domenica 30 settembre 2012

Vecchi spettri

Era difficile vederli, ma se si aveva intenzione di scovarli, potevi anche accorgerti della loro presenza. Erano sempre gli stessi quattro spettri, che si aggiravano per le vie del quartiere. Non è che si divertissero molto a bighellonare nelle vecchie viuzze, ma neanche si annoiavano. Si potrebbe dire che erano spettri allegri, di quelli sempre pronti a divertirsi alle spalle di qualche sempliciotto, ma senza cattiverie ecercando di limitare i danni al malcapitato. Per esempio, nascondevano l'auto a sor Amleto, quello della macelleria, quello che ci teneva tanto alla sua "Giulietta". E quello si affacciava dal negozio, e non la vedeva più lì parcheggiata vicino alla fontana. "Un'altra volta!", diceva a se stesso ad alta voce. "Ma chi è quer figlio... che se diverte a prenneme l'auto?". Si girava verso il suo lavorante, per scoprire una traccia di complicità nel suo sguardo, poi meditabondo gli diceva: "A Renato, sta 'n attimo qui, che vado a cercà la macchina". Si  metteva, così, alla ricerca dell'auto sino a quando, quasi disperato, finiva al commissariato. Il brigadiere lo fissava con aria eloquente, mentre la vittima della burla entrava. Infatti, dopo la quinta volta che sor Amleto sporgeva denuncia di furto dell'auto e puntualmente la vetture si ritrovava al solito posto parcheggiata, ossia proprio vicino la fontana, in commissariato avevano pensato che sor Amleto era un tipo che amava bere, e quando si ubriacava vedeva i fantasmi. Ossia si inventava la realtà, sino a giungere ai fantomatici furti d'auto. 
Lo facevano accomodare, come se si trattasse di un matto al quale bisognava accondiscendere per non farlo spazientire, compilavano la denuncia, lo rassicuravano specialmente quando il sor Amleto diceva loro che purtroppo un'altra volta qualcuno si stava divertendo alle sue spalle, ma la macchina era sparita. Quasi per scusarsi concludeva la denuncia, dicendo con un leggero sorrisetto sulle labbra: "Forse ce saranno li fantasmi, in piazza". Rideva Amleto, ma si stava convincendo che fosse proprio opera dei fantasmi questo poco divertente gioco che qualcuno ognitanto gli tirava.
Peggio, talvolta, andava a Giulio, il pizzicagnolo. Non si sa perché, ma alcune volte gli spettri entravano nel suo negozio e allora cominciavano a far cadere qualche bottiglia di olio oppure davano un colpetto al gomito di Giulio quando era alle prese con il taglio di un salame oppure di qualche prosciutto. Puntualmente, la conseguenza era una ferita a qualche dito e le preoccupanti lamentele della moglie, che gli diceva: "Ma vuoi stare attento, finirai per ammazzarti con quel coltellaccio". 
Povera donna, pensava che il marito si stesse invecchiando, e quei tagli fossero solamente i segni tangibili di un rincoglionimento  precoce. Invece, il figliastro di Giulio, altro pilastro del negozio, godeva sordidamente di tanta dabbenaggine. Senz'altro non era la riconoscenza, la caratteristica principale di questo giovane. Ma si sa, talvolta sono le persone più vicine a noi che ti colpiscono alle spalle.
Ma quello che soffriva maggiormente le incursioni degli spettri, era il mercante di mobili usati. Si narrava in giro, che aveva fatto una fortuna acquistando a due soldi mobili vecchi, rivendendoli poi a prezzi esagerati a qualche turista o riccone. Infatti, i venditori non si rendevano conto che quei "monumenti" ai tarli e alla polvere talvolta erano dei veri pezzi d'antiquariato. Quasi sempre l'ignoranza va a braccetto con la miseria, perché se sei povero hai poco tempo da dedicare alla formazione dello spirito. Ed il mercante questo lo sapeva bene, e perciò sfruttava al massimo "questi zoticoni", come lui li chiamava. 
Sapendo che il suo punto debole era il denaro, gli spettri si divertivano a nasconderglielo nei cassetti di qualche mobile accatastato nel magazzino. Quando il mercante si accorgeva dell'ammanco, cominciava a quasi a sbavare e se la prendeva con tutti quelli che gli stavano intorno: parenti, lavoranti, clienti. Ma poi doveva calmarsi perché gli difettavano le prove e gli restava quel torbido sentimento che è il rancore, ma contro tutti, e perciò contro nessuno. E questa circostanza non faceva che aumentare a dismisura il suo odio verso il genere umano.    
Di regola, i quattro spettri non tormentavano le donne, forse per una sorta di galanteria d'oltremondo, ma come ogni regola, c'era la sua eccezione. I tiri più pesanti e continuativi li dirigevano alla moglie del generale, e erano stati talmente "cattivelli" che la signora fu ricoverata per un lungo periodo presso una struttura psichiatrica. Infatti, quasi ogni giorno, passando presso l'abitazione della signora, le versavano della vernice rossa sulle mani mentre dormiva. La poveretta, appena sveglia, inorridiva alla vista di quel colore che le ricordava tanto il sangue. Il sangue degli innocenti, morti in ogni guerra, in ogni dove, e non visti con misericordia dagli occhi di chi volle, vuole e vorrà costruirsi una posizione sulle sofferenze altrui.
I quattro spettri, tutto sommato, si divertivano nelle vie del quartiere, specialmente da quando, decenni prima, avevano trovato in uno scantinato abbandonato delle pile di libri. La lettura era diventata un loro passatempo, un modo per evadere dall'eternità, ma ancora più efficace a questo scopo era riprodurre il mondo libresco nella realtà di quelle viuzze anguste: era la vittoria della fantasia, la rappresentazione della realtà partendo dall'irreale. Che mondo rovesciato! Ma, intanto, chi crede ancora agli spettri?

 



 

giovedì 27 settembre 2012

Là sotto qualcuno ti guarda

Ore 23.15, la televisione sventaglia raggi di luce sulla parete, l'arcobaleno in una stanza. Il sonoro è quasi al minimo, si percepiscono appena le voci degli intervistati, sono voci indistinguibili, ma poi, improvvisamente, di nuovo lui, inconfondibile. Vade retro Satana.              

      

martedì 25 settembre 2012

La crisi degli alloggi


"Quanto? Ma che siete matti? Per due camere, che sembrano quelle dei Puffi, un bagno, senza finestra, che se non spendi una fortuna in deodoranti per ambienti ti sembra di vivere vicino ad una cloaca, e una cucina, volete 170.000 €? E' un furto, ecco cosa è!", Sebastiano si era proprio arrabbiato. Ormai aveva smarrito ogni freno inibitorio, e smoccolava senza ritegno tutto il suo sdegno (forse sarebbe meglio dire incazzatura) sulla faccia dell'agente immobiliare. 
"Sa", diceva quest'ultimo imperterrito "è questo il mercato, non siamo noi a fare i prezzi. Le ho fatto vedere anche qualcos'altro di più economico, dipende da lei indirizzarsi verso il prodotto che più le si confà". 
A questo punto, Sebastiano era diventato di tutti i colori che sfumano verso un rosso vinaccio. "Mi ha fatto vedere altri prodotti? A me sembravano più che altro catapecchie neanche adatte per ospitare le pecore. Ma come fate a non vergognarvi. Il mercato! Ma che cazzo dite! Neanche sapete cosa è il mercato, dal momento che non è mai esistito in nessun posto al mondo! Questo si chiama decorticazione delle persone!".
L'agente immobiliare lo guardava senza né vederlo né sentirlo, immerso nei suoi pensieri fatti di obiettivi da raggiungere, per mantenere il posto, e del mutuo che aveva accesso per quella villetta a schiera, praticamente un stia per polli, dove l'odore del lusso era spruzzato su quegli agglomerati mediante il colore ocra che infestava le periferie in quel decennio. Il prezzo era veramente indecente, 280.000 € per 75 mq, su tre livelli. Una cosa incredibile! Ma era il mercato, gli avevano detto. 
E, a dire il vero, neanche lui aveva mai visto questo mercato. Comunque, questo era il credo di quegli anni, il mercato. 
Sebastiano, ormai, era una macchina sputaparole: a raffica inveiva contro l'agenzia immobiliare, l'agente, il proprietario, il mercato, il sistema di produzione, la vita di merda che bisognava fare, sino a prendersela con la Terra che ancora aveva voglia di girare. 
Aveva voglia di passare ai fatti, e malmenare l'agente immobiliare, ma si fermò in tempo, pensando che forse non c'entrava nulla con questa storia del mercato. "Senz'altro, anche lui dovrà campare in qualche modo", si disse Sebastiano. Cercò di ricomporsi e di asciugarsi il sudore che gli imperlava il volto. 
Salutò, cercando di essere cordiale, ma non riuscendoci, l'agente immobiliare, il quale pensava alla tabella che era affissa sul muro nell'ufficio, dove il suo nome era all'ultimo posto, dopo quelli dei suoi colleghi. Una tabella per indicare chi era il più meritevole a mantenere l'impiego alla prossima "razionalizzazione" produttiva nell'ambito dell'area di riferimento. E sì perché di tabelle, in tutta la nazione, ce n'erano tante ed ognuna racchiudeva persone (di agenzia, di area, di provincia, di regione, di nazione) e tutte dipendevano da un numeretto, che indicava se era sopra o sotto ad una riga che altri avevano prefissato. Questo è il mercato! Ma adesso c'era un altro credo: la crisi. C'è la crisi, e la riga tra sotto e sopra si alza. E più pensava a queste cose e più si incazzava. Ma di una rabbia diversa da quella di Sebastiano, in un lui, nell'agente, c'era una determinazione muta e ostinata a chiarire questi misteri della fede. 
Crisi, mercato, Pil, compatibilità, meritocrazia, modernità, a piccoli passi, nuove frontiere, le sfide, mettersi in gioco, edonismo, soggettività, privatizzazioni, sviluppo. Basta! Mai più!
Sebastiano avrebbe incontrato di nuovo quest'agente immobiliare, ma senza riconoscerlo. Avrebbe, infatti, detto altre parole, parole nuove in grado di aprire nuovi spazi e di dare nuove speranze, parole in cui non c'erano righe che dividevano chi era sopra e chi era sotto, ma curve che racchiudevano, che univano. Sarebbe stata una rivoluzione.

lunedì 24 settembre 2012

Sentimenti (5) A tutto sesto

"A tutto sesto", forse era questa la frase che il capo aveva detto al telefono, forse. Non ne ero affatto sicuro, anche perché non riuscivo a capirne il significato. "Che sia veramente un idiota, come mi diceva Maurizio", pensai ancora. Diceva perché dopo la terza volta che si era permesso di darmi dell'idiota, il povero Maurizio era caduto in una sorta di depressione irreversibile, da non riuscire più a dire alcunché. Povero Maurizio! Ma certe volte il Signore da ciò che uno si merita, altre volte bisogna aiutare il Signore. 
Scusate la divagazione, come dicevo, dopo la telefonata con il capo ero rimasto con questo dubbio: sesto o Sesto?, ma a quel punto di quale Sesto si parlava, di quello fiorentino o di San Giovanni?
Forse l'avrei chiesto a Sergio, che passava proprio di là, o di qua? Con la sua auto andava in lungo e in largo, sapeva sempre tutto e aveva le risposte per tutti e per tutto. Gli domandavi: "Quanto costa questo modello d'auto?", e lui pronto ti rispondeva: "Dipende". Aveva sempre la risposta pronta. 
Per fortuna, il capo mi richiamò prima che interpellassi il sapiente Sergio, il Solone contemporaneo, e mi disse: "Contrordine, ci vediamo Roncobilaccio".      

venerdì 21 settembre 2012

Una mantide misericordiosa

Ogni mattina che mandava il buon Dio, se ne andava in giro per ore nella città, facendo quasi sempre un percorso diverso, ma finendo, puntualmente verso mezzogiorno, al grande magazzino "Spendimeglioepoco". Lì aveva lavorato per molti anni sua moglie, sino a quando era stata licenziata con l'accusa di aver rubato una confezione di tonno. Dopo aver subito il processo per furto e condannata, anche se non aveva mai commesso ciò di cui era stata accusata, nel giro di qualche mese morì. Un infarto, disse il medico. Ma Franco, suo marito, sapeva esattamente il nome della malattia: ingiustizia. E allora Franco cercò un suo modo per pareggiare i conti con chi aveva causato la morte di sua moglie.
Pensò che l'unico sistema per colpirli, senza far scorrere il sangue, era far loro perdere quello a cui tenevano maggiormente: i soldi. Perciò, erano anni che chiudeva il suo giro quotidiano borseggiando il grande magazzino e, per rendere il danno ancor maggiore, talvolta si cimentava ad abbassare i prezzi dei prodotti. Decideva che per quel giorno avrebbe "promosso" un certo articolo ed allora, con una prezzatrice che "aveva preso in prestito" proprio dal luogo delle sue scorribande, ribassava il suo costo anche del 50%. 
I primi tempi aveva sentito la tensione che dallo stomaco gli giungeva sino alle tempie, il pulsare delle vene gli rimbombava nella testa. Avvertiva persino dei brividi gelati alla schiena. Ma adesso, dopo tanta esperienza accumulata, per lui era come ballare: con movimenti armonici si spostava da uno scaffale ad un altro, prendeva un profumo, oppure un libro, o qualsiasi altro oggetto, che venivano quasi assorbiti dal suo corpo.  "Oplà, adesso c'è, ed ora non c'è più".
Poi passava in altre corsie, e lì abbassa i prezzi. Il suo incedere, quasi ballando, sembrava il movimento di un ragno. Si fermava, si girava, stendeva una gamba in avanti, restando poi quasi in equilibrio su di essa, e improvvisamente uno scatto in avanti, verso lo scaffale, la testa girata per controllare l'eventuale arrivo di qualche vigilante e, poi, le sue mani, rapide, afferravano la preda. Con calma, si guardava nuovamente intorno e rimprendeva il movimento.
Spesso regalava il suo bottino a qualche amico o conoscente del palazzo, e uno dei beneficiati principali era senz'altro sora Assunta, la portiera dello stabile. Tutti lo consideravano un grande generoso, e in fin dei conti lo era, anche se faceva i regali con le tasche degli altri. Ma Franco non se ne preoccupava molto di questo aspetto, era moralismo d'accatto per lui. 
Chi, invece si preoccupava, ma delle perdite subite, era il direttore del grande magazzino. Oltre all'aumento vertiginoso del volume di oggetti taccheggiati, c'era una grande confusione nella gestione dei prezzi. 
Inizialmente, pensò che si trattasse di qualche lavoratore del magazzino che lo stava boicottando. Così richiese all'agenzia di vigilanza qualche "segugio" di provata capacità. Il responsabile le spedì il suo migliore scovatore di taccheggiatori: la signora Angela. Non aveva soltanto un nome così rassicurante, ma anche il suo aspetto fisico sembra tale da non potere arrecare danno ad alcuno, anzi la sua sola presenza avrebbe potuto determinare un clima di pace e felicità. Una bella signora, sui quarant'anni, con occhi azzurri e una lunga chioma bionda...  Ma non era così quando vestiva i panni della sorvegliante. Era difficile sfuggire ai suoi appostamenti, con il suo fare svagato e pieno di simpatia, riusciva a scovare anche il più abile taccheggiatore. 
Comunque, dopo una settimana di lavoro ininterrotto nel grande magazzino, non era ancora riuscita a scovare i responsabili di tanti furti. A quel punto, pensò che forse stava guardando verso la parte sbagliata. Senz'altro, non dovevano essere i dipendenti i responsabili di tutti gli episodi criminosi, doveva essere qualcuno che veniva dall'esterno. 
Il decimo giorno di lavoro ebbe la sensazione di avere assistito a qualcosa di sospetto. Come se un'ombra, nella corsia dei libri, avesse fatto un movimento impercettibile verso una pila di best seller, che improvvisamente e impercettibilmente era diminuita in altezza. Ma l'ombra era sparita appena Angela aveva cercato di focalizzare ciò che il suo cervello aveva percepito. "Finalmente individuato!", le risuonò nella sua testa, mentre un sorriso si disegnava, leggermente, sul viso glaciale della "Bounty Killer"
Anche  Franco aveva percepito la presenza di questa bella signora, troppo svagata nei modi, ma che nel contempo emanava una carica di energia inaspettata in una cliente qualsiasi, in un grande magazzino qualsiasi, in una cittadina qualsiasi. 
Dopo due giorni, si erano riconosciuti: preda e cacciatrice. Il ballo divenne sempre più lento e avvincente, specialmente perché da una parte si mettava in gioco la vita e dall'altra l'orgoglio dell'amazzone spietata. Si guardavano negli occhi con attenzione, quando si incrociavano. Alla fine arrivarono anche quasi a salutarsi, scambiandosi un impercettibile segno con la testa. Come dire "Salve, so chi sei, non me la farai!". 
Ma un giorno, accadde quello che doveva prima o poi accadere. Franco si distrasse, pensando agli occhi azzurri di Angela, al suo bel viso, ai capelli... e l'orologio che aveva afferrato se lo infilò nella tasca del cappotto mentre passava proprio la bella sorvegliante. Angela non aprì bocca, afferrò solamente Franco per un braccio e con una morsa, che non corrispondeva al suo aspetto di dolce signora, lo raggelò. Franco si fermò, poi piano si voltò verso di lei, che lo guardava con occhi glaciali, e la fissò muto, capì allora che forse l'avrebbe anche potuta amare, ma tra preda e cacciatrice non sono ammessi tali sentimenti. Anche Angela lo fissò intensamente e lesse i suoi pensieri, e si accorse che anche lei si era abituata a quella figura imprendibile, comprese la sua solitudine e tristezza, ma anche l'energia pronta a delle battaglie impossibili. Gli piacque e con semplicità gli disse: "Saprebbe indicarmi dove posso trovare sciarpe da uomo, sa, è un regalo per mio padre". 

Non sappiamo come andò a finire tra Franco e Angela, né se trovarono un modo per continuare il discorso che avevano iniziato in modo così poco ortodosso. Ma di cosa siamo certi, è che talvolta i nomi corrispondono alla sostanza (omen nomen), ma siamo anche certi che non è sempre così, perciò fate attenzione quando andate i giro per il mondo, specialmente se avete intenzione di appropriarvi di orologi che non sono vostri.

martedì 18 settembre 2012

lunedì 17 settembre 2012

La perfezione è troppo semplice

Era tutto perfetto: una spiaggia quasi incontaminata, un'aria frizzante e pulita, delle cabine immacolate. Tutto era perfetto nello stabilimento balneare "Bagni Cavalluccio Marino". 125 cabine, 300 sdraio e 300 ombrelloni, un bar e un chioschetto, un ristorante, 6 docce fredde e 4 anche con l'acqua calda, 4 bagnini, 8 inservienti, Nicola (il proprietario) in giro a controllare e a dirigere ogni tipo di lavoro e Luisa, la moglie, alla cassa, insieme alla sorella Francesca.
La loro vita era, finalmente, incanalando verso il benessere, la sicurezza economica, oserei dire, verso la ricchezza. I tempi dell'incertezza erano alle spalle, spariti,  insieme alla zia Maria. Sì, perché anni prima, improvvisamente, la zia di Nicola era scomparsa. Andarono al commissariato di zona per denunciare il fatto: la signorina Maria era uscita di casa la mattina, per raggiungere il centro a fare delle compere, e non era tornato neanche all'ora di cena. Avevano aspettato sino alle 22, sconvolti dall'ansia, perché la donna non era tipo da trascorrere la notte fuori casa. All'età di 50 anni, ancora signorina e con pochi grilli per la testa, Maria non era tipo da avventura con qualche sconosciuto. Infatti, si poteva dire, che le uniche persone che ancora frequentava, dopo aver liquidato la sua redditizia attività da commerciante, erano Nicola e sua moglie Luisa, i quali aveva ospitato nella sua grande casa, non avendo altri parenti all'infuori di quel nipote e di sua moglie, e che, oltretutto, non se la passavano neanche tanto bene. 
 La polizia iniziò le indagini, ma sembrava che la donna fosse svanita nel nulla. Alcuni vicini si ricordarono di averla vista nella via, che si dirigeva verso la fermata dell'autobus diretto al centro; furono sentiti dalla polizia anche i bigliettai, i quali la mattina avevano lavorato su quella linea. Uno di loro si ricordò, ma non ne aveva la certezza, di una signora, somigliante alla zia Maria, scendere al capolinea. Ma a quel punto, le indagini si bloccarono. Nessuno sapeva dire cosa le fosse capitato. Molte furono le voci intorno a questa storia: si andava, dalla fuga passionale, all'uccisione da parte di un bruto, alla perdita di memoria, alla caduta accidentale nel fiume e relativo accidentale affogamento, sino all'omicidio "in famiglia". Tutto e nulla era possibile, ma la verità sulla sua scomparsa era avvolta da un fitto mistero. 
La zia aveva lasciato soldi e gioielli, oltre a tre case e qualche pezzo di terreno in campagna. Tutte queste cose sarebbero andate a Nicola, in quanto unico erede. All'inizio, qualcuno del commissariato, pensò che dietro questa scomparsa, poteva esserci qualche fattaccio di eredità del tipo: "nipote squattrinato ammazza ricca zia". Ma le indagine su questo versante non portarono a nulla. C'era il movente, ma mancavano il cadavere, l'arma del delitto e l'ora dell'omicidio. Il nipote, quel giorno, aveva lavoricchiato come rappresentante di lucidi da scarpe e, girando in lungo e in largo la città con la sua vecchia auto, avrebbe anche potuto in quattro e quattr'otto ammazzare la zia e occultarla in qualche posto. Ma dove? Ad escludere questa pista, fu la testimonianza di un cassiere del bar della stazione. Si ricordava di aver visto una signora, molto simile alla scomparsa, in compagnia di un uomo alto, con i capelli castano chiari e lisci, che, dopo esser usciti dal negozio, si dirigevano verso i binari. 
Si dedusse, che la signora era partita, forse in compagnia di questo signore, la cui descrizione fisica non corrispondeva minimamente a quella del nipote. Perciò restava solamente da capire, se la donna avesse preso volontariamente o meno il treno. Ma chi lascia tante proprietà trasferendosi? Senz'altro la signora era stata rapita: ma con quale scopo? Nessuno aveva chiesto riscatti, perciò...
I familiari non vollero pensare mai al peggio, dicendosi convinti che prima o poi la loro zia si sarebbe fatta rivedere. Intanto, il nipote fu nominato amministratore dei beni della donna e piano piano le sorti economiche della coppia mutarono. Ormai aveva credito, e le banche furono disposte a finanziare anche l'acquisto dei "Bagni Cavalluccio Marino". Tutto andava bene, tutto era perfetto.
Trascorsero gli anni e la zia non si fece più viva, perciò fu dichiarata morta e Nicola ereditò tutti gli averi della zia. L'attività commerciale andava a gonfie vele e l'eredità non fece che rimpinguare ulteriormente il patrimonio di Nicola e Luisa. Erano trascorsi anche anni dal loro matrimonio e non avevano ancora figli. Ma nonostante la mancanza di bambini sembravano sereni. Solo qualche volta, si sentivano come dei lamenti provenienti dal loro grande appartamento, che prima era stato della zia. Erano dei lamenti incomprensibili, come se fosse una persona muta a lamentarsi. Ma erano talmente brevi e sporadici, che si pensò che dipendesse dalle tubature dell'acqua, ormai vecchie. 
Tutto era perfetto nella vita di Nicola e Luisa, anche se erano invecchiati, e di molto, dopo la scomparsa della donna.  
Tutto sembrava perfetto nella loro vita, ma tutta l'apparenza svanì quando i vigili del fuoco furono costretti a buttare giù la porta della loro casa, chiamati dagli inquilini degli appartamenti vicini, infastiditi da un tremendo puzzo di carogna. I vigili trovarono, disteso su di un letto, imbavagliato e legato, il corpo senza vita di una vecchia; mentre in cucina, stesi a terra, i cadaveri di Nicola e Luisa, che, si seppe dopo, si erano suicidati con il veleno.
Tutto era così perfetto.   

giovedì 13 settembre 2012

Non svegliare il cane che dorme


"Ieri notte, un macello, che fracasso, Madonna mia, che paura", la signora Adelaide aveva ancora il terrore negli occhi. Parlava, parlava, parlava, era forse la decima volta che ripeteva con le stesse identiche parole quello che le era capitato durante la notte. Come al solito si era coricata, dopo aver recitato il rosario, verso le 20.30. Da quando era morto il signor Domenico, suo marito (e lei era rimasta sola nella grande casa al centro del paese), andava a letto sempre a quell'ora. Anche perché non c'era molto da fare in casa, vivendo praticamente solo nella spaziosa cucina e nella camera da letto, lasciando le altre quattro stanze in balia della polvere che si accumulava da anni. Forse qualcuno, troppo pignolo, direbbe che avrebbe potuto trascorrere meglio il tempo dedicandosi a rassettare di tanto in tanto la casa, ma la signora Adelaide non aveva più voglia di fare alcunché. E questo per lei era più che sufficiente per giustificarsi davanti a questi "critici" da strapazzo.
Allora, si diceva, che si era coricata assai presto, ma verso le due o le tre del mattino, un fracasso infernale l'aveva svegliata di soprassalto. Il cuore le andava a mille, tant'è che aveva pensato, preoccupata: "Se non mi calmo, ci resto stecchita!". Pregando la Madonna e tutti i santi, si era fatta coraggio e acceso l'abat jour, si era guardata intorno e non aveva visto nulla di insolito. "Forse il rumore proviene da fuori", si disse per convincersi che la sua vita poteva continuare a trascorrere nella solita routine. Spense la luce e provò a riaddormentarsi. Ma non c'era niente da fare, non riusciva più ad assopirsi. La sua mente cominciò a vagare nel passato, ai tempi dell'infanzia, a quando, adolescente, era ancora piena di speranze. Le tornarono in mente gli anni trascorsi con Domenico, le gioie e i dolori della vita di coppia, i figli, cresciuti e partiti per altre lidi, i nipoti visti qualche volta alle feste natalizie, quando la famiglia si riuniva per festeggiare lo stare insieme. Tutto sommato non poteva lamentarsi, fino allora aveva trascorso una vita tranquilla, senza troppi alti, ma neanche troppi bassi. Sì, in fin dei conti non poteva lamentarsi nei prossimi, forse pochi anni, che le restavano da vivere. Ma, comunque, c'era qualcosa che la infastidiva. Un pensiero che si nascondeva in qualche meandro del suo cervello, e che le dava un leggero malassere, come quando si ha quel piccolo mal di denti, che solo da lì a breve si manifesta appieno. Un fastidio intermittente, una presenza fastidiosa. Perciò decise di alzarsi e andare in cucina per farsi un buon caffè. 
Mentre sorseggiava il caldo liquido scuro, le venne in mente che forse tutto quel fracasso che l'aveva svegliata proveniva da qualche stanza chiusa. Si diresse verso quello che era stato il soggiorno, aprì la porta, accese la luce e si accorse che la libreria era venuta giù, quasi sbriciolandosi. In terra, tutti sparpagliati, i libri della loro vita, quei libri in cui avidamente avevano assorbito le esperienze e le storie di tanti scrittori, personaggi, eroi ed eroine. Storie di vite gettate o vissute, istruzioni per vivere e per essere felici, saggi su cui riflettere, imparare e poi dimenticare. 
Iniziò a raccoglierli, a spolverarli, a sfogliarli e ad accatastarli in un angolo della stanza, che intanto aveva spazzato. Ad un certo punto, tra i libri di poesie, alcuni saggi, romanzi e quant'altro, le capitò un suo diario, di tanti anni prima, che aveva quasi dimenticato di avere e che, evidentemente aveva nascosto così bene da occhi indiscreti, da non averlo più ritrovato. 
Lo sfogliò con curiosità, all'inizio, ma poi piano piano fu avvolta da mille sentimenti, dai ricordi, da cose dimenticate.

E solo fino a qui raccontò, ai vicini, ciò che l'aveva fatta scattare dal letto terrorizzata. Ciò che non disse, fu che in quelle pagine, c'era il ritratto di un'altra persona: lei e l'altra non coincidevano, era come se avesse trovato il suo doppio. E quest'altra persona l'affascinava e la preoccupava, era troppo diversa da lei. Ma il fascino era troppo forte, tanto forte che sentì che la sua vita dall'indomani sarebbe cambiata, sarebbe entrato nella sua testa un refolo di sana pazzia.  

mercoledì 12 settembre 2012

Sentimenti (4)


Sembrava la scena di un telefilm del grande tenente Colombo (lui si che era un mito), quando Peter Falk domanda ad un suo collega: "Perché non ha affittato prima un'auto?". Il tenente si riferiva al fatto che il presunto assassino (presunto perché noi spettatori già sapevamo che non era stato lui a organizzare il riscatto e ad uccidere la moglie del vero colpevole, un facoltoso fotografo, con tanto di amichetta) andava in giro con il taxi spendendo una fortuna, senza avere alcuna fonte di reddito, invece di noleggiare un'auto, cosa che fece solo successivamente. Se lo avesse fatto prima, avrebbe senz'altro risparmiato. 
Invece, era il nostro capo che ci convocava perché voleva porci una domanda (solo pro forma, perché lui già sapeva la giusta risposta, ma che gusto c'è ad essere intelligenti, se non si hanno spettatori? E questo il capo lo sapeva, ossia sapeva anche questo, oltre alla risposta della domanda che voleva porci. Spero che sia tutto abbastanza chiaro, ma quando il capo chiama mi prende un'agitazione!). 
Allora, ero rimasto alla convocazione, sì, ecco. Ci chiama e ci domanda, dopo averci fatto accomodare, nella sua nuova roulotte. Sì, avete capito bene, il capo gira un roulotte, mica è uno che vuole mettere radici, anche se ha la testa sul collo. Ci fa accomodare, e ci chiede a brucia pelo: " Perché bisogna decrescere, quando già siamo in decrescita?".
Bella domanda! "Forse perché così si può produrre per i bisogni veri?", azzardo io. Il capo mi guarda e sorride, con discrezione, ma sorride. 
"Allora", rilancia un mio collega "perché decellerando non si finisce contro un muro". 
"Cosa?", dice il capo, incredulo da ciò che ha appena sentito. "No, non ci siamo. La domanda è sempre quella di Colombo: 'Perché non ha preso l'auto in affitto prima? Dai, dovete arrivarci con il ragionamento". 
Non c'era nulla da fare. Non si può competere con il capo. La risposta, alla fine, risultò abbastanza semplice, ma non ci saremmo mai arrivati.
Qual è la risposta? Ma è talmente ovvia: Ideologia. 
Grande il capo, certe volte sembra il tenente Colombo.                

lunedì 10 settembre 2012

Non litigare

C'erano una volta due cardi rinsecchiti, che quasi sempre discutevano animosamente in mezzo ad un campo. Dopo tanto strillare e imprecare, le loro voci si arrochivano, anche perché la loro età non era più quella di un giovane virgulto. Uno, con fare deciso, rimproverava all'altro di essersi messo troppo vicino, e così facendo non gli lasciava un minimo di spazio vitale. Ma l'altro, anche lui abbastanza esagitato, gli rispondeva che, anzi, doveva ringraziarlo perché, essendo così vicino,  lo riparava dai raggi del sole delle ore pomeridiane. "Se non ci fossi io, chissà come sarebbe ridotta quella faccia grinzosa che ti ritrovi!". 
Ma quell'altro, a cui non mancava la risposta pronta, di rimando: "Ah, così sarei io che dovrei ringraziarti? Ma se non ci fossi io a beccarmi tutta l'aria fredda del Nord, avresti da un pezzo la polmonite. Pensi che non ti senta, ogni sera appena cala un po' di umidità, tossire come un fumatore incallito?".
E così andavano avanti per ore e ore, per giorni e giorni. Arrivarono, addirittura, a scambiarsi offese ben più pesanti, del tipo: "Come tira un po' di vento, vai a destra e a manca. Che tipo volubile!". Oppure: "Se invece delle radici, avessi dei piedi, ti prenderei a calci tutti i giorni!". O anche: "Forse non sei neanche un cardo, senz'altro sei qualche scherzo della genetica". 
Poi, improvvisamente, decisero che non potevano andare avanti così, anche perché intorno a loro avevano fatto terra bruciata. Le altre piante preferivano tenersi alla larga da tanto gridare ed imprecare. Così pensarono di affidarsi al giudizio di un terzo, raccontandogli la loro storia, ciascuno con la propria versione. Sì, avrebbero fatto così, per appianare, finalmente, le loro divergenze. Qualcuno avrebbe assegnato la ragione all'uno o all'altro. Ma ora, il problema, era trovare qualcuno. Come dicevamo, intorno a loro non c'era più alcuno, e in quel periodo dell'anno raramente si vedeva anima viva in mezzo ai campi. Sì, talvolta passava velocissimo un calabrone, il quale, però, neanche si accorgeva che veniva chiamato dai due cardi, tanto era la velocità e il rumore delle sue ali. Oppure svolazzava una farfalla, che come un ubriaco, andava su e giù, poi a destra e a sinistra, e pareva talmente svampita, che i due si guardavano bene di mettere il proprio destino nelle mani di quell'essere tanto leggero. 
Quando ormai avevano perso ogni speranza di redimere la loro diatriba, ecco che videro giungere da molto lontano un bambino. Fischiettava, mentre, quasi zompettando, se ne andava lungo la via. Portava con sé un ombrello perché le nere nuvole in alto nel cielo avvisavano che da lì a poco sarebbe venuto giù un bell'acquazzone. Chissà perché, ma quel bambino felice, che se ne andava per i campi, facendo roteare il suo ombrellino chiuso, diede loro una grande fiducia. "Sì, potrebbe essere il nostro giudice", dissero quasi all'unisono. Il bambino si avvicinò e quando era abbastanza vicino, da essere interpellato dai due cardi, li colpì, così per gioco, con il suo ombrellino, recidendoli di netto. E senza interrompere il suo saltellare felice, né il fischiettare, continuò per la sua strada, guardando il cielo e rotando l'ombrellino.

Non so se vi possa essere una morale, ma forse potremmo trarre comunque qualche insegnamento da questa breve storia. Per esempio, che è sempre meglio non litigare per delle sciocchezze, specialmente se sei piantato in terra con le radici. E, innanzitutto, è sbagliatissimo affidare la soluzione dei propri problemi a degli sconosciuti, per di più se essi sono solo dei bambini con un ombrellino.

sabato 8 settembre 2012

Gliese Erde



Dal diario di bordo

...da quando siamo partiti, abbiamo percorso metà della distanza per raggiungere il nostro obiettivo. Io, il capitano della nave interplanetaria X309, e altri 20 uomini dell'equipaggio, controlliamo il volo. Il nostro è un carico importante. Trasportiamo 345 individui, maschi e femmine, in gran parte giovani, che hanno una caratteristica in comune: tutti provengono dalle migliori famiglie della Terra. Tra loro ci sono soggetti di ogni credo religioso e di ogni razza, ma tutti posseggono "l'appartenenza" a quel gruppo di potere che domina il nostro mondo...

...alcuni decenni fa fu scoperto un pianeta, successivamente chiamato "Gliese Erde", che aveva le stesse caratteristiche della Terra, un pianeta fuori del nostro sistema solare. Le nazioni più influenti militarmente ed economicamente decisero di creare un ente sovrannazionale che si occupasse dello studio della possibile colonizzazione di Gliese Erde. A questa impresa furono stanziate ingenti somme di denaro,  non si lesinarono risorse per raggiungere uno scopo che diventava giorno dopo giorno più urgente. La Terra era letteralmente allo stremo, la popolazione era cresciuta negli ultimi due secoli in maniera quasi esponenziale e le risorse naturali si stavano velocemente esaurendo. Le strade che si avevano davanti erano due: o un ritorno a sistemi produttivi pre-tecnologici oppure una guerra per il controllo delle ultime risorse terrestri. 
La scoperta di Gliese Erde offrì una terza soluzione, quella di colonizzare il pianeta e di trasferirvi i "migliori" della Terra, lasciando alla loro sorte i miliardi di individui senza storia né futuro... 

...ormai ne sono certo, la Terra non esiste più. E' da molto tempo che non riceviamo alcun segnale dalla base. Nell'ultimo, ci informavano che le condizioni di vita sul pianeta erano pessime. La guerra aveva devastato interi continenti, ma letteralmente. Infatti, gli eserciti che si affrontavano avevano deciso di utilizzare l'arma di distruzione terrestre chiamata "Apocalisse", un sistema d'arma in grado di scatenare terremoti e cataclismi. Quest'arma era stata bandita, mediante accordi sottoscritti da tutte le potenze, perché il suo impiego avrebbe messo in discussione la stessa esistenza del pianeta. Era stata immaginata come arma di dissuasione, una sorta di garanzia di equilibrio del terrore fondato sull'istinto di sopravvivenza dell'animale uomo. Ma evidentemente, l'uomo era diventato troppo uomo, per mantenere questo istinto. Tant'è vero, che nonostante gli accordi internazionali, non era stata distrutta. E' angosciante pensare che qui, su questa nave spaziale, ci sono gli ultimi rappresentanti della nostra razza. Abbiamo l'arduo compito di ricreare daccapo l'esistenza umana su un altro pianeta e, speriamo, con presupposti diversi... 
  
...dovevamo esser giunti da un pezzo nell'orbita di Gliese Erde, ma evidentemente i nostri scienziati hanno commesso un grosso errore oppure il pianeta è scomparso. Ormai siamo senza base né obiettivo, una nave spaziale alla deriva, con 345 persone ibernate e 21 androidi alla sua guida. Questi sono i numeri di ciò che resta dell'umanità: un nulla che vagabonda nello spazio, sino a quando un incidente qualsiasi non fermerà il viaggio di questa nave. Ciò che resta dell'essere umano dorme, incosciente del suo futuro che non c'è più. 
Che un loro Dio qualsiasi ci ascolti...

giovedì 6 settembre 2012

Il testamento di Tito


Non avrai altro Dio all'infuori di me,
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse venute dall'est
dicevan che in fondo era uguale.

Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.

Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:

ma forse era stanco, forse troppo occupato,
e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano,
davvero lo nominai invano.

Onora il padre, onora la madre
e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone:

quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.
Quanto a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.

Ricorda di santificare le feste.
Facile per noi ladroni
entrare nei templi che riguargitan salmi
di schiavi e dei loro padroni

senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.

Il quinto dice non devi rubare
e forse io l'ho rispettato
vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato:

ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.

Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l'ami
così sarai uomo di fede:

Poi la voglia svanisce e il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore:
ma non ho creato dolore.

Il settimo dice non ammazzare
se del cielo vuoi essere degno.
Guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno:

guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.
Guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.

Non dire falsa testimonianza
e aiutali a uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino,
e scordano sempre il perdono:

ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.

Non desiderare la roba degli altri
non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:

nei letti degli altri già caldi d'amore
non ho provato dolore.
L'invidia di ieri non è già finita:
stasera vi invidio la vita.

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:

io nel vedere quest'uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l'amore


("Il testamento di Tito" di Fabrizio D'Andrè) 


 http://www.youtube.com/watch?v=z_m9EoFPKV4

mercoledì 5 settembre 2012

Appeso ad un filo

Foto di Petra Kurz
Nella vita non si impara mai a sufficienza: guardate me, in questo momento, mentre penzolo, appeso ad un albero, all'altezza di una quindicina di metri dal suolo. I lanci con il paracadute sono routine per me, sono circa settant'anni che mi butto nel vuoto. Prendo il solito aereo, quello che va dall'emisfero destro a quello sinistro del mio cervello ed a un certo punto mi scaravento fuori. Finora non era mai accaduto nulla, sì, talvolta ho rischiato di dare una risposta non appropriata, oppure di commettere una gaffe, o di prendere delle decisioni sbagliate ma prontamente, grazie al mio fisico atletico (nonostante l'età), con una giravolta riuscivo a ricadere in piedi. Neanche un graffio, solo un leggero rossore in volto, che non veniva neanche percepito. Per me, quindi, non c'era proprio nulla da imparare, come dicevo, sempre la solita routine. Ma oggi qualcosa non è andato per il verso giusto. C'è chi dirà che forse ultimamente ho fatto uso di droghe o di alcolici, ma sono costretto a contraddirli: mai consumato quelle cose, sono sempre così al naturale. Eppure oggi, non ero il solito, me lo sentivo che sarei incappato in qualche errore: una parola di troppo, oppure troppa sicurezza nel dialogo, un fraintendimento non chiarito, oppure un doppio o triplo gioco non riuscito ed ora sono qui in questo groviglio di rami e aspetto. Cosa? Aspetto che finisca la nottata, per ricominciare con i consueti giochi, sperando che la "Comare secca" non si decida a togliermi di mezzo prima che possa riorganizzare un altro bel viaggio.

martedì 4 settembre 2012

Ai confini di un mondo

Dal cortile vengono su le voci gridanti dei bambi­ni, che giocano, insieme al rumore della strada: clacson, motori, frenate. Ma non sono voci festose, quelle dei bambini: c'è in loro aggressività, la stessa aggressività della strada. Mi ven­gono in mente le giornate di giugno, quando anche io, bambino, appena terminata la scuola riconquistavo le vacanze estive nell'ozio degli impolverati stradoni della periferia romana, oppure nella Ostia degli stabilimenti balneari. Anche i giochi di allora erano carichi di violenza e di sopraf­fazione: ogni divertimento era l'occasione per misurarci, per competere, per imitare la vita dei grandi. Ma allora, almeno mi sembra, era tutta un’altra cosa l’adolescenza.
Gli scampoli di prato costituivano ancora pezzi vivi di agro romano; a pochi metri dalla strada potevi vedere le pecore brucare l'er­ba, sorvegliate dai cani bianco-sporco del pastore, le lucertole si potevano trasformare in serpi, le casematte della II scem­piaggine mondiale, rifugio di cacate e delle prime fumate di Esportazioni trafugate ai padri durante la loro pennichella pomeridiana, diventavano spazi per esercitare i languidi e puri amori di mezz'ora che sarebbero durati, nei ricordi, un'eternità. I sapori e i profumi di Adele, Luciana, Fiorella, Stefania così strani e selvaggi come l'erba del pratone; le loro braccia e le gambe, sbucciate e sporche di fango dopo le corse per il na­scondino, tali e quali alle mie, avevano però una leggerezza e delicatezza diverse dai miei arti ossuti. Gli unici rumori, oltre a quelli delle voci delle donne che chiamavano quasi ad in­termittenza i propri figli, che dominavano l'aria calda e pol­verosa delle strade vicino alla mia casa, erano di noi ragazzini, alla continua ricerca di noi stessi. Le targhe delle auto erano ferme al “Roma 900...”, e la Giulia 1300 Super era la mac­china dei macellai e dei "papponi". 
Ed il mare era ai confini del Mondo, in quella lontana Ostia che rappresentava l'ultima stazione di un treno diretto verso la "Modernità".  Da quel mare partirono i miei parenti per fare fortuna, ed erano anche ritornati con tante storie e pochi soldi. 
L'ultima stazione: dall'altra parte c'era ancora un mondo nuovo, che da lì a breve avremmo avuto anche qui da noi, anche senza volerlo, quell'effimero sapore di ricchezza senza sforzi, in cui l'effimero non sarebbe neanche stato divertente, con il suo carico di droga e violenza. 

domenica 2 settembre 2012

Mayday

"Per salvarti la vita devi uscire da qua
devi lasciare la vecchia strada e fare un passo più in là
la direzione nuova la devi scegliere tu
per salvarti la vita devi rischiare di più"
.(*)


Correva a perdifiato lungo una strada quasi buia. Qualche sporadico lampione illuminava le pozzanghere che evitava facendo dei piccoli salti. Ogni tanto guardava dietro, per vedere se fosse riuscito a distanziarli. Niente, stavano sempre lì, quei due tizi che neanche conosceva. Stava rincasando, percorrendo la solita via, quando gli si erano accodati quei tipacci. Allora, aveva accelerato il passo, nella speranza che avesse solamente frainteso le loro intenzioni. Purtroppo, l'inconscio ne sapeva più di lui: quelli lo stavano inseguendo. Iniziò a correre, e gli altri due erano sempre dietro. 
Pensò che doveva inventarsi qualcosa, forse doveva gridare, chiedere aiuto. Ma come fare! Correre e gridare! Mica era Mennea. Mennea? Gli venne da pensare che aveva le citazioni vecchie. "C'è quello forte adesso, sì, il giamaicano, come si chiama? E io tiro in ballo Mennea". 
"Lascia perdere Mennea e corri", si consigliò. E aveva ragione, come ci si può baloccare con questi argomenti quando c'è qualcuno che vuole farti la festa! Si voltò, e dietro non c'era più alcun inseguitore. Ma non si fermò, continuò a correre, ansimando. 
Gli sembrò di non conoscere i luoghi, in cui era capitato correndo. Non doveva essere molto distante dalla sua abitazione, eppure quel palazzo non ricordava di averlo già visto. Il grande portone di accesso richiamava un edificio ottocentesco, un signorile edificio ottocentesco, quando i proprietari vi entravano con le carrozze. Si girò nuovamente, e la strada era deserta. Un passo in là e si trovò all'interno di un cortile: una a sinistra e l'altra a destra dell'entrata c'erano due scale. Imboccò quella di sinistra, prima rampa, seconda rampa e lì c'era una porta aperta. Si fermò un attimo per sentire se dall'appartamento provenissero dei rumori. Improvvisamente  qualcuno da basso chiuse il portone, e pensò che potessero essere i suoi inseguitori. Lasciò ogni indugio ed entrò nella casa.  
La luce dei lampioni della strada penetrava dalle finestre, velando le stanze di un chiarore rassicurante. Si accorse, così, che l'appartamento era vuoto, non c'era alcun mobile, niente, eccetto uno specchio attaccato alla parete. Vi si avvicinò e vide un'immagine che vi  si rifletteva, ma non gli parve la sua. Era più giovane e meno stanco, quello che lo guardava dallo specchio. Anzi, gli sembrò che il giovane dello specchio lo squadrasse preoccupato e curioso. Però, aveva qualcosa di famigliare, quel tizio. Fece due passi indietro e si appoggiò alla parete e piano piano si lasciò andare in terra: era stanco e la tensione della fuga se ne stava andando. Inoltre, voleva tenere d'occhio l'immagine riflessa nello specchio. Il sonno lo avvolse all'improvviso e lui si lasciò vincere senza fare resistenza. Era così dolce sprofondare in quell'oblio.


La sveglia lo fece balzare dal letto alle 5.°°, come ogni mattina, da tanti anni. Ma oggi sentiva che era un giorno diverso, un nuovo giorno. Si ricordò, improvvisamente, di quando era giovane e pieno di speranze, ricordò anche una sua foto che la madre teneva appesa alla parete dell'ingresso di casa, quando abitavano in quel palazzone ottocentesco. E poi pensò a Mennea. "Ma che c'entra Mennea?", gli venne da pensare. E una nostalgia infinita per come era da giovane, e una rabbia altrettanto infinita per come era adesso, penetravano nel suo corpo. Oggi sarebbe stato un altro giorno, questo, per lui, era certo.

"Devi cambiare indirizzo e telefono, devi cambiare città
e non aver paura di non farti più trovare
vattene, vattene adesso
ed io farò lo stesso
non ti voltare
non c'è nessuno da ringraziare".(*)
   



(*) dalla canzone "Mayday" di Francesco De Gregori


             

sabato 1 settembre 2012

Il teorema di Patrizio

"Scendere per poter risalire". Aveva ascoltato questa frase alla radio, durante una trasmissione (chissà quale), di una emittente (che nome aveva?), dove due (forse) intervistati rispondevano ad alcune domande del solito giovanil-vegliardo-simpatico-patinato conduttore. Anche gli intervistati dovevano essere della stessa pasta, perché Patrizio, mentre lavava i piatti della cena della sera precedente, si era detto tra sé: "Che roba? Ma senti come gracchia con quella vocetta da saputello, tutto ammiccamenti e citazioni! Chissà che faccia da stronzo avrà!". E sì, Patrizio certe volte è eccessivo quando si innervosisce, e negli ultimi tempi era spesso nervoso. Perché era nervoso? Non è importante ai fini del nostro racconto, ma potremmo dire che era in quella nicchia di precari del nuovo Occidente che attualmente assomiglia tanto ad un paese senza speranze, dal momento che anche le speranze costano.
Ma questa è un'altra storia. La nostra, oseremmo dire, è meno prosaica, vola ad altezze da vertigine e vuole avere una funzione formativa. Specialmente ora, in cui nessuno forma o si forma, oppure si in/forma. Ma questa è ancora un'altra storia. 
Torniamo a Patrizio e alle sue riflessioni sulla frase ascoltata distrattamente alla radio, in un giorno di pioggia (questo non l'avevo detto), mentre lavava i piatti della cena (questo già lo sapevamo). Era incazzato, e questo, anche se per grandi linee, era noto, ma a un certo punto gli entrò in testa quella frase. La trasmissione continuava con il tubare delle vocette "tanto l'ora". Patrizio, che già non li seguiva prima, a quel punto era quasi in uno stato di estasi. Quella frase lo aveva illuminato, "Scendere per poter risalire", lo aveva avvolto di significati e di idee, che gli tamburellavano in testa come le gocce sul vetro della finestra. 
Non era una speranza, neanche un ossimoro, era un teorema algebrico: "se x scende e nel tempo t tocca il fondo, se mantiene invariata la forza, non potrà che risalire". Ecco dove era il mistero e il fascino della frase: il mantenimento della forza. Si può anche scendere, ma per risalire si deve mantenere la forza. E allora Patrizio ebbe una nuova folgorazione: "Non bisogna disperdere la forza".
"Ma per non disperdere la forza, occorre l'unità", gli venne quasi spontaneo di pensare. In quel preciso momento, con le mani immerse nel liquido marroncino, tiepido e con qualche bollicina di un sapone per piatti esausto contro l'unto dei piatti, Patrizio aveva fatto un grande passo verso il Cielo: Unità. L'altro passo sarebbe stato, senz'altro, che Uno è Tutto e Tutto è Uno. E poi... 
Ma questa è un'altra storia, ve la racconteremo in seguito.