenda lei, ad esempio", le disse con fastidio.
"Io?", si difese il signore.
"Sì, proprio lei. Sono venuta chiedendole aiuto e lei che fa? vuole chiamare il pronto soccorso. Che gente! Pensate solo a voi stessi", aggiunse schifata la signora. "E' possibile che non abbia una medicina in casa, un calmante, un sonnifero, qualcosa porco cane! Ma come si addormenta lei?".
"Come mi addormento? Ma che domanda è, vado a letto, chiudo gli occhi e dormo", rispose incredulo il signore.
La signora del terzo piano, facendogli il verso, ripeté le sue parole: "... vado a letto, chiudo gli occhi e dormo. Ma chi vuole prendere in giro, buffone!". Ormai la signora aveva perso ogni inibizione e anche il suo iniziale modo di parlare a rilento si era tramutato in una mitraglia verbale. Non lasciava spazi tra le parole, e le offese verso il malcapitato diventarono sempre più pesanti e personali. "Buffone! Lo sanno tutti che è lei che fuma nell'ascensore, butta la spazzatura dalla finestra e... e poi lasciamo perdere, perché io sono una signora, io".
Tra lo spaventato e l'arrabbiato, il poveraccio guardava la signora del terzo piano senza pronunciare parola. Poi, trovando un po' di coraggio in qualche angolo remoto della sua anima, disse alla signora di uscire dalla sua casa.
Lei, imperterrita, lo fissò in volto, si alzò dalla poltrona e gridando si diresse verso la porta d'ingresso: "Me ne vado sì, sei un cretino, lo sanno tutti qui, imbecille. Dorme tranquillo, lui, ma va...". Sbatté la porta e andò via.
Il signore rimase in casa senza parole e senza tranquillità, si accasciò sulla poltrona e il suo sguardo si perse nel profondo buio della giornata. Fuori minacciava una vera tempesta, una tempesta perfetta.
Trillò il campanello della porta, e quel suo momento magico si incrinò, solo lievemente, ma la perfezione della giornata era forse perduta. Andò alla porta, guardò dallo spioncino chi era entrato nella sua sfera d'attenzione e si accorse che si trattava della signora del terzo piano.
Aprì. "Buongiorno, come sta?".
La signora lo guardò assente come se la domanda non fosse rivolta a lei. Dopo una decina di secondi, che a lui sembrarono una eternità, la signora disse: "Oh, salve, io... vede... non è che avrebbe un qualche calmante, ho un... un grosso mal... sì, come si dice...", sembrava che facesse una fatica tremenda nel richiamare dalla mente quella parola, che evidentemente si era ben nascosta in qualche meandro inaccessibile. "Ah, ecco, mal di testa. Ho un mal di testa, mi scoppia".
Premuroso, il signore le chiese se voleva che chiamasse l'ambulanza.
"No, no... già sono venuti e... non mi hanno voluto... dato... niente! A me serve solamente un tranquillante, e subito anche!". E a quel punto la sua voce si fece stridula, e strillava quasi. Poi, sembrò calmarsi e iniziò a piangere. "Non posso stare così, non... non ce la... faccio. Mi aiuti!". Adesso lo supplicava e gli si era aggrappato alla manica destra della camicia.
Lui si accorse che era in piena crisi di nervi, sapeva che la signora del terzo piano non aveva la nomea di stare proprio bene con i nervi, ma lui solitamente si faceva gli affari suoi e non voleva saperne di chiacchiere da condominio. Purtroppo, adesso doveva sperimentare su se stesso lo stato di salute della signora.
"Senta, io ho della camomilla...".
Non fece in tempo a finire la frase, che la signora iniziò a ridere nervosamente: "La camomilla? Ma che scherza? Quella è acqua fresca, per me!", il viso le era diventato rosso, gli occhi scintillavano inquieti.
"Ma io non ho medicinali in casa", si scusò quasi il signore. "Proviamo a richiamare l'ambulanza. Entri, si accomodi". La signora si accomodò sulla poltrona, che sino a poco prima era la base di lancio verso la gioia e la felicità del signore. "Sia tranquilla qui, mentre chiamo l'ambulanza".
"Io sono tranquilla e non mi serve l'ambulanza", scandì quasi sillabando la signora. "Io sono tranquilla, sono gli altri che sono sempre così agitati, sempre pronti ad aggredire. Prenda lei, ad esempio", le disse con fastidio.
"Io?", si difese il signore.
"Sì, proprio lei. Sono venuta chiedendole aiuto e lei che fa? vuole chiamare il pronto soccorso. Che gente! Pensate solo a voi stessi", aggiunse schifata la signora. "E' possibile che non abbia una medicina in casa, un calmante, un sonnifero, qualcosa porco cane! Ma come si addormenta lei?".
"Come mi addormento? Ma che domanda è, vado a letto, chiudo gli occhi e dormo", rispose incredulo il signore.
La signora del terzo piano, facendogli il verso, ripeté le sue parole: "... vado a letto, chiudo gli occhi e dormo. Ma chi vuole prendere in giro, buffone!". Ormai la signora aveva perso ogni inibizione e anche il suo iniziale modo di parlare a rilento si era tramutato in una mitraglia verbale. Non lasciava spazi tra le parole, e le offese verso il malcapitato diventarono sempre più pesanti e personali. "Buffone! Lo sanno tutti che è lei che fuma nell'ascensore, butta la spazzatura dalla finestra e... e poi lasciamo perdere, perché io sono una signora, io".
Tra lo spaventato e l'arrabbiato, il poveraccio guardava la signora del terzo piano senza pronunciare parola. Poi, trovando un po' di coraggio in qualche angolo remoto della sua anima, disse alla signora di uscire dalla sua casa.
Lei, imperterrita, lo fissò in volto, si alzò dalla poltrona e gridando si diresse verso la porta d'ingresso: "Me ne vado sì, sei un cretino, lo sanno tutti qui, imbecille. Dorme tranquillo, lui, ma va...". Sbatté la porta e andò via.
Il signore rimase in casa senza parole e senza tranquillità, si accasciò sulla poltrona e il suo sguardo si perse nel profondo buio della giornata. Fuori minacciava una vera tempesta, una tempesta perfetta.
venerdì 23 novembre 2012
giovedì 22 novembre 2012
Un regalo
"Ti ricordi?".
"Cosa mi devo ricordare?".
"Quando scattai questa foto".
"No, perché dovrei ricordarmelo!".
"Era un giorno particolare, ma non nel senso che fosse un giorno bello, fu particolare per me".
"E perché fu particolare per te, se neanche lo defenisci un bel giorno?".
"Perché quel giorno eri molto triste, mentre ritornavamo dal mare. Sarà stata la fine di aprile, avevamo trascorso una settimana nella casa delle vacanze. L'avevamo sistemata, ripulita bene bene. La primavera non si era ancora stabilizzata: c'era stata forse una settimana di caldo, all'inizio del mese, ma poi era ritornato il freddo. Purtroppo le rondine si erano fatte ingannare dal primo tepore ed erano volate qui da noi. Il freddo le aveva colte a tradimento e alcune erano morte assiderate. Lungo la strada che conduceva al paese, ne scorgemmo due morte e questa cosa ci sconvolse. Te maggiormente. Diventasti ancora più triste. Al ritorno, sull'autostrada, mentre il cielo grigio ci diceva che altre rondini sarebbero morte, vidi quell'albero. La prima sensazione che mi diede fu di riparo, un riparo nella solitudine. Quella poteva essere il tuo riparo contro la tristezza, contro la brutta sorte per delle rondini troppo avventurose, contro la forza sproporzionata della natura nei confronti degli esseri più deboli e sensibili. Perciò mi fermai e decisi di fotografarlo per regalarti quell'albero. Io decisi che quello sarebbe stato sempre il tuo albero".
"Penso che sia il regalo più bello che una donna possa ricevere, grazie".
Si abbracciarono piangendo, tacendo per la gioia.
"Perché quel giorno eri molto triste, mentre ritornavamo dal mare. Sarà stata la fine di aprile, avevamo trascorso una settimana nella casa delle vacanze. L'avevamo sistemata, ripulita bene bene. La primavera non si era ancora stabilizzata: c'era stata forse una settimana di caldo, all'inizio del mese, ma poi era ritornato il freddo. Purtroppo le rondine si erano fatte ingannare dal primo tepore ed erano volate qui da noi. Il freddo le aveva colte a tradimento e alcune erano morte assiderate. Lungo la strada che conduceva al paese, ne scorgemmo due morte e questa cosa ci sconvolse. Te maggiormente. Diventasti ancora più triste. Al ritorno, sull'autostrada, mentre il cielo grigio ci diceva che altre rondini sarebbero morte, vidi quell'albero. La prima sensazione che mi diede fu di riparo, un riparo nella solitudine. Quella poteva essere il tuo riparo contro la tristezza, contro la brutta sorte per delle rondini troppo avventurose, contro la forza sproporzionata della natura nei confronti degli esseri più deboli e sensibili. Perciò mi fermai e decisi di fotografarlo per regalarti quell'albero. Io decisi che quello sarebbe stato sempre il tuo albero".
"Penso che sia il regalo più bello che una donna possa ricevere, grazie".
Si abbracciarono piangendo, tacendo per la gioia.
lunedì 19 novembre 2012
Buon Natale
Quest'anno, per scaramanzia, ho intenzione di fare gli auguri di Natale con largo anticipo, onde evitare che l'eventuale realizzazione della profezia dei Maya possa impedirmelo. Perciò, Buon Natale a tutti, proprio a tutti, anche a chi non lo merita. Buon Natale a chi fa finta di vivere, mentre aspetta supinamente il colpo della falce. Buon Natale pure a coloro che credono di avere sempre ragione, e quando percepiscono di non averla se la prendono con la violenza. Felice Natale a tutti, compresi coloro che sfruttano gli altri, non soltanto fisicamente (facendoli lavorare in modo disumano per "quattro soldi"), ma anche psichicamente e moralmente, condizionando le menti degli sfruttati con tutto l'armamentario ideologico e psicologico che si sono costruiti in millenni di potere. Buon Natale anche a quelli che rubano senza sporcarsi le mani, ma anche a quelli che se le sporcano: anche se gli uni e gli altri hanno fatto sempre il tifo per Barabba.
Ma agli altri, agli uomini di buona volontà, auguro un buon 2013. Sarà senz'altro il loro anno: anche se la Terra dovesse scomparire dalla nostra Galassia o anche se soltanto l'uomo dovesse togliere il disturbo, lasciando a ciò che resterà del nostro pianeta il compito di dare un senso a "Gaia". E più che un augurio è una convinzione.
sabato 17 novembre 2012
Per dovere
A voi, che siete costretti per lavoro a leggere tutte le sciocchezze che scrivo, a voi, che da ogni paese di questo mondo dovete con stupore, meraviglia, disprezzo, interesse, indifferenza, noia, sonnolenza, disgusto o apprezzamento, ma sempre comunque per dovere, leggere questi pensieri che raccontano di nulla, e perciò di noi tutti (io e voi compresi), lasciate un semplice commento, affinché possa anche io meravigliarmi, stupirmi, annoiarmi, usw.
Fanno arrabbiare anche i santi
Talvolta si udivano, dopo la chiusura serale, delle voci di gente che discuteva, anche piuttosto animatamente provenire dal negozio di arredi sacri che è situato sotto la mia casa. Più volte la signora Pina, quella che abita al primo piano, aveva telefonato preoccupata alle forze dell'ordine, dicendo loro che c'erano dei ladri nel negozio. Due o tre volte erano sfrecciate delle "volanti" verso la nostra via, si erano fermate davanti al negozio, avevano ispezionato per bene le serrande, verificato se ci fossero segni di scasso, ascoltato le testimonianze della signora Pina e di altri inquilini dello stabile. Alla fine delle indagini, le forze dell'ordine arrivarono alla conclusione che o le persone erano colte da una specie di sindrome collettiva oppure c'era qualcuno che si divertiva a discutere nella via, cercando nel contempo di nascondersi alla vista degli abitanti, per poi eclissarsi appena udivano l'arrivo delle "volanti".
Queste conclusioni investigative lasciarono, noi abitanti della via, alquanto perplessi e sfiduciati nei mezzi investigativi delle forze dell'ordine, ma questo era quanto: le voci che discutevano continuarono ad infastidire le nostre serate, ma nessuno si preoccupò più della loro provenienza. Le congetture furono tante, ma quando sono tante diventano tutte non valide.
Una notte, rincasando piuttosto tardi, mi accorsi di aver perso le chiavi di casa, compresa quella del portone. Mentre stavo maledicendo la sorte, iniziò a piovere, anzi, a diluviare. Per evitare di inzupparmi, mi riparai sotto al balcone della signora Pina, proprio davanti al negozio d'arredi sacri.
Nella strada non si udiva alcun rumore, eccetto quello della pioggia che martellava le lamiere delle auto posteggiate. Accesi una sigaretta, aspettando fiducioso il rincasare di qualche altro tiratardi, per potermi almeno riparare all'interno del fabbricato e, al limite, passare lì la notte per chiamare, alle prime luci dell'alba un fabbro per farmi aprire la porta e sostituire la serratura. Ma il tempo trascorreva e io restavo lì impalato e pensieroso sul da farsi. Improvvisamente, udii una voce proveniente chiaramente dal negozio, che diceva: "Hai ascoltato, Rocco, quello scemo in tivù che dice sempre 'capra, capra' ogni volta che non sa che dire alle obiezioni degli interlocutori?".
"Sì, è proprio vergognoso e disgustoso", rispondeva, evidentemente, Rocco, "parla tanto di estetica e poi sembra una lumaca impazzita, per tutta quella bava che gli esce dalla bocca. Che brutta fine ha fatto questo povero paese. Ti ricordi, Gabrile, quando per poco meno venivi allontanato dalla comunità perché sospetto di essere affetto da rabbia?".
"Come no, e poi con quegli occhi da muflone in calore si permette di dare della capra agli altri", osservò Gabriele. "Senza contare il fastidio sonoro che provoca quella sua voce gracchiante. Che ne pensi Francesco, tu che di animali te ne intendi?".
Francesco fece un sospirone, evidentemente non aveva alcuna voglia di partecipare alla discussione; infatti, con voce quasi udibile, disse: "Mah, ultimamente sono tutti strani! Sembra quasi che questo paese abbia deciso di estinguersi. Tratta male i suoi giovani, violenta le sue donne, caccia coloro che lavorano, esalta la forza a scapito della pace. Lo so bene che qualcuno dice sempre il contrario di questo, ma un conto sono le parole, un'altra cosa i fatti", e un sospiro chiuse le sue osservazioni.
Una voce di donna ammonì gli altri: "Ma la volete smettere di fare questi discorsi davanti a questa creatura! Lo sapete che poi non dorme e piange tutta la notte per le cose che dite. Già ogni giorno mi domanda perché succede questo o quello, perché sembra di vivere in un manicomio e perché le persone pregano solo Mammona. E io devo assicurarlo, dicendogli che c'è ancora la speranza negli occhi degli innocenti, poi arrivate voi, con i vostri discorsi e me lo fate agitare nuovamente. Aspettate, almeno, che si addormenti prima di profondere pessimismo".
"Pessimismo?", intervenne Rocco, "ma quale pessimismo, basta sentire la puzza di zolfo che gira intorno per accorgersi in che mondo si vive. Per di più lo zolfo neanche viene dall'inferno, ma dalle bombe che distruggono quotidianamente la vita delle persone".
Il bimbetto cominciò a piangere, forse preoccupato dalle parole e dalla voce di Rocco. Allora la signora, con voce sconsolata e accorata, disse: "Ce l'avete fatta a farlo piangere, bravi. Ogni volta è così. Lo sapete che è sensibile, povera creatura!", e rivolgendosi al figlio, cercò di tranquillizzarlo: "Su, su non piangere, vedrai che gli uomini miglioreranno, non c'è solo il male in loro, forse devono ancora imparare la differenza tra ciò che è importante e ciò che non lo è. Non tutti si stanno scorticando l'anima, vedrai che capiranno. Su, su fai la nanna". E con voce dolce e accattivante iniziò a cantargli una ninna nanna.
Io ero ancora là, infreddolito, incredulo e imbarazzato: infreddolito per la pioggia, incredulo perché mi sembrava impossibile che delle statuette si animassero per discutere i fatti di questo paese, imbarazzato perché avevo quasi carpito di nascosto le loro intime preoccupazioni. Intorno a me c'era ora solamente il silenzio della notte, la pioggia era cessata. Misi la mano nella tasca destra e mi accorsi che le chiavi erano sempre state là. Imprecando sulla mia dabbenaggine, mi precipitai in casa. Era stanco morto e forse avevo anche la febbre. Sì, ero senz'altro caldo. Me la misurai: 39°. Pensai, allora, che il discorso che avevo sentito provenire dal negozio d'arredi sacri era solamente frutto della mia temperatura corporea. Ma il pianto del bambino non potevo essermelo inventato, certi lamenti fanno accapponare la pelle e, alcune volte, spazientire anche i santi.
Queste conclusioni investigative lasciarono, noi abitanti della via, alquanto perplessi e sfiduciati nei mezzi investigativi delle forze dell'ordine, ma questo era quanto: le voci che discutevano continuarono ad infastidire le nostre serate, ma nessuno si preoccupò più della loro provenienza. Le congetture furono tante, ma quando sono tante diventano tutte non valide.
Una notte, rincasando piuttosto tardi, mi accorsi di aver perso le chiavi di casa, compresa quella del portone. Mentre stavo maledicendo la sorte, iniziò a piovere, anzi, a diluviare. Per evitare di inzupparmi, mi riparai sotto al balcone della signora Pina, proprio davanti al negozio d'arredi sacri.
Nella strada non si udiva alcun rumore, eccetto quello della pioggia che martellava le lamiere delle auto posteggiate. Accesi una sigaretta, aspettando fiducioso il rincasare di qualche altro tiratardi, per potermi almeno riparare all'interno del fabbricato e, al limite, passare lì la notte per chiamare, alle prime luci dell'alba un fabbro per farmi aprire la porta e sostituire la serratura. Ma il tempo trascorreva e io restavo lì impalato e pensieroso sul da farsi. Improvvisamente, udii una voce proveniente chiaramente dal negozio, che diceva: "Hai ascoltato, Rocco, quello scemo in tivù che dice sempre 'capra, capra' ogni volta che non sa che dire alle obiezioni degli interlocutori?".
"Sì, è proprio vergognoso e disgustoso", rispondeva, evidentemente, Rocco, "parla tanto di estetica e poi sembra una lumaca impazzita, per tutta quella bava che gli esce dalla bocca. Che brutta fine ha fatto questo povero paese. Ti ricordi, Gabrile, quando per poco meno venivi allontanato dalla comunità perché sospetto di essere affetto da rabbia?".
"Come no, e poi con quegli occhi da muflone in calore si permette di dare della capra agli altri", osservò Gabriele. "Senza contare il fastidio sonoro che provoca quella sua voce gracchiante. Che ne pensi Francesco, tu che di animali te ne intendi?".
Francesco fece un sospirone, evidentemente non aveva alcuna voglia di partecipare alla discussione; infatti, con voce quasi udibile, disse: "Mah, ultimamente sono tutti strani! Sembra quasi che questo paese abbia deciso di estinguersi. Tratta male i suoi giovani, violenta le sue donne, caccia coloro che lavorano, esalta la forza a scapito della pace. Lo so bene che qualcuno dice sempre il contrario di questo, ma un conto sono le parole, un'altra cosa i fatti", e un sospiro chiuse le sue osservazioni.
Una voce di donna ammonì gli altri: "Ma la volete smettere di fare questi discorsi davanti a questa creatura! Lo sapete che poi non dorme e piange tutta la notte per le cose che dite. Già ogni giorno mi domanda perché succede questo o quello, perché sembra di vivere in un manicomio e perché le persone pregano solo Mammona. E io devo assicurarlo, dicendogli che c'è ancora la speranza negli occhi degli innocenti, poi arrivate voi, con i vostri discorsi e me lo fate agitare nuovamente. Aspettate, almeno, che si addormenti prima di profondere pessimismo".
"Pessimismo?", intervenne Rocco, "ma quale pessimismo, basta sentire la puzza di zolfo che gira intorno per accorgersi in che mondo si vive. Per di più lo zolfo neanche viene dall'inferno, ma dalle bombe che distruggono quotidianamente la vita delle persone".
Il bimbetto cominciò a piangere, forse preoccupato dalle parole e dalla voce di Rocco. Allora la signora, con voce sconsolata e accorata, disse: "Ce l'avete fatta a farlo piangere, bravi. Ogni volta è così. Lo sapete che è sensibile, povera creatura!", e rivolgendosi al figlio, cercò di tranquillizzarlo: "Su, su non piangere, vedrai che gli uomini miglioreranno, non c'è solo il male in loro, forse devono ancora imparare la differenza tra ciò che è importante e ciò che non lo è. Non tutti si stanno scorticando l'anima, vedrai che capiranno. Su, su fai la nanna". E con voce dolce e accattivante iniziò a cantargli una ninna nanna.
Io ero ancora là, infreddolito, incredulo e imbarazzato: infreddolito per la pioggia, incredulo perché mi sembrava impossibile che delle statuette si animassero per discutere i fatti di questo paese, imbarazzato perché avevo quasi carpito di nascosto le loro intime preoccupazioni. Intorno a me c'era ora solamente il silenzio della notte, la pioggia era cessata. Misi la mano nella tasca destra e mi accorsi che le chiavi erano sempre state là. Imprecando sulla mia dabbenaggine, mi precipitai in casa. Era stanco morto e forse avevo anche la febbre. Sì, ero senz'altro caldo. Me la misurai: 39°. Pensai, allora, che il discorso che avevo sentito provenire dal negozio d'arredi sacri era solamente frutto della mia temperatura corporea. Ma il pianto del bambino non potevo essermelo inventato, certi lamenti fanno accapponare la pelle e, alcune volte, spazientire anche i santi.
domenica 11 novembre 2012
Vendesi casa...
"La casa non è nuova, ma d'altronde il prezzo non è quello della villa del presidente. Senz'altro è una casa vissuta e forse questa caratteristica le dà un certo fascino. Pensate soltanto alle persone che qui hanno vissuto e contribuito a migliorarla". A sentirla parlare, si aveva la sensazione che ci credesse anche lei alle cose che diceva, e lei era la venditrice dell'agenzia "Belle case".
Franco e Lucia guardavano la casa mentre la venditrice snocciolava il suo mantra elogiativo del rudere, e non riuscivano a credere che quella tipetta, una biondina neanche trentenne, fosse già in grado di raccontare tante balle senza battere ciglio.
Franco si permise di farle notare che senz'altro il tetto aveva qualche difetto, dal momento che i pannelli di copertura erano completamente gonfi a causa di presumibili infiltrazioni d'acqua piovana.
"Ma vuole scherzare", rispose quasi indignata la biondina. "Le dico che il tetto è nuovo, non avrà neanche sei anni. I pannelli sono preesistenti alla ristrutturazione. Non può avere tanta sfiducia nelle persone".
Franco, senza scomporsi, osservò che gli sembrava strano che si potesse spendere tanti soldi per ristrutturare un tetto, per poi lasciare all'interno della casa pannelli carichi di muffa ed esteticamente discutibili.
"Ma lei non sa come sono le persone qui da noi, preferiscono spendere su ciò che è utile piuttosto che sull'e-ste-ti-ca". E la parola "e-ste-ti-ca", così pronunciata, stava ad indicare che per la venditrice Franco era solamente un cittadino e, in quanto tale, non in grado di capire la concretezza delle cose.
"Bah!, sarà", disse Franco, che si sentiva montare una rabbia interna in grado di distruggere la venditrice insieme alla catapecchia, che lei osava chiamare casa.
Lucia, rimasta sino a quel momento zitta, la squadrò da capo a piedi e con voce ferma e decisa le disse: "Puoi andare al diavolo, te, la tua agenzia, i proprietari della casa, questo fottuto paese e la politica della casa, tutti i gruppi immobiliari, coloro che si arricchiscono sui bisogni e coloro che credono al mercato, l'estetica della menzogna e la concretezza dell'inganno".
La biondina, interdetta dal lucido e calmo consiglio, restò a bocca aperta. Pensò, in quel momento, che i tempi stavano cambiando, forse il mercato era veramente in flessione se le sue balle non attecchivano più nella mente delle persone. E senza accorgersene disse: "Che tempi!", come quella contessa che decenni prima, senza comprendere cosa stesse accadendo, dava giudizi sul comportamento umano di quei "villici" che osavano rispondere alle ingiustizie.
Girò i tacchi e se ne andò stizzita, avendo la certezza che anche quel mese non avrebbe percepito il suo stipendio. Il titolare dell'agenzia "Belle case" era inamovibile: niente vendite, niente stipendi.
Che tempi!
Lucia, rimasta sino a quel momento zitta, la squadrò da capo a piedi e con voce ferma e decisa le disse: "Puoi andare al diavolo, te, la tua agenzia, i proprietari della casa, questo fottuto paese e la politica della casa, tutti i gruppi immobiliari, coloro che si arricchiscono sui bisogni e coloro che credono al mercato, l'estetica della menzogna e la concretezza dell'inganno".
La biondina, interdetta dal lucido e calmo consiglio, restò a bocca aperta. Pensò, in quel momento, che i tempi stavano cambiando, forse il mercato era veramente in flessione se le sue balle non attecchivano più nella mente delle persone. E senza accorgersene disse: "Che tempi!", come quella contessa che decenni prima, senza comprendere cosa stesse accadendo, dava giudizi sul comportamento umano di quei "villici" che osavano rispondere alle ingiustizie.
Girò i tacchi e se ne andò stizzita, avendo la certezza che anche quel mese non avrebbe percepito il suo stipendio. Il titolare dell'agenzia "Belle case" era inamovibile: niente vendite, niente stipendi.
Che tempi!
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