giovedì 28 marzo 2013

Grazie di tutto

Grazie per avermi spinto ad entrare nel tunnel, senza la vostra pervicace decisione non avrei mosso neanche un passo e mi sarei limitato a godermi la vita in maniera spensierata, cercando di essere umile con gli umili e ultimo tra gli ultimi. 
Grazie per avermi tolto il pane di bocca e la casa, altrimenti non mi sarei mai mosso dal mio paesello e non avrei avuto l'occasione di ammirare tutti i tuguri delle moderne metropoli. 
Ma vi ringrazio anche perché mi avete permesso di conoscere la vostra vera faccia, quella impassibile di chi vende cose di cui non si ha bisogno e ti toglie le cose più necessarie.
Grazie infinitamente, senza di voi non avrei mai sperimentato la paura e la rabbia, e non avrei neanche capito come si possa celare la menzogna, la rapina, la violenza. 
Grazie per avermi insegnato il significato della metamorfosi: con qualche salto, una capriola e due parolacce riproponete sempre gli stessi spettacoli da clown che non fanno neanche ridere.  
Grazie di tutto, ma adesso vi prego di togliere il disturbo, di andarvene per sempre, portando con voi tutto quello che vi appartiene: niente.

venerdì 22 marzo 2013

Senza sosta

Bestemmiava senza sosta, ogni tre parole, due erano imprecazioni. Da qualche tempo le cose non andavano tanto bene, e non erano solo quelle di un certo tipo. Infatti, alcune volte ce ne sono certe che non vanno (tipo il lavoro), ma le altre sono quasi perfette (tipo i rapporti con le altre persone) tanto da bilanciare la situazione generale, rendendo la vita tutto sommato accettabile.
Invece, ultimamente  a Nicola le cose andavano tutte male, sembrava quasi un rosario di sventure, tutte intervallate da un breve spazio in cui il poveretto si convinceva di essere uscito dalla congiuntura negativa, ma il "grano" successivo gli rammentava che la "coroncina" non era ancora terminata. Senza sosta.
Non erano cose importanti, si trattava solo di piccoli contrattempi: multe di somme modeste da pagare, discussioni sul lavoro, in famiglia, con gli amici e con gli estranei, oppure smarrimento di oggetti, od anche elettrodomestici che si guastavano ma con difetti che non si potevano definire in maniera univoca. Niente di grave rispetto alla situazione generale del paese, niente confrontandoli con i veri drammi della vita, ma erano tanti piccoli episodi negativi che contribuivano a creare una sorta di perenne stato di agitazione, di ansia e nervosismo nel povero Nicola.
Inoltre, queste disavventure aprivano ambiti di riflessione sul mondo, sulla sfortuna, sulle relazioni umane, sulla potenza delle jatture nei quali ultimamente Nicola ci si perdeva. Era diventato talmente attento a ciò che gli accadeva intorno che ogni pur minimo indizio era per lui la chiave per interpretare la sua esistenza in quel periodo. Nicola era quasi giunto alla conclusione che dietro a tutti quegli episodi si celava un disegno, un piano minuzioso per metterlo alla prova o per farlo uscire di testa. Quello che ancora non riusciva a capire era chi ci fosse dietro a questo sofisticato progetto. Forse qualcuno che voleva scardinare ogni armonica relazione sociale e seminava disavventure quotidiane, affinché la gente si sentisse senza un "prossimo" a cui affidarsi. E il fatto peggiore era che la maggior parte di questi semi cadevano sul suo campo.
Infatti, era da circa un mese che, insieme ad altre innumerevoli dissaventure, non riusciva a fare riparare una lavastoviglie. Quando raccontava questa faccenda a qualche suo amico, non riusciva neanche lui a credere che potessero capitare eventi di tal fatta.
Appena si era accorto che l'elettrodomestico aveva dei problemi, ossia mandava un puzzo e un rumore incredibili ogni volta che Nicola tentava di metterla in funzione, si era deciso di chiamare un tecnico. Per queste evenienze, Nicola si era premunito da tempo ed aveva registrato nella sua rubrica il numero telefonico di un centro specializzato in riparazioni.
"Pronto?, parlo con il centro assistenza 'I rapidi'?", domandò Nicola appena aveva sentito che qualcuno rispondeva.
"Sì, dica", fece la voce stanca di una donna.
"Ehm, ecco, ho la lavastoviglie che non funziona, le riparate le lavastoviglie?".
"Eccome no", disse una voce sgraziata, "mando subito qualcuno, se mi lascia l'indirizzo. La informo che il costo della chiamata è di venti euro, poi si paga la riparazione. Le va bene?".
"Va bene, le lascio subito l'indirizzo".
Dopo alcuni giorni si presentarono due individui, che sembravano dall'aspetto due scassinatori sfortunati. In due pesavano all'incirca duecentoventi chili: quello più smilzo prese possesso dell'elettrodomestico, lo piegò all'indietro, e mentre l'altro lo teneva si sdraiò in terra per svitare due viti della protezione esterna, infilò una mano dentro e disse con fare deciso: "E' il motore e la resistenza, le verrà 180 euro, se vuole la portiamo subito via".
Nicola che non era il più furbo del mondo, ma che si intendeva un po' delle scaltrezze delle persone, rispose: "Con quella cifra me la compro nuova, vi ringrazio di tutto ma non la faccio riparare".
Quello più grassoccio dei due, che aveva l'aria di uno che si difendeva anche con la penna, buttò giù una specie di fattura con una grafia che avrebbe fatto inorridire il maestro Cardi, pensò Nicola, andando con la mente alle bacchettate che si era preso per qualche scarabocchio sui quaderni della prima elementare.
I due "accattarono" il biglietto da venti euro e filarono via guardinghi e forse un po' delusi per non essere riusciti a portare a compimento il colpo.
Nicola restò con la lavastoviglie guasta e un certo malessere interiore per essere stato quasi rapinato da due frutti maturi del consumismo, che ti vende oggetti senza darti assistenza. Li maledisse.
Il giorno successivo chiamò un altro tecnico, il cui nominativo e numero telefonico gli erano stati dati da un suo conoscente che gestiva un negozio di idraulica: "Questo è bravo, ma è sempre incasinato con il lavoro. Devi insistere, prima o poi viene a ripararti la lavastoviglie". Nicola chiamò questo Marco, persona dabbene ma veramente indaffarata: "Sì, conosco la marca e potrei riparla, ma adesso mi hai preso in un brutto momento: ho un corso di aggiornamento, poi la ditta per cui lavoro mi ha dato altri incarichi di manutenzione, non riesco a respirare. Appena ho un momento vengo a vederti la lavastoviglie".
Nicola era ormai nella disperazione più nera, smontò la lavastoviglie e riuscì a individuare il difetto. Era la ventolina della pompa. 35 euro per cambiarla ed era come nuova: alla faccia di tutti i tecnici. Ma la jattura non era finita. Dopo due giorni di onesto funzionamento, la lavastoviglie fece altre bizze: una volta si bloccava sul lavaggio, un'altra volta sul risciacquo, talvolta scaldava altre volte no. Nuova telefonata, nuovo tecnico: questo preso da un opuscolo di quartiere dove c'erano una serie di numeri utili da chiamare in caso di necessità.
"Pronto?", disse Nicola, speranzoso di aver trovato finalmente la soluzione al suo problema, "parlo con il signor Mario?".
"Sì, dica".
"Accidenti, risponde anche", pensò Nicola. "Chiamo perché ho la lavastoviglie che fa le bizze, potrei fissare un appuntamento?".
"Certamente, mi lasci l'indirizzo".
"E' fatta, è fatta", gongolava Nicola convinto che avrebbe smesso al più presto di lavare a mano i piatti. 
L'appuntamento fu fissato per le 18 dello stesso giorno. Nicola era emozionatissimo. Alle 17.30 ricevette una telefonata.
"Buonasera, sono il tecnico. Le volevo dire che purtroppo non posso venire...", il mondo sprofondò improvvisamente sotto i piedi di Nicola "... ho avuto un problema alla schiena e non riesco neanche a muovermi. Se vuole, appena mi sentirò meglio, farò una scappata da lei".
"Certo, certo, aspetterò sino a quando non si sarà ristabilito, mi telefoni appena si sente meglio", Nicola non poteva permettersi di perdere una speranza.
Dopo 3 giorni, il tecnico chiamò Nicola, dicendogli che stava meglio e che se lui voleva potevano fissare un nuovo appuntamento. Nicola, senza rifletterci troppo, gli disse: "Ok, oggi alle 18, se per lei va bene". 
"Ci sarò".
Quel giorno durò tantissimo, ma alla fine arrivarono le 18, poi le 18.30 e infine le 19 e a quel punto Nicola era esausto e senza più speranze.
Poi ci fu quello che voleva riparare l'elettrodomestico tramite il telefono "Guardi se funziona la ventola, controlli che il filo verde, quello che va sino al motore non sia interrotto...".
Passato un mese, la lavastoviglie era ancora guasta e Nicola bestemmiava senza sosta mentre con un martello mandava in mille pezzi l'elettrodomestico infernale. 
"Da qui inizia la decrescita, senza sosta", disse Nicola, sentendosi un po' meglio dopo trenta giorni trascorsi con una specie di angoscia nell'anima. E adesso era tutto finito. "A quel paese tutta la modernità", pensò Nicola mentre assestava l'ultima martellata a quel simulacro di benessere.
Sentiva che le cose adesso sarebbero cambiate, finalmente...   
    

sabato 16 marzo 2013

Una sbornia

Non fa bene bere, nella maniera più assoluta. Ma qualche volta si può fare anche una eccezione, specialmente in Italia, dove capita ad ogni morte di Papa che ci siano notizie degne da festeggiare. Quando poi ne capitano tre, aspettandone altre nel giro di qualche mese, allora bisogna ubriacarsi, senz'altro con moderazione. E allora, alziamo il bicchiere e giù un altro goccio.

domenica 10 marzo 2013

Stargate

Zitti, cercando di non fare alcun rumore, se ne andavano due ladri nella buia notte. Cercavano una occasione propizia per racimolare qualche "bigliettone". Quello alto e magro portava sulle spalle un grosso sacco di juta, l'altro, basso e largo, aveva una sacca sportiva dove abitualmente custodiva gli attrezzi del mestiere: tronchesi, sega a ferro, piede di porco e un "malepeggio". Non erano più giovani da un pezzo, ma visti da lontano, senza avere la possibilità di osservare attentamente le rughe agli occhi, i cespugli di peli che uscivano dalle orecchie, i grinzosi dorsi delle mani e i capelli di un colore bianco-sporco o nero stinto, potevano essere scambiati per dei giovinastri: giovinastri per via dei jeans lisi e i giubbottoni da teenager  che indossavano. Giovinastri anche per quel loro modo di muoversi dinoccolato. Alberto e Pino se ne andavano, con le mani in tasca e la sigaretta in bocca, lungo le vie poco illuminate della città. Gli zuccotti di lana neri coprivano bene la testa, tenendo ben compressa la massa di capelli. Andavano guardinghi come vecchie volpi in un pollaio, ma il pollaio era dissestato, anche le galline erano vecchie e non molto grasse. Era per loro un grande dilemma, dove poter "fare la giornata". 
Anche il tempo meteorologico non facilitava la loro scelta: infatti aveva anche iniziato a piovere, una pioggerellina fredda, di quelle che ti entrano nelle ossa e vi permane per giorni, senza che si possa far nulla per riscaldarsi un poco. Alberto iniziò a bestemmiare contro le avversità della vita, della sfortuna, di quella pioggia che copriva le lenti dei suoi occhiali.
Pino sapeva che quando Alberto cominciava a lamentarsi in quel modo, presto o tardi avrebbero discusso. L'unica alternativa era di accelerare i tempi "dell'operazione". Questo voleva dire scassinare il prima possibile un negozio o un appartamento. Il loro peregrinare li aveva condotti nei pressi di un magazzino che avevano tentato di svaligiare circa un anno prima, ma che poi non si fece nulla perché due ubriachi si misero a litigare nella via, richiamando l'attenzione delle "madame". Secondo Pino, lo "sgobbo" prometteva un sufficiente guadagno, e lui si sentiva quasi un sensitivo della rapina. Infatti, difficilmente i due si affidavano a soffiate o ad appostamenti per scegliere le loro vittime: troppa fatica e poi c'era il rischio di informare troppe persone del loro tipo di "lavoro" o di creare dei sospetti per un qualche appostamento eccessivamente vistoso. No, i due preferivano improvvisare come gli artisti: in strada ad aspettare l'estro. 
Pino fece un gesto ad Alberto, che evidentemente aveva già capito le intenzioni del socio, e senza parlare si infilarono in un vicolo dove molti appartamenti venivano utilizzati come magazzini. Si diressero subito verso il primo portone a destra e ebbero immediatamente l'impressione che la serata si metteva bene: infatti qualcuno l'aveva lasciato aperto, perciò non ebbero neanche la scosciattura di doverlo forzare. "Chi ben comincia è a metà dell'opera", pensò Pino. Fecero, sempre con un passo felpato, la prima rampa di scale, si appostarono dietro alla porta dell'appartamento per scoprire se dentro ci fosse qualcuno. Nulla, non si sentiva niente. Le cose si mettevano proprio bene! C'era da neutralizzare solamente quella specie di allarme, che sembrava solo un antidiluviano strumento di dissuasione piuttosto che un vero moderno apparecchio di prevenzione. Per Alberto, quel modello di antifurto era un giocattolo, in pochi secondi, infatti, lo mise a riposo, preparando la strada ad una loro entrata trionfale nel magazzino, dopo aver forzato con maestria anche la porta.
Accesero le loro torce per illuminare il vuoto che era in quelle stanze: solo la polvere e le ragnatele riempivano quella desolante vacuità. Nella quasi disperazione di quel momento, Alberto e Pino scoprirono che vi era una scala che permetteva la comunicazione tra il primo piano e il pianterreno. Si riaccese in loro un barlume di speranza e, come sempre senza far rumore, iniziarono la discesa. Sotto lo spazio non era suddiviso in stanze, ma anche lì regnava il vuoto. C'era solamente una strana struttura al centro dello spazio: un immenso arco di metallo, alto circa tre metri e mezzo, ossia dal pavimento sino al soffitto. Intorno alla struttura, numerosi led che si accendevano  e spegnevano con rapida frequenza, e una serie di pulsanti. I due si guardarono perplessi, ma non fecero in tempo a scambiarsi parola, perché come usciti dal nulla sbucò fuori un gruppo di persone con il casco che avvolgeva loro il capo. Dalle divise che indossavano, sembravano dei militari, ma di un'altra nazione. Anche i loro movimenti erano di persone allenate a compiere azioni veloci e in grado di neutralizzare i nemici: in una manciata di secondi Alberto e Pino era stati immobilizzati e fatti passare, insieme a loro, attraverso quell'arco. Nel magazzino non restò più nulla, solamente questa struttura di metallo, ma questa volta con i led spenti e una discreta quantità di polvere e di ragnatele. 
La pioggerellina continuava a cadere, incurante della realtà che neanche sapeva cosa potesse essere; il freddo umido avvolgeva l'aria delle stradine e dei vicoli, un gatto passava con circospezione, fermandosi talvolta per guardarsi alle spalle, come se aspettasse la venuta di qualcuno. Con uno scatto improvviso, saltò su un muretto e da lì sparì attraverso una finestra socchiusa. Nel vicolo non restò nessuno, se non quella vacuità dell'essere che ricerca ciò che non conosce e quando trova qualcosa di veramente interessante non sa cosa sia, sino a perdercisi dentro. Poveri Alberto e Pino.

lunedì 4 marzo 2013

L'albero dei miracoli

"L'albero dei miracoli - raccontava il nonno ai suoi nipotini - cresceva proprio davanti alla nostra casa. Non era un albero particolarmente bello e nessuno si sarebbe accorto della sua grande potenza se non fosse capitato quell'episodio".
Il nonno si fermò un attimo nella narrazione e si guardò intorno, per vedere se i nipoti sapessero a quale avvenimento si riferisse. I giovani lo fissavano con attenzione, con l'atteggiamento di chi ha voglia di avere una illuminazione su fatti dei quali ha sempre sentito parlare ma di cui non ha l'esatta percezione.
"Quel lontano 3 maggio, si era scatenata una caccia contro coloro che venivano considerati 'altri'. La lista degli 'altri' era abbastanza lunga e costantemente aggiornata. Non saprei dire come era potuto accadere questa situazione nel nostro paese, ma evidentemente si era sviluppata lentamente, come un tumore che attecchisce inizialmente una cellula per poi propagarsi alle altre sino a minare l'intero organismo vivente. Sovente, ci si accorge dell'esistenza del tumore solamente quando ormai i segni sul corpo malato sono molto evidenti. E' vero che i segnali dell'insorgenza della malattia si presentano assai prima del completo devastamento dell'essere, ma solamente una maggiore sensibilità può accorgersi in tempo del fenomeno. Purtroppo all'epoca c'erano poche persone che avevano questa sensibilità, perciò ci trovammo improvvisamente malati di tumore, sconquassati da queste metastasi sociali. Come vi dicevo, quel 3 maggio accade qualcosa di straordinario: un gruppo di metastasi inseguiva uno zingaro, un giovane che viveva con la sua famiglia nei campi vicino il nostro quartiere. Lo zingaro scappava, dietro di lui una folla violenta e irosa lo inseguiva. Lo zingaro arrivò davanti all'albero, quello che si sarebbe chiamato 'dei miracoli', e lì scomparve alla vista del gruppo di inseguitori. Si era  volatilizzato. Le metastasi, cariche di ira e violenza, schiumavano rabbia dalla bocca, ma nonostante il loro disperato cercare, non riuscirono a trovare il giovane. Allora tentarono di sfogare la loro rabbia contro l'albero, ma proprio il primo di costoro che aveva cercato di dar fuoco alla pianta fu incenerito da una saetta che cadde dal cielo. Improvvisamente era scoppiato un temporale, e il primo fulmine centrò in pieno il più baldanzoso del gruppo di violenti. Gli altri scapparono impauriti difronte a quel fenomeno, come anni dopo sarebbe scappati davanti a ben altre saette, fatte di carne e di ossa. Lo zingaro ritornò, dopo molto tempo, a rendere omaggio a quell'albero che per lui era l'albero della vita, almeno della sua. Ma senza sapere che lo era anche della nostra, salvi ormai dal tumore, debellato, ma sempre pronto a riemergere dalla pattumiera della storia". 
Il nonno concluse il suo racconto, guardò nuovamente le facce attente dei nipoti e disse preoccupato ma con tono fermo: "La storia sta per rigurgitare nuovamente, difendiamo il nostro albero".