domenica 28 ottobre 2012
sabato 27 ottobre 2012
Sentimenti 8
"Ormai è sicuro, è tutto un complotto", questa verità non ci veniva data dal capo, ma da un tizio, forse alquanto alticcio, che aveva composto il nostro numero telefonico e iniziato a parlare, senza interessarsi chi stesse dall'altra parte dell'apparecchio. Diceva che si trattava di una montatura, "quei due gaglioffi si sono messi di buzzo buono per rovinarmi. Ma adesso vedranno!".
Quello più giovane di noi, al quale era capitata la "fortuna" di rispondere al telefono, aveva cercato, inizialmente, di fermare quella valanga oratoria. "Guardi, che lei deve aver fatto un numero sbagliato, qui non c'è alcun Mario". Ma l'altro neanche lo aveva ascoltato: parlava, parlava, parlava.
"Io so chi c'è dietro. Mi vogliono rovinare, io ho famiglia, anzi, ho famiglie, e quelli non si rendono conto che spesso si fanno queste cose per i figli, mica per se stessi. Ma quelli niente, non ci sentono da questo orecchio. Dovrò usare altri sistemi. Salterà il telo, sì, salterà".
E parlava di complotti, di veli che si sarebbero squarciati, di principi infranti ecc.
Ad un certo punto il capo decise di intervenire, per interrompere la giaculatoria del tristo figuro. Prese la cornetta del telefono e disse allo sconosciuto: "Signore, la informo che il numero che lei ha composto ha un prezzo al minuto di 7,50€ più Iva, attualmente è da 25 minuti che lei utilizza questo numero, pertanto il costo attuale del...", si udì in click fulmineo: il tizio aveva riagganciato.
Il capo si voltò verso di noi e disse soddisfatto: "Certi tipi non sopportano di perdere i soldi. Anche perché la faccia la possono cambiare spesso".
venerdì 26 ottobre 2012
Le cose
"Egli deve osservare il mondo sensibile con perspicacia, con freschezza d'impressione e con buon senso e poi abbandonarsi ai suoi sentimenti: non deve speculare con la sua mente per cercare d'intendere ciò che le cose significano, ma se lo deve far dire dalle cose stesse".
Aveva trovato il suo quaderno di appunti, dove trascriveva idee che gli passavano per la mente oppure delle frasi, estrapolate da qualche libro, che riteneva particolarmente interessanti e significative. Aprendolo, si imbatté casualmente in questa citazione, che non sapeva proprio dove l'avesse pescata; infatti, alla fine di quelle righe scritte, c'era solamente il numero della pagina ed era la pagina 20. Ma evidentemente quella frase era stata illuminante per lui, sia quando l'aveva letta per la prima volta, sia adesso, che l'aveva ritrovata. Era come se avesse sempre saputo questa semplice verità, che la sua vita quotidiana tendeva a velare mediante le preoccupazioni, le azioni dovute, le ansie per il futuro, lo stress delle relazioni sociali in una società lontana da ogni naturalità.
"Le cose sanno il loro significato e te lo possono comunicare se sei in grado di ascoltarlo", pensò. E allora lasciò stare tutto quello che stava facendo (o che aveva intenzione di fare). Chiuse gli occhi e richiamò in sé tutte le cose che si ricordava che lo circondavano in quella stanza. E si accorse che ad ogni oggetto era collegato un ricordo, un particolare momento della sua vita, un volto, un sorriso o una lacrima, una frase detta o solamente pensata. E da questi ricordi se ne sviluppavano altri, che non si fermavano agli oggetti che stavano in quella stanza, ma si diramavano nel mondo ed incontravano altri oggetti e altre persone. E questo tutto aveva voglia di parlare con lui, di dirgli cosa erano e cosa facevano. Udiva, ora, nella sua anima, verità che forse già sapeva, ma che non aveva mai avuto la forza di sapere. Tutto diventava semplice ed immediato, dentro di sé c'era un mondo, un altro mondo, altri mondi dai quali attingere il senso della vita.
Aprì gli occhi ed una luce abbagliante entrò in sé, capì che la sua vita non sarebbe cambiata improvvisamente solo perché aveva scoperto alcune cose che già possedeva, ma senz'altro aveva aperto una finestra ed aria nuova era entrata a spazzare un po' di polvere dalla vecchia mobilia.
Aveva trovato il suo quaderno di appunti, dove trascriveva idee che gli passavano per la mente oppure delle frasi, estrapolate da qualche libro, che riteneva particolarmente interessanti e significative. Aprendolo, si imbatté casualmente in questa citazione, che non sapeva proprio dove l'avesse pescata; infatti, alla fine di quelle righe scritte, c'era solamente il numero della pagina ed era la pagina 20. Ma evidentemente quella frase era stata illuminante per lui, sia quando l'aveva letta per la prima volta, sia adesso, che l'aveva ritrovata. Era come se avesse sempre saputo questa semplice verità, che la sua vita quotidiana tendeva a velare mediante le preoccupazioni, le azioni dovute, le ansie per il futuro, lo stress delle relazioni sociali in una società lontana da ogni naturalità.
"Le cose sanno il loro significato e te lo possono comunicare se sei in grado di ascoltarlo", pensò. E allora lasciò stare tutto quello che stava facendo (o che aveva intenzione di fare). Chiuse gli occhi e richiamò in sé tutte le cose che si ricordava che lo circondavano in quella stanza. E si accorse che ad ogni oggetto era collegato un ricordo, un particolare momento della sua vita, un volto, un sorriso o una lacrima, una frase detta o solamente pensata. E da questi ricordi se ne sviluppavano altri, che non si fermavano agli oggetti che stavano in quella stanza, ma si diramavano nel mondo ed incontravano altri oggetti e altre persone. E questo tutto aveva voglia di parlare con lui, di dirgli cosa erano e cosa facevano. Udiva, ora, nella sua anima, verità che forse già sapeva, ma che non aveva mai avuto la forza di sapere. Tutto diventava semplice ed immediato, dentro di sé c'era un mondo, un altro mondo, altri mondi dai quali attingere il senso della vita.
Aprì gli occhi ed una luce abbagliante entrò in sé, capì che la sua vita non sarebbe cambiata improvvisamente solo perché aveva scoperto alcune cose che già possedeva, ma senz'altro aveva aperto una finestra ed aria nuova era entrata a spazzare un po' di polvere dalla vecchia mobilia.
mercoledì 24 ottobre 2012
Telepatia
"Hai una mente malata", disse Cinzia al suo spasimante, mentre gettava in terra l'ultimo regalo che lui le aveva donato. Un vecchio pitone di piume fucsia, eredità della vecchia nonna che aveva lavorato presso un cafè chantant...
"Non va, non va", si lamentava Enrico. "Oggi non ho alcuna idea accettabile da pubblicare. Dovrò smettere di scrivere queste scempiaggini". Enrico era veramente addolorato a causa di questa mancanza di ispirazione, che lui sperava momentanea. Inavvertitamente, pigiò il tasto sbagliato, ed invece di memorizzare ciò che aveva appena scritto lo pubblicò sul blog.
Il giorno successivo, appena "entrò" nel suo blog, si accorse del marchiano errore che aveva commesso; ma il suo errore non era passato inosservato. Infatti, quando aprì la posta elettronica, si accorse che altri utenti della rete avevano notato la cosa e inviato una email per chiedergli lumi sul significato del post. Ma tra queste ce n'era una che non comprese immediatamente. Essa testualmente diceva: "Se è fucsia me lo dovresti restituire, perché sarebbe l'eredità della nonna. Per me è un ricordo. Contattami al più presto". Enrico rimase perplesso per questo testo per lui incomprensibile e pensò, inizialmente, a uno scherzo, anche abbastanza sciocco, di qualche buontempone.
Riprese il post per continuarlo, od eventualmente per modificarlo; ma non gli venivano idee in testa: "Ma chi è questa Cinzia? E, inoltre, chi si metterebbe al collo un pitone di piume fucsia, ma per di più, chi oserebbe regalarlo? E poi, che mestiere doveva fare la nonna del donatore in un cafè chantant con il pitone di color fucsia al collo?".
Come continuando il filo dei pensieri, provò a sviluppare il suo racconto.
"Non osare mai più di gettare in terra un mio regalo, Cinzia", fece l'uomo, molto adirato. "Guai a te se osi darmi ancora del matto".
Cinzia, per niente preoccupata, lo guardò con un sorrisetto di commiserazione sulle labbra, si infilò il cappotto e si diresse verso l'uscita, aprì la porta e la sbatté con forza dietro di sé...
"E ora, come continuo", pensò Enrico. "Come si chiama l'uomo? La scena si è svolta in casa, oppure in qualche locale? In quale città ci troviamo? E la stagione? Sì, la stagione è sempre importante in un racconto di... sì, di che genere... Amore? Un giallo? Oppure un racconto di spie... Boh! Che periodo sto attraversando". Così si compativa Enrico, mentre tra una sigaretta e l'altra cercava di trovare il bandolo di una matassa che non sapeva neanche di che materia fosse fatta.
Andò nuovamente alla sua casella di posta elettronica e con sorpresa si accorse che c'era una nuova email di quello strano tipo che gli aveva chiesto, sempre tramite email, una cosa che per Enrico era solamente il parto della sua fantasia, ultimamente neanche tanto prolifica.
L'email diceva: "Ti ho avvertito con molta cortesia di restituirmi ciò che è mio, forse dovrò essere più convincente e meno gentile. Se non mi contatti subito, tra mezz'ora ti brucerò l'auto".
Enrico rimase per qualche secondo senza respirare, il battito del cuore era accelerato vertiginosamente. Pensava, a questo punto, di trovarsi difronte ad un emerito cretino, che si divertiva mandando delle email di minaccia a persone che neanche conosceva. Sì, Enrico era convinto che quel tizio neanche lo conosceva, ma la sua sicurezza fu mandata in fumo (se così si può dire) dalle fiamme che baluginavano davanti alla sua finestra, proprio dove era parcheggiata la sua auto.
Vigili del fuoco, polizia, curiosi e tanto altro entrarono nella sua vita, abbastanza tranquilla. Domande e risposte, sguardi di terrore e di curiosità e di professionalità. Alla fine, tacendo Enrico la storia delle email, alla quale neanche lui credeva molto e chissà quale appiglio investigativo avrebbe potuto trovare la polizia, tutto fu derubricato nel solito atto di teppismo.
Enrico provò subito a rientrare nella sua routine quotidiana, prendendo nuovamente quel malefico raccontino. Aprì il post e appena stava per scrivere, squillò il telefono: "Ti avevo avvertito, non scherzo mai", una voce eccitata lo investì prima che potesse dire "pronto". Enrico si riprese dalla sorpresa e d'impulso disse: "Ma tu sei matto", dall'altra parte della cornetta una voce irosa gridava: "Non osare più chiamarmi matto, altrimenti fai una brutta fine, lo sai che non scherzo, non ci provare mai più" e continuò su questo tono senza sosta e le grida si facevano sempre più minacciose e violente. Enrico, quasi senza accorgersene, continuò a scrivere il suo racconto.
Cinzia, dopo aver pensato un attimo alle sue minacce, riaprì la porta, guardò in faccia l'uomo che ancora inveiva contro di lei, tirò fuori la pistola e gli sparò in fronte...
Dalla cornetta si udì uno schioppo sordo e un tonfo: l'uomo non gridava più. Ad un certo punto, Enrico sentì la voce di una donna che gli disse: "Puoi stare tranquillo, questo matto non darà più fastidio a nessuno".
Dopodichè, Enrico sentì che il telefono veniva riattaccato. Non aveva pensieri in testa, spense il pc e se ne andò a dormire, ma non vi riuscì.
Il giorno successivo, appena "entrò" nel suo blog, si accorse del marchiano errore che aveva commesso; ma il suo errore non era passato inosservato. Infatti, quando aprì la posta elettronica, si accorse che altri utenti della rete avevano notato la cosa e inviato una email per chiedergli lumi sul significato del post. Ma tra queste ce n'era una che non comprese immediatamente. Essa testualmente diceva: "Se è fucsia me lo dovresti restituire, perché sarebbe l'eredità della nonna. Per me è un ricordo. Contattami al più presto". Enrico rimase perplesso per questo testo per lui incomprensibile e pensò, inizialmente, a uno scherzo, anche abbastanza sciocco, di qualche buontempone.
Riprese il post per continuarlo, od eventualmente per modificarlo; ma non gli venivano idee in testa: "Ma chi è questa Cinzia? E, inoltre, chi si metterebbe al collo un pitone di piume fucsia, ma per di più, chi oserebbe regalarlo? E poi, che mestiere doveva fare la nonna del donatore in un cafè chantant con il pitone di color fucsia al collo?".
Come continuando il filo dei pensieri, provò a sviluppare il suo racconto.
"Non osare mai più di gettare in terra un mio regalo, Cinzia", fece l'uomo, molto adirato. "Guai a te se osi darmi ancora del matto".
Cinzia, per niente preoccupata, lo guardò con un sorrisetto di commiserazione sulle labbra, si infilò il cappotto e si diresse verso l'uscita, aprì la porta e la sbatté con forza dietro di sé...
"E ora, come continuo", pensò Enrico. "Come si chiama l'uomo? La scena si è svolta in casa, oppure in qualche locale? In quale città ci troviamo? E la stagione? Sì, la stagione è sempre importante in un racconto di... sì, di che genere... Amore? Un giallo? Oppure un racconto di spie... Boh! Che periodo sto attraversando". Così si compativa Enrico, mentre tra una sigaretta e l'altra cercava di trovare il bandolo di una matassa che non sapeva neanche di che materia fosse fatta.
Andò nuovamente alla sua casella di posta elettronica e con sorpresa si accorse che c'era una nuova email di quello strano tipo che gli aveva chiesto, sempre tramite email, una cosa che per Enrico era solamente il parto della sua fantasia, ultimamente neanche tanto prolifica.
L'email diceva: "Ti ho avvertito con molta cortesia di restituirmi ciò che è mio, forse dovrò essere più convincente e meno gentile. Se non mi contatti subito, tra mezz'ora ti brucerò l'auto".
Enrico rimase per qualche secondo senza respirare, il battito del cuore era accelerato vertiginosamente. Pensava, a questo punto, di trovarsi difronte ad un emerito cretino, che si divertiva mandando delle email di minaccia a persone che neanche conosceva. Sì, Enrico era convinto che quel tizio neanche lo conosceva, ma la sua sicurezza fu mandata in fumo (se così si può dire) dalle fiamme che baluginavano davanti alla sua finestra, proprio dove era parcheggiata la sua auto.
Vigili del fuoco, polizia, curiosi e tanto altro entrarono nella sua vita, abbastanza tranquilla. Domande e risposte, sguardi di terrore e di curiosità e di professionalità. Alla fine, tacendo Enrico la storia delle email, alla quale neanche lui credeva molto e chissà quale appiglio investigativo avrebbe potuto trovare la polizia, tutto fu derubricato nel solito atto di teppismo.
Enrico provò subito a rientrare nella sua routine quotidiana, prendendo nuovamente quel malefico raccontino. Aprì il post e appena stava per scrivere, squillò il telefono: "Ti avevo avvertito, non scherzo mai", una voce eccitata lo investì prima che potesse dire "pronto". Enrico si riprese dalla sorpresa e d'impulso disse: "Ma tu sei matto", dall'altra parte della cornetta una voce irosa gridava: "Non osare più chiamarmi matto, altrimenti fai una brutta fine, lo sai che non scherzo, non ci provare mai più" e continuò su questo tono senza sosta e le grida si facevano sempre più minacciose e violente. Enrico, quasi senza accorgersene, continuò a scrivere il suo racconto.
Cinzia, dopo aver pensato un attimo alle sue minacce, riaprì la porta, guardò in faccia l'uomo che ancora inveiva contro di lei, tirò fuori la pistola e gli sparò in fronte...
Dalla cornetta si udì uno schioppo sordo e un tonfo: l'uomo non gridava più. Ad un certo punto, Enrico sentì la voce di una donna che gli disse: "Puoi stare tranquillo, questo matto non darà più fastidio a nessuno".
Dopodichè, Enrico sentì che il telefono veniva riattaccato. Non aveva pensieri in testa, spense il pc e se ne andò a dormire, ma non vi riuscì.
lunedì 22 ottobre 2012
domenica 21 ottobre 2012
Vita da cane
Quando ero un cane vivevo in questo cortile. Ricordo ancora la noia che provavo a fissare per ore quel muro di mattoncini, elemento architettonico di qualche interesse nella casa del mio padrone. Dalla parte opposta al muro, c'era una inferriata di separazione tra la nostra proprietà e quella del vicino. Quest'ultimo non era molto simpatico al mio padrone, per cui io ero quasi moralmente e professionalmente costretto ad abbaiare contro di lui appena avevo l'occasione di scorgere la sua fisionomia. Anche se ero sdraiato in terra a riposarmi, come vedevo anche solo la sua ombra scattavo in piedi e con una velocità niente male mi gettavo contro la grata cercando di essere il più cattivo possibile. Alcune volte eccedevo a causa dello zelo professionale, e allora il mio padrone cacciava fuori il muso dalla finestra e mi rimproverava duramente. Ma sono convinto che in cuor suo era contento di tutto quel mio baccano.
Il cibo non era male, gli unici appunti che potevo fare erano relativi all'igiene e al movimento: raramente mi puliva la ciotola e altrettanto di rado mi faceva uscire. La mia non era una vita particolarmente felice. Talvolta riflettevo sul mio destino, su quali opportunità avevo perso lasciando troppo presto il canile "Dumdum". Forse se avessi continuato a vivere con il resto del branco, avrei potuto aspirare a diventare un cane da guardia o, addirittura, un cane poliziotto. Ma, purtroppo, "del senno di poi son piene le fosse".
Quando ero maggiormente triste, mi immaginavo anche nel ruolo di uomo. Sì, mi vedevo vestito di tutto punto, seduto a tavola mentre fumavo una sigaretta dopo un lauto pranzo. Per me, il massimo era poter tenere tra le dita una sigaretta, ammirando le volute di fumo che placidamente uscivano dal mio naso. Che bella vita sarebbe stata!
Non era una bella vita quella del cane, specialmente quando si sentivano nell'aria certi odori e io, bloccato in quel giardinetto che sembrava una cella, non avevo altra possibilità che ululare alla luna tutta la mia sensualità. Ma una volta mi riuscì di "evadere": scavai una buca sotto al cancello e poi strisciai fuori. Il cuore mi galoppava in petto per la forte emozione. Finalmente libero! Sarei potuto andare a zonzo nella notte alla ricerca della mia bella. Purtroppo, la mia avventura finì sotto le ruote di un'automobile. Spirai in pochi secondi, maledicendo la mia sfortuna.
Non so come, non so perché, ma di lì a breve mi ridestai a nuova vita nelle vesti di un piccolo essere umano. E cosa ancora più strana, mi ricordavo la vita trascorsa da quadrupede. Senz'altro mi direte che ebbi una grande fortuna nel essermi così velocemente emancipato: da servo a padrone nel giro di qualche anno. Ma come scoprii successivamente, non è tutto oro ciò che luccica. La vita da umano mi riservò parecchie delusioni: innanzitutto non potevo più abbaiare contro tutto ciò che non mi andava a genio. Per esempio, prima avevo una certa antipatia verso il postino e non perdevo occasione per fargli vivere qualche attimo di vero terrore quando si avvicinava al cancello per infilare la posta nella cassetta. Adesso, da essere educato ed evoluto, non posso gridare in faccia ad altri quello che penso realmente. Devo usare le giuste perifrasi, le parole per offendere non possono essere troppo grossolane e troppo urlate. Non parliamo di pisciare contro i muri; che liberazione, prima, poter alzare la gamba e minzionare! Voialtri mi direte, che adesso non sono obbligato ad abbaiare su commissione al "vicino". Vi sbagliate: ora il sistema è più raffinato, ma la sostanza è la stessa. Attraverso i mezzi di informazione, specialmente mediante la televisione, ottengo i giusti ordini e allora di volta in volta ho il mio nemico, quello che mi viene ordinato di odiare.
Il cibo è più vario e i piatti più puliti, ma nonostante tutto è sempre la stessa "sbobba" di sempre. Adesso mi spiegano che ci sono le "stelle" e i cuochi-artisti, ma, dico io, dove trovo l'acqua di fonte e la frutta da cogliere dagli alberi, non infestati da antiparassitari?
Signori miei, se continua di questo passo, avrò nostalgia anche delle pulci.
Il cibo non era male, gli unici appunti che potevo fare erano relativi all'igiene e al movimento: raramente mi puliva la ciotola e altrettanto di rado mi faceva uscire. La mia non era una vita particolarmente felice. Talvolta riflettevo sul mio destino, su quali opportunità avevo perso lasciando troppo presto il canile "Dumdum". Forse se avessi continuato a vivere con il resto del branco, avrei potuto aspirare a diventare un cane da guardia o, addirittura, un cane poliziotto. Ma, purtroppo, "del senno di poi son piene le fosse".
Quando ero maggiormente triste, mi immaginavo anche nel ruolo di uomo. Sì, mi vedevo vestito di tutto punto, seduto a tavola mentre fumavo una sigaretta dopo un lauto pranzo. Per me, il massimo era poter tenere tra le dita una sigaretta, ammirando le volute di fumo che placidamente uscivano dal mio naso. Che bella vita sarebbe stata!
Non era una bella vita quella del cane, specialmente quando si sentivano nell'aria certi odori e io, bloccato in quel giardinetto che sembrava una cella, non avevo altra possibilità che ululare alla luna tutta la mia sensualità. Ma una volta mi riuscì di "evadere": scavai una buca sotto al cancello e poi strisciai fuori. Il cuore mi galoppava in petto per la forte emozione. Finalmente libero! Sarei potuto andare a zonzo nella notte alla ricerca della mia bella. Purtroppo, la mia avventura finì sotto le ruote di un'automobile. Spirai in pochi secondi, maledicendo la mia sfortuna.
Non so come, non so perché, ma di lì a breve mi ridestai a nuova vita nelle vesti di un piccolo essere umano. E cosa ancora più strana, mi ricordavo la vita trascorsa da quadrupede. Senz'altro mi direte che ebbi una grande fortuna nel essermi così velocemente emancipato: da servo a padrone nel giro di qualche anno. Ma come scoprii successivamente, non è tutto oro ciò che luccica. La vita da umano mi riservò parecchie delusioni: innanzitutto non potevo più abbaiare contro tutto ciò che non mi andava a genio. Per esempio, prima avevo una certa antipatia verso il postino e non perdevo occasione per fargli vivere qualche attimo di vero terrore quando si avvicinava al cancello per infilare la posta nella cassetta. Adesso, da essere educato ed evoluto, non posso gridare in faccia ad altri quello che penso realmente. Devo usare le giuste perifrasi, le parole per offendere non possono essere troppo grossolane e troppo urlate. Non parliamo di pisciare contro i muri; che liberazione, prima, poter alzare la gamba e minzionare! Voialtri mi direte, che adesso non sono obbligato ad abbaiare su commissione al "vicino". Vi sbagliate: ora il sistema è più raffinato, ma la sostanza è la stessa. Attraverso i mezzi di informazione, specialmente mediante la televisione, ottengo i giusti ordini e allora di volta in volta ho il mio nemico, quello che mi viene ordinato di odiare.
Il cibo è più vario e i piatti più puliti, ma nonostante tutto è sempre la stessa "sbobba" di sempre. Adesso mi spiegano che ci sono le "stelle" e i cuochi-artisti, ma, dico io, dove trovo l'acqua di fonte e la frutta da cogliere dagli alberi, non infestati da antiparassitari?
Signori miei, se continua di questo passo, avrò nostalgia anche delle pulci.
giovedì 18 ottobre 2012
Sentimenti 7
Passa o non passa. Piano, lentamente attraversa quella linea di demarcazione, che separa un "qui" da un "là", un "prima" da un "ora". Piano, lentamente va. E si odono applausi, applausi sommessi, però, perché chi applaude è gente che tiene le leve, quelle del potere, dell'economia e della cultura da baraccone. Figura flebile ed evanescente del consenso misurato su campioni, che non hanno mai vinto nulla.
Il capo ci aveva avvisato che sarebbe accaduto, ma vederlo davvero crea sempre un certo malumore. Il capo lo aveva previsto: "Metteranno la Storia nel tritacarne, e con essa ci faranno polpette avvelenate".
Intanto, passa e va... stavo per dire avanti. Ma sarebbe un errore interpretativo attribuirgli un connotato direzionale a questo incedere che sembra più un "battere il passo", un fermarsi costantemente oltre la riga evanescente di un confine inesistente.
Il capo lo sa e lo ha anche detto: "Finiranno fuori strada", ma loro, troppo distratti a causa delle loro laide risate e urla e grida e sussurri e bisbiglii e suoni di clacson per feste che festeggiano solamente il vuoto dell'anima, non sentiranno quell'"Attenzione!" e ruzzoleranno nelle scarpate.
Certe volte il capo fa venire la pella d'oca, ma chi ha buone orecchie per sentire...
lunedì 15 ottobre 2012
Dubbi
Il 13 porta fortuna oppure è un numero sfortunato? Questo è un dilemma che spesso mi è venuto in mente. Da diversi anni, ormai, all'improvviso mi "fiorisce" nella testa questa idea: il 13 sarà o no un numero portafortuna? Mi rendo conto che ci sono ben altri e più importanti problemi da affrontare per discernere il senso della vita, ma evidentemente ognuno è il frutto delle sue idee ed io mi accontento di quelle piccole e misere per sopravvivere.
La prima volta che ebbi questo dilemma fu circa 60 anni fa, quando giovane, ma non imberbe, presi possesso della casa in cui ancora abito. Essa si trova, come allora, al civico 13. La comprai per pochi soldi, quelli ereditati da mia zia. Fu un vero affare, i proprietari avevano bisogno di liquidi per sistemare le finanze del loro commercio, che non andava troppo bene. Quando firmai il contratto di acquisto pensai, dubbioso: "Farò bene ad andare ad abitare in una casa che ha come numero civico il 13?". Non ero particolarmente superstizioso, ma trovai naturale pormi questa domanda, la quale mi accompagnò spesso nel corso della vita.
Come dicevo, vivo nella casa che acquistai 60 anni fa, e da allora vi abito da solo. Infatti, nonostante che conobbi "biblicamente" diverse donne, non volli mai sposarmi. Non so esattamente il perché, ma sentivo che il mio matrimonio non sarebbe durato a lungo. Talvolta ci andai vicino alle nozze, ma non ebbi mai la convinzione giusta (od il coraggio sufficiente) per dire quel "sì".
Ormai vecchio, spesso guardo il mio passato con occhio abbastanza critico e distaccato, e non so se feci bene a non sposarmi: certamente, intorno a me vidi molti matrimoni naufragare sotto l'infuriare di marosi, che spesso neanche molto perigliosi erano. Alcune volte mi è pesata un poco la solitudine, il non poter confrontarmi con un'altra persona, ma in altre occasioni mi rallegravo di non essermi cimentato con quell'esperienza che viene comunemente definita "metter su famiglia". Senz'altro i figli mi avrebbero dato tante gioie, ma anche tanti problemi: ne conosco di persone che hanno avuto una vita d'inferno a causa della prole. Non so proprio cosa sarebbe stato meglio. Alcune volte penso che ho trascorso una vita in bilico tra il fare e il non fare. E' come se mi fossi sempre trovato difronte ad un bivio e di non essere mai stato in grado di scegliere tra una strada o l'altra.
Credo che forse non sarei stato così indeciso se avessi vissuto in un'altra casa, con un altro numero civico. I miei novant'anni mi pesano, talvolta. E il mio continuo pensare non mi aiuta affatto. Non è facile vivere alla mia età. E' vero che riesco ancora leggere, e la lettura è stato sempre il mio passatempo preferito; tre-quattro volte la settimana faccio delle lunghe passeggiate su per le colline. Forse non posso lamentarmi, ma non so se questa mia vita che volge al termine è stata una vita fortunata o no. Credo che prima o poi venderò questa casa, per trasferirmi in un'altra, sperando che non mi capiti quella che sta al civico 17, altrimenti per altri 60 anni dovrei vivere con il dubbio se il 17 porta o no fortuna.
La prima volta che ebbi questo dilemma fu circa 60 anni fa, quando giovane, ma non imberbe, presi possesso della casa in cui ancora abito. Essa si trova, come allora, al civico 13. La comprai per pochi soldi, quelli ereditati da mia zia. Fu un vero affare, i proprietari avevano bisogno di liquidi per sistemare le finanze del loro commercio, che non andava troppo bene. Quando firmai il contratto di acquisto pensai, dubbioso: "Farò bene ad andare ad abitare in una casa che ha come numero civico il 13?". Non ero particolarmente superstizioso, ma trovai naturale pormi questa domanda, la quale mi accompagnò spesso nel corso della vita.
Come dicevo, vivo nella casa che acquistai 60 anni fa, e da allora vi abito da solo. Infatti, nonostante che conobbi "biblicamente" diverse donne, non volli mai sposarmi. Non so esattamente il perché, ma sentivo che il mio matrimonio non sarebbe durato a lungo. Talvolta ci andai vicino alle nozze, ma non ebbi mai la convinzione giusta (od il coraggio sufficiente) per dire quel "sì".
Ormai vecchio, spesso guardo il mio passato con occhio abbastanza critico e distaccato, e non so se feci bene a non sposarmi: certamente, intorno a me vidi molti matrimoni naufragare sotto l'infuriare di marosi, che spesso neanche molto perigliosi erano. Alcune volte mi è pesata un poco la solitudine, il non poter confrontarmi con un'altra persona, ma in altre occasioni mi rallegravo di non essermi cimentato con quell'esperienza che viene comunemente definita "metter su famiglia". Senz'altro i figli mi avrebbero dato tante gioie, ma anche tanti problemi: ne conosco di persone che hanno avuto una vita d'inferno a causa della prole. Non so proprio cosa sarebbe stato meglio. Alcune volte penso che ho trascorso una vita in bilico tra il fare e il non fare. E' come se mi fossi sempre trovato difronte ad un bivio e di non essere mai stato in grado di scegliere tra una strada o l'altra.
Credo che forse non sarei stato così indeciso se avessi vissuto in un'altra casa, con un altro numero civico. I miei novant'anni mi pesano, talvolta. E il mio continuo pensare non mi aiuta affatto. Non è facile vivere alla mia età. E' vero che riesco ancora leggere, e la lettura è stato sempre il mio passatempo preferito; tre-quattro volte la settimana faccio delle lunghe passeggiate su per le colline. Forse non posso lamentarmi, ma non so se questa mia vita che volge al termine è stata una vita fortunata o no. Credo che prima o poi venderò questa casa, per trasferirmi in un'altra, sperando che non mi capiti quella che sta al civico 17, altrimenti per altri 60 anni dovrei vivere con il dubbio se il 17 porta o no fortuna.
venerdì 12 ottobre 2012
La fiera del paese
Le giostre, ogni anno, venivano installate nella piazza centrale del paese. C'erano gli stand del tiro a segno, dove con qualche centinaio di Lire potevi sparare contro dei bersagli di carta, e se riuscivi a colpire il centro suonava una campanella e avevi diritto ad un premio (solitamente era un animale di pezza, una bambola o una bottiglia di spumante). In un altro stand vi erano decine di bocce di vetro con dentro i pesci rossi. Se eri talmente abile da infilare una pallina da ping pong nella boccia, lanciandola da una certa distanza, vincevi il pesciolino. E poi le macchine a scontro, eterno punto di raduno di tutti i bulletti del paese, che immaginavano di sedere su auto potenti in un circuito di gara mentre tentavano di "ammaccare" il concorrente più tonto. E poi i seggiolini volanti, che si chiamavano più semplicemente "calcinculo". Il divertimento maggiore era volare verso il cielo per prendere quel cencio rosso, attaccato ad uno spago che pendeva da un palo conficcato nel terreno proprio vicino alla giostra. Era un gioco di coppia, ossia quello che stava seduto nel seggiolino anteriore (e solitamente era il più leggero dei due, spesso si trattava di una ragazzina) veniva spinto da quello che stava dietro mediante la forza delle gambe, e da qui il nome "calcinculo".
Poi c'era l'odore dello zucchero filato, meraviglia delle meraviglie in un tempo in cui i dolciumi erano rarità. Quello era il mondo dell'eccesso, tutto era luccicante, rumoroso, fantastico, insolito. E insolita era anche la figlia del proprietario del tiro ai barattoli, quella ragazzina dalle lunghe trecce nere che fece battere per la prima volta il mio cuore di dodicenne. Insolita era la sua bellezza, l'intensità dei suoi occhi scuri penetrarono subito il mio torace, andando a stringere con forza il mio respiro. Appena la vidi, mi sembrò di essere quel pesciolino rosso saltato dalla boccia di vetro in terra: anche io mi dimenavo interiormente, cercando nel suo viso quel respiro che mi avrebbe salvato. E dopo qualche giorno, che mi disperavo per questa sensazione nuova che provavo, mi salvarono le sue labbra dal sapore di erba fresca. Quello fu il primo e grande amore della mia vita, la figlia di Johnny lo zingaro (zingaro lo era veramente, ma il suo nome non era esattamente Johnny) prese il mio cuore, ma me lo restituì coperto d'oro, l'oro dei sogni dell'amore senza colpe e falsità.
L'anno successivo ritornarono le giostre, ma non ritornò Johnny lo zingaro e neanche sua figlia e non tornarono neanche gli anni successivi. A me rimase la tristezza di un grande amore fatto solo di un bacio, insieme alla gioia del ricordo dei suoi occhi, di una ragazzina come me della quale non sapevo neanche il nome.
A distanza di anni, ancora la ricordo, immaginandola regina, attorniata da tanti nipoti ai quali racconta di quando seguiva suo padre alle fiere di paese, e di un ragazzino che aveva incontrato e al quale diede il primo bacio. E dirà anche che quel bacio fu veramente speciale.
martedì 9 ottobre 2012
Sentimenti 6
Uscendo dalla grotta, rimanemmo quasi accecati dalla luce. Troppo fulgore, alcune volte, non aiuta a far vedere bene le cose. Per fortuna, il capo ci aveva avvisato che ci saremmo trovati davanti ad un bagliore eccessivo.
E ci disse anche che gli alti vertici già si stavano organizzando per ridurre la luminosità, al fine di preservare la vista della popolazione.
Il nome del piano era perfetto, "Oscuramento dei cieli". Che bel nome, solo pronunciandolo si aprono mondi. Oscuramento dei cieli.
Al capo, sentendolo, era venuto subito in mente il nonno, che, durante le lunghe sere invernali, gli narrava della guerra e degli oscuramenti dei paesi e delle città per evitare che qualche aereo nemico sganciasse centinaia di bombe sulle case. Il nonno raccontava quelle notti buie con un filo di nostalgia, come se quello fosse stato il migliore periodo della sua vita; ma il capo sapeva bene che il nonno era un po' tocco e forse la causa della sua insalubrità mentale era da ricercarsi nella continua paura di essere colpito da qualche bomba. Cosa non difficile, dal momento che aveva perduto un fratello durante un'incursione aerea.
Il capo pensava che forse qualcuno aveva avuto l'idea di riproporre quei tempi, ossia i tempi di guerra. Guerra contro gli sprechi, senz'altro, ma si sa che piano piano dai concetti si passa alle cose, e dalle cose agli esseri umani. Un nemico in carne ed ossa è ben altra soddisfazione rispetto all'astrazione del pensiero. "Contro lo spreco", va bene, ma uno spreco è anche sprecare le paure e le ansie. Qualcuno penserà, prima o poi, che forse sarebbe meglio prendersela con un vero nemico, sperando che abbia tante fonti energetiche sufficienti a mettere nuovamente in moto il bagliore che tutto copre e tutti acceca.
Il capo ci disse: "Contrordine, si ritorna nella grotta".
Il nome del piano era perfetto, "Oscuramento dei cieli". Che bel nome, solo pronunciandolo si aprono mondi. Oscuramento dei cieli.
Al capo, sentendolo, era venuto subito in mente il nonno, che, durante le lunghe sere invernali, gli narrava della guerra e degli oscuramenti dei paesi e delle città per evitare che qualche aereo nemico sganciasse centinaia di bombe sulle case. Il nonno raccontava quelle notti buie con un filo di nostalgia, come se quello fosse stato il migliore periodo della sua vita; ma il capo sapeva bene che il nonno era un po' tocco e forse la causa della sua insalubrità mentale era da ricercarsi nella continua paura di essere colpito da qualche bomba. Cosa non difficile, dal momento che aveva perduto un fratello durante un'incursione aerea.
Il capo pensava che forse qualcuno aveva avuto l'idea di riproporre quei tempi, ossia i tempi di guerra. Guerra contro gli sprechi, senz'altro, ma si sa che piano piano dai concetti si passa alle cose, e dalle cose agli esseri umani. Un nemico in carne ed ossa è ben altra soddisfazione rispetto all'astrazione del pensiero. "Contro lo spreco", va bene, ma uno spreco è anche sprecare le paure e le ansie. Qualcuno penserà, prima o poi, che forse sarebbe meglio prendersela con un vero nemico, sperando che abbia tante fonti energetiche sufficienti a mettere nuovamente in moto il bagliore che tutto copre e tutti acceca.
Il capo ci disse: "Contrordine, si ritorna nella grotta".
domenica 7 ottobre 2012
L'Angelo
Passa l'angelo passa l'angelo
E nessuno può vedere
Passa l'angelo passa l'angelo
E fa segno di tacere.
E dice sono venuto a sciogliere
E non a legare
Sono venuto a sciogliere
E non a spezzare
Passa l'angelo, passa l'angelo
E ti fa segno di andare
Passa l'angelo, passa l'angelo
E ti lascia passare
Passa l'angelo, passa l'angelo
E ti offre da bere
Passa l'angelo, passa l'angelo
E finisce il bicchiere
E dice sono venuto a prendere
E non a rubare
Sono venuto a prendere
E non a rubare
E dice non devi piangere
E non ti devi spaventare
Passa l'angelo, passa l'angelo
E nessuno può vedere
Passa l'angelo, passa l'angelo
E fa segno di tacere
Passa l'angelo, passa l'angelo
E ti offre da bere
Passa l'angelo, passa l'angelo
E ti offre da bere
E nessuno può vedere
Passa l'angelo passa l'angelo
E fa segno di tacere.
E dice sono venuto a sciogliere
E non a legare
Sono venuto a sciogliere
E non a spezzare
Passa l'angelo, passa l'angelo
E ti fa segno di andare
Passa l'angelo, passa l'angelo
E ti lascia passare
Passa l'angelo, passa l'angelo
E ti offre da bere
Passa l'angelo, passa l'angelo
E finisce il bicchiere
E dice sono venuto a prendere
E non a rubare
Sono venuto a prendere
E non a rubare
E dice non devi piangere
E non ti devi spaventare
Passa l'angelo, passa l'angelo
E nessuno può vedere
Passa l'angelo, passa l'angelo
E fa segno di tacere
Passa l'angelo, passa l'angelo
E ti offre da bere
Passa l'angelo, passa l'angelo
E ti offre da bere
(L'Angelo di Francesco De Gregori)
venerdì 5 ottobre 2012
San Giuseppe da Copertino ha ragione
"Asino che sono, ancora una volta mi sono fatto buggerare. Mi lascio incantare da quella bella faccetta da fata Turchina, lavoro per settimane portando a compimento il suo ordine e poi devo aspettare mesi per avere quattro soldi", così si lamentava Giovanni, il falegname del paese. La bella fata Turchina non era altro che la contessa Liobaldi, contessa per via del fatto che aveva sposato lo squattrinato conte Ernesto Liobaldi, decaduto e ormai defunto, nobile della zona. L'allora signora Giuliana, futura contessa, lo aveva sposato per avere in dote un titolo e quello di contessa non era niente male. Lei, suadente ed avvenente figlia di una ricca famiglia borghese, ci teneva molto alle forme e agli orpelli. La sostanza la infastidiva, invece. E nell'ambito del concetto "sostanza" vi rientrava anche il pagamento della merce che ordinava ai diversi artigiani della zona e che poi lei rivendeva a prezzi stratosferici nei suoi negozi di articoli di arredamento. Un tavolinetto, creato da Giovanni nel suo laboratorio, diventava un pezzo di raro artigianato birmano del 20° secolo.
Giovanni si era più volte ripromesso di non lasciarsi più coinvolgere dalla venditrice di fandonie, ma la voce convincente, insieme al volto da dolce fatina, avevano sempre distrutto le sue resistenze. E questo non se lo perdonava, specialmente quando usciva dalla stato di trance in cui cadeva davanti alla signora Liobaldi. Ma quello che non sopportava maggiormente, oltre alla propria dabbenaggine, era quella frase che la contessa Liobaldi attribuiva a Padre Pio, ossia: "Tanto hai quanto speri. Spera molto, avrai molto". La buona borghese Giuliana leggeva, anche in modo contraddittorio rispetto al suo credo, in modo molto sostanziale questo aforisma. Ossia, più speri di guadagnare economicamente, più avrai soldi perché la Grazia guiderà le tue azioni. E c'era anche il non pagare puntualmente i creditori nelle indicazioni della Grazia, per la contessa. La potenza della fede era sperimentata quotidianamente dalla nobildonna difronte al saldo bancario che si faceva stampare ogni giorno dal direttore della banca, altro disarmato e accondiscendente concittadino della Liobaldi.
Giovanni pensava che non era giusto il comportamento della contessa, ma non vedeva come si sarebbe potuto emendare quel suo modo di fare. Una notte, però, gli venne in sogno san Giuseppe da Copertino il quale, dopo avergli detto che era un asino tale e quale a lui, gli soffiò in un orecchio una frase: "Non si può stringere l'acqua con le mani. Così le cose del mondo: chi l'abbraccia nulla stringe. Chi vuole troppo, spesso resta con nulla". Non c'era nessun riferimento alla contessa Liobaldi, ma Giovanni era convinto che quella frase lapidaria era indirizzata alla fata del paese.
Dopo alcuni mesi, improvvisamente, sparì il direttore della banca. Nessuno sapeva che fine avesse fatto, era come se fosse volato in cielo. Solo la contessa Liobaldi sapeva la verità, ma nulla poteva dire. Sì, la signora Giuliana sapeva che il direttore non era volato in cielo, ma se n'era andato in qualche posto sicuro del mondo, lontano da lei e da una possibile giustizia italiana. Ma la cosa più grave, per lei, era che il direttore si trovava in compagnia, in compagnia dei soldi della contessa. Infatti, la Liobaldi si era fatta convincere ad investire dei soldi in alcuni traffici poco puliti e le prime volte era riuscita ad intascare belle somme in interessi. Vedendo che il sistema funzionava, e convinta del suo fascino sul direttore, aveva affidato a quest'ultimo una bella somma, quasi tutto il suo capitale. Lo "Spera molto, avrai molto" doveva funzionare anche questa volta, di ciò ne era convinta la nobildonna, quando consegnò la valigetta piena di soldi al direttore. Ma, purtroppo per lei, aveva avuto ragione san Giuseppe da Copertino.
Giovanni si era più volte ripromesso di non lasciarsi più coinvolgere dalla venditrice di fandonie, ma la voce convincente, insieme al volto da dolce fatina, avevano sempre distrutto le sue resistenze. E questo non se lo perdonava, specialmente quando usciva dalla stato di trance in cui cadeva davanti alla signora Liobaldi. Ma quello che non sopportava maggiormente, oltre alla propria dabbenaggine, era quella frase che la contessa Liobaldi attribuiva a Padre Pio, ossia: "Tanto hai quanto speri. Spera molto, avrai molto". La buona borghese Giuliana leggeva, anche in modo contraddittorio rispetto al suo credo, in modo molto sostanziale questo aforisma. Ossia, più speri di guadagnare economicamente, più avrai soldi perché la Grazia guiderà le tue azioni. E c'era anche il non pagare puntualmente i creditori nelle indicazioni della Grazia, per la contessa. La potenza della fede era sperimentata quotidianamente dalla nobildonna difronte al saldo bancario che si faceva stampare ogni giorno dal direttore della banca, altro disarmato e accondiscendente concittadino della Liobaldi.
Giovanni pensava che non era giusto il comportamento della contessa, ma non vedeva come si sarebbe potuto emendare quel suo modo di fare. Una notte, però, gli venne in sogno san Giuseppe da Copertino il quale, dopo avergli detto che era un asino tale e quale a lui, gli soffiò in un orecchio una frase: "Non si può stringere l'acqua con le mani. Così le cose del mondo: chi l'abbraccia nulla stringe. Chi vuole troppo, spesso resta con nulla". Non c'era nessun riferimento alla contessa Liobaldi, ma Giovanni era convinto che quella frase lapidaria era indirizzata alla fata del paese.
Dopo alcuni mesi, improvvisamente, sparì il direttore della banca. Nessuno sapeva che fine avesse fatto, era come se fosse volato in cielo. Solo la contessa Liobaldi sapeva la verità, ma nulla poteva dire. Sì, la signora Giuliana sapeva che il direttore non era volato in cielo, ma se n'era andato in qualche posto sicuro del mondo, lontano da lei e da una possibile giustizia italiana. Ma la cosa più grave, per lei, era che il direttore si trovava in compagnia, in compagnia dei soldi della contessa. Infatti, la Liobaldi si era fatta convincere ad investire dei soldi in alcuni traffici poco puliti e le prime volte era riuscita ad intascare belle somme in interessi. Vedendo che il sistema funzionava, e convinta del suo fascino sul direttore, aveva affidato a quest'ultimo una bella somma, quasi tutto il suo capitale. Lo "Spera molto, avrai molto" doveva funzionare anche questa volta, di ciò ne era convinta la nobildonna, quando consegnò la valigetta piena di soldi al direttore. Ma, purtroppo per lei, aveva avuto ragione san Giuseppe da Copertino.
mercoledì 3 ottobre 2012
I calanchi: Formazione e sviluppo. Breve lezione divulgativa adatta alle prime classi
Sole e pioggia. Poi, ancora sole e pioggia. E' un lavoro semplice, ma deve essere portato avanti con tenacia, pazienza e metodo. Si può dire che il meccanismo è talmente elementare e ripetitivo, che può determinare una sorta di noia per chi non è sufficientemente preparato.
Sole e pioggia, questi sono gli elementi prioritari per la riuscita del fenomeno. Prima occorre compiere un'opera di riscaldamento del terreno in maniera uniforme, senza tralasciare nessun angolo, anche il più remoto, quello più lontano dal centro del terreno, quello in cui non c'è nulla, privo di ogni rilevanza. Poi, bisogna bagnarlo ben bene con piogge di diverse tipologie: torrenziale, pioggerella, intermittente, ventosa, eccetera. Una volta che il terreno è ben lavorato, si scelgono delle determinate aree, quelle in cui c'è maggiore resistenza. Lì si devono concentrare le forze: sole-pioggia-sole-pioggia-sole-pioggia... Occorre continuare con questa sequenza, sino a quando non appare visibile, anche ad occhio nudo, il primo scardinamento delle resistenze. Appena il terreno perde quella compattezza naturale, quando cioè inizia a desertificarsi tanto da permettere lo sbriciolamento dei legami territoriali, allora si possono anche ridurre le forze di intervento. Infatti, a quel punto, entra in campo un altro fattore importante: il tempo. Il tempo lavorerà per la scomposizione di ogni legame. Sarà sufficiente aspettare, affinché le dinamiche che si sono messe in moto producano ciò che si è pianificato. In modo inesorabile, quel territorio resistente verrà corrotto, e questo fenomeno faciliterà il propagarsi dell'erosione anche a aree limitrofe.
Potete anche iniziare a fare degli esperimenti, prendendo in esame piccole aree di terreno; ad esempio, è sufficiente anche il giardino condominiale, dove persone di diverse fasce di età trascorrono parte del loro tempo libero. Guardate attentamente il fenomeno, prendete appunti, pensate anche a programmare interventi diversi dalla semplice corrosione del terreno. Ricordate sempre, che la costante applicazione delle regole fondamentali facilitano anche la diversificazione dei risultati.
Fate comunque attenzione ad impedire, in qualsiasi modo, interventi esterni miranti a ristabilire l'humus del terreno, annullerebbero ogni vostro sforzo.
Sole e pioggia, questi sono gli elementi prioritari per la riuscita del fenomeno. Prima occorre compiere un'opera di riscaldamento del terreno in maniera uniforme, senza tralasciare nessun angolo, anche il più remoto, quello più lontano dal centro del terreno, quello in cui non c'è nulla, privo di ogni rilevanza. Poi, bisogna bagnarlo ben bene con piogge di diverse tipologie: torrenziale, pioggerella, intermittente, ventosa, eccetera. Una volta che il terreno è ben lavorato, si scelgono delle determinate aree, quelle in cui c'è maggiore resistenza. Lì si devono concentrare le forze: sole-pioggia-sole-pioggia-sole-pioggia... Occorre continuare con questa sequenza, sino a quando non appare visibile, anche ad occhio nudo, il primo scardinamento delle resistenze. Appena il terreno perde quella compattezza naturale, quando cioè inizia a desertificarsi tanto da permettere lo sbriciolamento dei legami territoriali, allora si possono anche ridurre le forze di intervento. Infatti, a quel punto, entra in campo un altro fattore importante: il tempo. Il tempo lavorerà per la scomposizione di ogni legame. Sarà sufficiente aspettare, affinché le dinamiche che si sono messe in moto producano ciò che si è pianificato. In modo inesorabile, quel territorio resistente verrà corrotto, e questo fenomeno faciliterà il propagarsi dell'erosione anche a aree limitrofe.
Potete anche iniziare a fare degli esperimenti, prendendo in esame piccole aree di terreno; ad esempio, è sufficiente anche il giardino condominiale, dove persone di diverse fasce di età trascorrono parte del loro tempo libero. Guardate attentamente il fenomeno, prendete appunti, pensate anche a programmare interventi diversi dalla semplice corrosione del terreno. Ricordate sempre, che la costante applicazione delle regole fondamentali facilitano anche la diversificazione dei risultati.
Fate comunque attenzione ad impedire, in qualsiasi modo, interventi esterni miranti a ristabilire l'humus del terreno, annullerebbero ogni vostro sforzo.
lunedì 1 ottobre 2012
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