venerdì 18 gennaio 2013

Al Centro anziani "Chachacha"

"Non sto nella pelle", diceva tutto eccitato Andrea, detto dai "ragazzi" Andreino, per il fatto che aveva sempre pesato quasi un centinaio di chili, sin dall'epoca della sua prima comunione, e si sa che in certi paesi c'è sempre il gusto del paradosso. E questo Andreino era, ora, un ex ragazzone di oltre settant'anni, dall'aria bonacciona ma ancora pronto a menare le mani quando qualcuno si permetteva una parola di troppo nei confronti della sua Rosina, anche lei settantenne, con una folta chioma cacio e pepe, e anche lei con un po' di peso in più. 
Sembravano fatti l'uno per l'altra e, qualcuno, non conoscendoli, avrebbe giurato che avevano trascorso già una vita insieme, per quanta affinità c'era tra loro, non solo quella fisica. Invece, si erano conosciuti quattro mesi fa al centro per anziani "Chachacha". 
Il centro era, quando fu fondato verso la fine degli anni '70, il fiore all'occhiello di metà della piccola comunità di San Bernardo, un piccolo paesino alle pendici del monte Diqua. Il nome gli derivava dalla mania per i balli caraibici del primo segretario del circolo, un certo Alvaro, che si diceva avesse vissuto avventure inenarrabili in Sudamerica. Ma tutto quello che aveva riportato dal suo soggiorno quasi decennale in quel continente erano unicamente la passione per i ritmi  latino-americani e una gran voglia di godersi la vita. Perciò, appena ritornato al suo paese, scapolo impenitente e ormai troppo anziano per pensare ad una sistemazione sentimentale stabile, si era messo a capo dei vecchietti del luogo per organizzare quel centro che, secondo il parroco, puzzava di peccato. 
Altri, quelli che facevano parte dell'altra metà del paese, avevano messo in giro la voce che il nome del circolo derivava dal rumore provocato dallo sbattimento frenetico delle dentiere dei vecchietti quando, presi dall'euforia dei balli, provavano a intonare qualche strofa delle canzoni che il vecchio jukebox strombazzava: "cha, cha cha".  
Di tempo ne era trascorso, e Alvaro aveva appeso già da un pezzo le scarpa da ballo ad un chiodo e si era trasferito al cimitero, in una tomba sempre colma di fiori, che le inconsolabili e numerose fiamme della sua vita quasi ogni giorno vi ponevano. 
Anche il prete non era più tra i vivi, e il paese non riusciva più a dividersi a metà sul centro anziani. I "ragazzi" del centro, come si definivano con sarcasmo ed orgoglio, erano solamente i reduci di un mondo, non erano più la provocazione in persona. Ormai, chi non ballava un qualsiasi ballo latino-americano, chi non cercava nuove amicizie su un qualsiasi social network. Le avventure di Alvaro erano solo storie che si tramandavano i frequentatori del circolo, tutto era diventato "normale". E quando vince la normalità si è vicini alla morte, ad una morte qualsiasi, perché non si muore solamente quando non si respira più. E questo Andreino e Rosina lo sapevano bene. Perciò avevano deciso di fare una cosa che non aveva nulla a che fare con la normalità del paese: si sarebbero sposati all'età di settant'anni passati, perché adesso era rivoluzionario sposarsi. Ma non come due qualsiasi vecchi disperati, alla ricerca dell'ultima isola emotiva dove rifugiarsi prima di restituire le spoglie mortali al mare della noia. No, volevano avere un vero "sposalizio", con tanto di festa in cui invitare tutto il paese, con tanto di banda (con musica sudamericana, non c'era neanche ombra di dubbio) e confetti e bouquet di fiori, da lanciare a qualche altra vegliarda. 
Era questo il motivo per cui Andreino non era più nella pelle: Rosina gli aveva detto "sì" e lui finalmente avrebbe coronato il suo sogno, quello di sposarsi con la persona che amava. Avrebbero organizzato una grande festa e, per una volta ancora, qualcuno avrebbe sorriso per la stranezza di quelli del "Chachacha", ma dentro di sé si sarebbe detto: "Meno male che esiste ancora gente che riesce a stupire e  ad essere contenta". 

lunedì 14 gennaio 2013

La ricetta del brodo

Immaginate di trovarvi davanti ad una pozza in cui ci sia una soluzione calda composta da molecole carboniose e che essa interagisca con l'atmosfera primordiale della Terra formata da ammoniaca, metano e idrogeno. In questa situazione, piano piano, lentamente, in condizione anaerobica, si formerebbero delle molecole sempre più complesse. Si arriverebbe, così, alla nascita dei coacervati (un'aggregazione sferica di molecole lipidiche che formano un'inclusione colloidale, da Wikipedia) e poi, sempre più lentamente, alle forme viventi. Questa, descritta da me in maniera abbastanza semplicistica e senza alcuna competenza, è la teoria dello scienziato sovietico Aleksandr Ivanovič Oparin che spiegherebbe la nascita della vita sul nostro pianeta. 
Dal "brodo primordiale", fatto da pochi e semplici ingredienti, potreste ottenere, se avete a disposizione un po' di tempo, un mondo, un pianeta. Immaginate, adesso, di averlo davanti ai vostri occhi. L'avete atteso per milioni di anni, forse anche con una certa impazienza, ma quell'opera adesso è completa. Senz'altro durante l'attesa avete anche pensato a cosa sarebbe stato questo pianeta. Nella mente avete già una pietra di paragone, la Terra, un modello in senso positivo e in senso negativo. Durante l'attesa della creazione avete stilato una lista con due colonne, nella prima a sinistra avete scritto tutto ciò che volete che venga riproposto nel nuovo mondo e che già conoscete per la vostra esperienza terrestre; in quella di destra invece avete elencato quello che vorreste che non ci fosse più.
Nell'immaginaria lista di sinistra, senz'altro io metterei: l'azzurro del cielo, le nuvole (bianche, grigie, nere, viola a causa dei riflessi del sole al tramonto, e in tutte le altre gradazioni di colore che ho visto e si sono impresse nel mio inconscio), il sole (quello caldo dell'estate, quello accogliente e promettente della primavera oppure dolce e malinconico dell'autunno, o pieno di compassione dell'inverno), la pioggia e la nebbia (che fa sognare, ricordandoci che c'è sempre qualcosa che c'è ma che non si vede, bisogna credere, certe volte), gli alberi, i fiori, l'erba, e tutti gli animali del creato, tutti gli animali escluso nessuno, forse...
Sulla lista di destra, metterei: la guerra, le armi, l'odio, il rancore, le ingiustizie, la superficialità, la miseria, l'inquinamento (dell'ambiente e dell'anima), la violenza (verbale, psichica e fisica), la bruttezza dell'anima... Tutte queste caratteristiche sono peculiarità dell'animale uomo. Allora, certe volte viene da chiedermi se forse in questo "brodo" non sarebbe bene togliere qualche elemento "troppo" umano, oppure aggiungerne altri affinché la miscela risulti più equilibrata e digeribile per una Terra che ha bisogno di grande rispetto e, diciamolo senza retorica, d'amore. 
 
   




  

giovedì 10 gennaio 2013

Aprite le porte

Come direbbe il barone di Münchhausen: "Aprite le porte", ma questa volta per entrare.

domenica 6 gennaio 2013

Alla fermata

"Ma quando arriverà?" pensava Nadia, dopo aver trascorso circa un'ora in attesa di Mario alla fermata del tram. Eppure, quando avevano fissato l'appuntamento, lui era stato molto preciso, anzi, si può dire che era stato proprio lui a scegliere giorno, ora e posto. Solitamente, Mario era molto puntuale e fedele alle cose che diceva, perciò Nadia iniziava a preoccuparsi, tanto più che aveva anche provato a contattarlo al telefonino senza ottenere alcuna risposta se non quella del gestore telefonico che l'avvisava che Mario "non è raggiungibile oppure ha il telefono spento". 
In quell'ora di tempo, Nadia aveva avuto tutto il tempo per pensare a loro due, a quale futuro avrebbero potuto crearsi insieme. Non era tutto chiaro, nella sua fantasia, come se la sarebbero passata insieme, ma Nadia non era tipo da perdersi nei dettagli. Per il momento sapeva che Mario le piaceva e allora il loro futuro sarebbe stato, per il momento, abbastanza bello. Poi, pensò ancora più profondamente a loro due e si accorse di non ricordarsi in quale occasione si erano incontrati. "Strano non sapere questo fatto così importante", si diceva Nadia. E allora si sforzò per recuperare questi pensieri che evidentemente si erano andati a nascondere in qualche anfratto del cervello. Ma nulla, non otteneva alcun risultato. Si guardò intorno e si accorse che oltre a lei non c'era nessuno, anzi la strada era sgombra anche di auto. Tutto intorno a lei era quiete, sembrava un sogno...


Improvvisamente, allertato da un rumore,  Mario si svegliò. Era la vicina che, come sempre, quando si destava accendeva la radio, svegliando tutto il vicinato. Mario fu investito dalla voce gracchiante di quel cantante che non aveva mai potuto soffrire, e dal ricordo vago di un sogno. Una ragazza alla fermata del tram, era sola in attesa... sì, era in attesa di... Mario. Perciò era in attesa di lui, ma lui non sapeva proprio chi fosse, anche perché non conosceva nessuna Nadia. Inoltre, si ricordava che nel sogno non era mai riuscito a vedere il volto di questa Nadia. Assaporò ancora i ricordi di quello strano sogno, che piano piano si scioglieva come neve al sole.
Si alzò dal letto, andò in cucina per bere un goccio d'acqua, prepararsi un caffè e accendersi una sigaretta. E dato che c'era, accese anche il telefonino, che appena poté cominciò a trillare: un messaggio, poi un altro. Mario afferrò il telefonino, controllò i messaggi e nel primo c'era solo scritto che un certo numero lo aveva cercato, nel secondo, invece, una certa Nadia scriveva: "Ma che dormi? Dove ti sei cacciato? è un'ora che ti aspetto".