giovedì 30 agosto 2012

Gli avanzi

"Che bel picnic", cinguettava giuliva Adriana, mentre con uno stuzzicadente cercava di togliersi un pezzettino di prosciutto che le si era incastrato tra un canino e un incisivo inferiori. "Erano mesi che non passavamo una giornata così frizzante". 
Giorgio la guardava sornione. Sapeva che la parola "frizzante" faceva intravedere una serata altrettanto interessante, Adriana la usava come "semaforo verde" per le sue grazie. "E per oggi ho anche il passepartout", pensava tutto eccitato. "Sì, mia cara, una giornata perfetta", rispose ammicando un sorriso.
Adriana e Giorgio erano ormai abbondantemente sulla cinquantina, ma erano praticamente "sposini". Tutt'e due avevano un matrimonio fallito alle spalle e tanti flirt terminati in un batter di ciglia, ma finalmente si erano incontrati e subito capiti: l'ultimo treno non si può perdere. Vi erano montati in fretta, dopo aver soppesato i rispettivi patrimoni. Così, da circa tre anni erano sposi. Tutto sommato erano felici della loro vita, fatta di mangiate, bevute e qualche effusione, che talvolta portava anche ad un rapporto completo. E quelle volte la vita era frizzante, come diceva Adriana. 
Sì, era perfetta, ma Giorgio sentiva che c'era qualcosa che talvolta non andava nel loro matrimonio. Avevano una bella casa, la macchina, praticamente nuova, l'avrebbero sostituita il prossimo anno, le ferie estive le trascorrevano nella solita pensioncina sulla riviera romagnola (tutto compreso e piatti abbondanti), tv al plasma ultimo modello e abbonamento annuale per vedere le partite e i film. Cosa mancava loro? Nulla, però, però c'era qualcosa... 
"Mi ami?", chiese a bruciapelo Giorgio. Adriana, che intanto aveva mandato giù un altro bicchiere di quel vinello fresco, lo guardò dubbiosa di aver ben compreso la domanda. "Che?", domandò a sua volta la donna. 
"E' semplice la domanda: mi ami?". 
"Sì, certo, ma che ti passa per il cervello?", rilanciò lei.
"Ma mi ami perché siamo ormai verso il tramonto della vita, oppure perché sono la tua anima gemella?", fece lui, sempre più interessato all'argomento.
"Anima gemella? Ma che ti prende oggi? Sembri quasi una adolescente, mentre sei un uomo già abbastanza maturo", il suo stupore alle domande di lui si mischiavano ai fumi dell'alcool. Adriana non riusciva più a percepire la realtà, pensava che fosse tutto un gioco di Giorgio per divertirsi alle sue spalle.  "Ti faccio vedere io, stasera, che anima gemella hai!". Ormai era il vino che parlava al posto di Adriana. 
Giorgio interruppe il discorso, guardando lei mentre, piano piano, si  adagiava su di un fianco in terra, e che da lì a un momento si sarebbe assopita. E insieme a lei vide i rifiuti e gli avanzi del picnic, e gli sembrò che tutto si assemblasse, come in una natura morta. "In una natura morta non c'è posto per l'amore", le venne da pensare.
Prese la cesta e le borse ed iniziò a raccogliere gli avanzi, sarebbero stati utili per la cena. E poi avrebbero avuto una nottata frizzante. 
"In fin dei conti non mi posso lamentare", rifletté Giorgio "ancora sembra fresca" e si accorse che questo ultimo pensiero era rivolto ad Adriana, che ormai addormentata respirava pesantemente, ma con un'aria soddisfatta.

mercoledì 29 agosto 2012

Forme e ombre. Simboli



Sentimenti (3)

Criptare e decriptare tutto il giorno è una bella fatica. Non hai un attimo di pausa, perché anche mentre torni a casa, dopo una giornata di lavoro, lungo la via ti imbatti in simboli che, quasi involontariamente, cerchi di decifrare.
Il capo sa bene che nel nostro mestiere c'è sempre il rischio di stressarsi, perciò ci consiglia sempre, appena può, di chiuderci a riccio, di farci gli affari nostri. 
Ma anche se il capo ha sempre ragione, certe volte vede le cose (non so se sia prudente dirlo) dall'alto in basso. Come è possibile tralasciare un simbolo, che ti cattura gli occhi, senza immaginare mondi passati e futuri? Forse, questo lavoro aggiuntivo ci stressa, ma in noi c'è una sorta di riflesso condizionato: vedi il simbolo e subito scatta l'analisi. Forma, colore, grandezza, somiglianze, ecc. 
Certe volte si possono anche fare scoperte interessanti, basta essere attenti. Per esempio: ultimamente c'è il ripetersi della parola "picco". Su ogni mezzo di informazione, nei mesi scorsi, si parlava continuamente del picco di caldo. "Domani ci sarà il picco di caldo", ed ogni oggi aveva il suo domani. Adesso parlano delle temperature che scendono a picco. E poi ci sono il picco della disoccupazione, il picco della recessione, il picco della tassazione, il picco dei giovani disoccupati, il picco della spesa pubblica, il picco del prezzo della benzina, ecc. 
Anni fa si ricercava il "paese normale", in sintonia con gli altri paesi occidentali, poi siamo passati alla "supercazzola" del "va tutto bene madama la marchesa", mentre ora siamo giunti all'iperbole dei dati. Speriamo di non passare dai picchi alle picche.
E il capo che continua a ripere: "Chiudetevi a riccio". Ma il capo, come dicevo, certe volte vede le cose dall'alto in basso.
 


lunedì 27 agosto 2012

Concerto

Senza podio, senza "prima fila" con gente dai nomi altisonanti e le "conoscenze giuste", senza musica scritta da qualcuno per qualche occasione di qualcun altro, senza strumenti né smoking, senza le luci abbaglianti e i lustrini luccicanti, senza "prime donne" né maestri che non insegnano, senza profumi da donna né di dopobarba, senza la noia della mondanità, senza la fila davanti al botteghino, senza le parole vane, senza ciò che non serve. 
Solamente un concerto.   

Zu Abend mein Herz

Am Abend hört man den Schrei der Fledermäuse.
Zwei Rappen springen auf der Wiese.
Der rote Ahorn rauscht.
Dem Wanderer erscheint die kleine Schenke am Weg.
Herrlich schmecken junger Wein und Nüsse.
Herrlich: betrunken zu taumeln in dämmernden Wald.
Durch schwarzes Geäst tönen schmerzliche Glocken.
Auf das Gesicht tropft Tau. 
(von Georg Trakl)

sabato 25 agosto 2012

Noè e l'altro

Luigi e suo nonno erano molto affiatati. Luigi era un bambino molto curioso e intelligente, il nonno paziente e pieno di fantasia, forse anche intelligente. 
I due trascorrevano molto tempo insieme, specialmente d'estate, quando Luigi terminava la scuola e il nonno si dedicava a lui, dal momento che sua figlia doveva lavorare. Infatti la famiglia di Luigi era formata da lui e dalla madre: il padre neanche se lo ricordava, perché se ne era andato di casa quando Luigi aveva appena due anni.
Quell'estate, di cui vi racconto, Luigi aveva 8 anni, e la sua maggiore gioia era andare con il nonno a fare lunghe passeggiate al fiume. Gli piaceva sentire le storie del vecchio, che discettava su tutto e con grande competenza, secondo Luigi. 
Il bambino utilizzava la sapienza del nonno per confutare le tesi dei suoi amici su ogni quesito che loro si ponevano: "I grandi sono felici, perché sanno tutto?" oppure, "Quanto durerà ancora il mondo?", "Come si fa a scegliere un mestiere?", "Tutti dobbiamo lavorare?", "Ci sono esseri inutili sulla Terra?". 
Quest'ultimo tema era quello che il gruppetto di amici aveva affrontato proprio il giorno prima. Le posizioni erano state molto articolate, ma come sempre non si era giunti ad una conclusione univoca. Luigi era convinto che le zanzare non avessero nessuna utilità nell'equilibrio della Terra e non si capacitava come Iddio avesse potuto creare questo insetto. Si era perciò deciso di parlarne al nonno appena ne avesse avuto occasione.
Quel giorno, come sempre, se ne andavano lungo il fiume, assaporando l'odore dell'aria fresca che risaliva la corrente. Quando improvvisamente il loro sguardo cadde su due barchette issate sulla riva. Chissà perché, ma al nonno venne in mente Noè e la sua Arca. "Questo è proprio un bellissimo argomento su cui parlare con Luigi", pensò compiaciuto per la brillante idea che gli era balenata nella mente. 
Così il nonno cominciò a parlare dei peccati degli uomini, della giusta condanna di Dio ai peccatori, di Noè e del compito che gli fu affidato, del Diluvio universale e della salvezza di tutte le specie di animali. 
"Proprio tutte furono salvate?", lo interruppe raggiante Luigi, perché aveva avuto il modo di inserire nella dissertazione il tema delle zanzare.
"Senz'altro", rispose prontamente il nonno, felice che suo nipote si interessasse all'argomento.
"Ma, quindi, le zanzare ci sono perché le ha salvate Noè !", esclamò Luigi.
"Sì, ma, come sarebbe a dire? Sì, forse...", il nonno aveva colto, nelle parole di Luigi, una certa delusione. Aveva cercato di fermare sulle labbra la risposta, ma il "sì", purtroppo, era uscito dalla sua bocca. Fortunatamente, l'aveva infarcito di "ma", "forse". 
Luigi guardò sbalordito il nonno e ripropose la domanda: "Allora se le zanzare ci pungono dipende da Noè che le ha salvate?". Questo volta il tono era anche leggermente adirato contro la dabbenaggine dimostrata da Noè. 
Il nonno guardò il fiume, quasi in cerca di una risposta, e la risposta era infatti lì: due erano le barche, perciò dovevano essere state due le arche del diluvio, ed azzardò. "Forse non è stato proprio Noè a salvare le zanzare, ma l'altro, con l'altra barca". 
"L'altro chi?, con quale altra barca?", domandò con aria dubbiosa Luigi.
"Sì, l'altro, il socio di Noè, non ricordo il nome, adesso. Ma guarda quell'uccello che vola sul fiume, non è un gabbiano?". Il nonno, con maestria, cercò di cambiare argomento e pensò anche di esserci riuscito, dal momento che Luigi rispose: "Sì, forse". Ma mentre diceva queste due parole, capì che non sempre ci si può fidare degli adulti, anche se sono i propri nonni. I grandi non sanno tutto, come i bambini, l'unica differenza è che i grandi spesso ingannano, anche a fin di bene. Ma a Luigi queste cose non andavano. 
L'estate non avrebbe più avuto lo stesso sapore.
 
  

venerdì 24 agosto 2012

Fällt ein Blatt vom Baum

 

Fällt ein Blatt vom Baum,
der Wind war stärker;
ich träumte einen Sommer lang.

Vor Tagen noch war dieser Tisch
ein Platz der Freude. Doch auch er schaut
traurig und denkt an Gestern , ist voll von
Laub und braunen Flecken.

Blätter fallen,
der Sommer will Trauer tragen.
Des Sommers Pracht wird schon entsorgt.

Doch gleich kommt der Herbst,
mit seinen Farben;
die Früchte prall und rot,
nichts erinnert hier an Tod.

Schon steht der Frühling vor der Tür.

(di Petra Kurz)

lunedì 20 agosto 2012

Come si costruisce una casa

Consigli utili per costruire una casa:

1) Scegliere un posto, uno qualsiasi. L'unica cosa importante è che abbia un "qui" e un "là". Il "qui" e il "là" dovrà essere inteso nella bidimensionalità (sopra-sotto, sinistra-destra) in modo tale che tutto  ciò che resterà fuori non farà parte dell'edificio e in quanto tale escluso.

2) Leggere attentamente una bussola e orientarsi rispetto al Nord. I venti freddi dovranno essere mitigati dal caldo proveniente dal Sud, perciò sarebbe opportuno fare due porte di entrata che si afficcino su questi due punti cardinali. In quando due, una porta sarà secondaria all'altra, ma quale sarà principale non verrà dato sapere.
Ad Est si potranno piantare dei cespugli, dove gli uccelli troveranno riparo nei mesi più caldi, mentre ad Ovest è consigliabile avere degli alberi forti e frondosi, carichi di frutti, affinché si possa guardare con relativa tranquillità il tramonto. 

3) La casa dovrà trovarsi al crocevia di ogni strada, in modo da ospitare genti di ogni razza e di ogni credo, ma nello stesso tempo avrà bisogno di un'atmosfera di quiete e solitudine, per permettere a chi ci abita la possibilità di riflettere e meditare sul Cielo e sulla Terra. 

4) Il tetto dovrà fornire l'opportunità di fare ammirare il cielo stellato a chi abita la casa, e che di notte non riesce a dormire.

5) Nella casa dovranno vivere anche due cani: possibilmente bianchi. Uno potrà chiamarsi Prendi e l'altro Dai, tutti gli altri nomi diversi da questi saranno ammessi a condizione che non vengano mai pronunciati. 

6) Fate in modo che nel camino arda sempre un fuoco, anche nei mesi caldi. Quando si spegne il fuoco, spesso crolla anche la casa. 

7) Cercate di trovare un Angelo disposto a proteggere la vostra casa, ma siate pronti a difendere l'Angelo quando sarà necessario.

8) Non pensate mai che la casa sia vostra, ma che vi sia stata lasciata in prestito, abbiatene cura.

8 bis) Il progetto della casa deve essere aperto a miglioramenti, perciò ogni suggerimento deve essere vagliato e sottoposto a verifica.

9) 1° suggerimento: Non dimenticate di scavare un tunnel sotto la casa come via di fuga.


                     

giovedì 16 agosto 2012

Dove andate?

Nuvole all'orizzonte, nuvole sopra di noi. Pioggia. C'è chi dice, con una sorta di arroganza, che non si porta l'ombrello quando si va nei boschi. Forse ha anche ragione, perché con l'ombrello non ci si puo' nascondere tra i cespugli e non si può andare dove la vegetazione diventa più fitta, ma è sempre bene avere uno strumento di protezione quando ti metti in certe situazioni, e questo si impara solamente quando ormai già ti ci trovi.
Pioggia ovunque, di quella che ti tormenta continuamente, di quella che cade in modo costante e arriva da ogni parte.
Sembrava, all'inizio, una tranquilla passeggiata nel bosco. Il programma della giornata appariva impeccabile, le migliori menti del nostro gruppo avevano studiato da mesi questa giornata. Nulla era stato lasciato al caso: c'era anche chi aveva mappato la zona tramite Gsm, non potevamo smarrirci, ogni ostacolo sarebbe stato superato. I rifornimenti erano sovrabbondanti e avevamo con noi anche i medicamenti giusti per evitare qualsiasi intossicazione dagli attacchi delle solite "zanzare". Nulla era stato tralasciato. Forse.
Pioggia ovunque, e il morale è a pezzi. 
Nessuno aveva preveduto questa pioggia. I nostri mezzi d'informazione non ci avevano avvisato di tale possibilità, o forse l'avevano prevista ma minimizzata, perché secondo la loro arroganza, non si va nel bosco con gli ombrelli. Forse avevano anche ragione, perché con gli ombrelli non ci si può nascondere.
Pioggia ovunque. 
E ora ci nascondiamo, mentre ci risuonano nella testa come un'eco quelle parole, lanciate in modo disperato da chi, essendo saggio, era stato deriso: "Dove andate?".
Piove ovunque.

martedì 14 agosto 2012

Sentimenti (2)

Il capo a volte si arrabbia. E' preso da un odio quasi irrefrenabile contro alcune parole, utilizzate come refrain, dai mass media, dalle istituzioni (altra parola che mette di cattivo umore il capo), dagli uomini della strada (e questa locuzione lo rende furibondo). 
Negli ultimi tempi, il capo è spesso arrabbiato: rimbalzano, infatti, ovunque le parole "equo" ed "equità": non ne può più, il capo, di questi termini. E si adira maggiormente perché c'è qualcuno, e senz'altro non l'ultimo arrivato, che vuole convincere tutti (e tra questi il capo) che si possono svolgere delle azioni politiche dettate dalla imparzialità e dall'equilibrio.
"Equilibrio?" si domanda e ci domanda il capo. "Ma se ultimamente, e quando dico ultimamente mi riferisco a decenni, che sembra di essere perennemente in un circo, dove i clown, ormai, non fanno neanche più ridere, essendo diventate figure patetiche dovendo cercare continuamente di non farsi prendere il ruolo dal domatore, che libera le tigri, dal funambolo, che avvolge il pubblico con la corda, dal lanciatore di coltelli, che sbuccia le mele con i suoi arnesi del mestiere, e dalla donna cannone che si spara contro la folla, gettando tette e culo sulle copertine di ogni settimanale, mensile, sperando di avere in cambio delle annualità remunerate".
Quando il capo si arrabbia, tende a scaldarsi e quando si scalda acquista doti medianiche che lo proiettano oltre il tempo. E in questi casi si proietta in un futuro che sa quasi di passato, e comincia a citare, con voce ispirata, delle frasi, dei versi tratti da qualche libro, del quale si è smarrita traccia. E in questi momenti mette veramente paura: infatti parla di tiepidi che non sono buoni perché sanno ma non fanno. Dice che ciascuno dovrebbe dare quello che è capace di dare e avere ciò di cui ha bisogno. Dice, anche, che verranno quei tempi passati, in cui l'equilibrio sarà lasciato al demonio, perché in un mondo di eguali nessuno potrà dividersi su i due piatti della bilancia dell'umanità. In questi casi il capo diventa ancora più criptico di quanto lo sia normalmente. 
Noi, che gli vogliamo bene, cerchiamo di non fargli ascoltare certe esternazioni tele-genico-visive o di fargli leggere certi commenti socio-politici interessati. 
E' fatica volere bene al capo.

mercoledì 8 agosto 2012

Dopo il pranzo


La luce sommessa di un giorno di pioggia accompagnava la nostra discussione. Parlavamo della vita, di politica, dei difficili tempi in cui vivevamo, ma, innanzitutto, evitavamo di parlare di noi. Le cose non andavano più bene, non da molto, ma non andavano. Sapevamo, anche, che non avremmo potuto metterci lì a parlare dei nostri problemi, delle incomprensioni, delle futilità che ci separavano. Non volevamo imboccare la strada della banalità. Lasciavamo andare la nostra vita di coppia lungo una dolce discesa: piano avremmo accompagnato la nostra vita in comune verso la valle dell'indifferenza. Quasi con risolutezza ci sentivamo superiori a qualsiasi conformismo, anche se era in ballo il nostro futuro. 
Avevamo pranzato in una piccola osteria, un'osteria senza grandi pretese ma con una sua dignità culinaria. Uscimmo, dopo aver pagato il conto, e ci incamminammo lungo la strada che portava all'arrampicata. La pioggia era cessata e un gruppo di giovani si cimentavano alla parete. Ci fermammo a curiosare e, senza volerlo, ci sedemmo su una panchina; a fianco, su un'altra panchina, vi erano due coppie di anziani. Ci salutammo e uno dei due signori iniziò a farci, cordialmente,   una infinità di domande. In pratica, nel giro di cinque minuti, ci chiese se eravamo in vacanza, da dove venivamo, se avevamo dei figli, cosa facevamo, e così via a curiosare. Piano piano anche gli altri divennero interessati alle nostre risposte e iniziarono ad intervenire nella conversazione. Infatti, l'iniziale "interrogatorio" si tramutò in una cordiale chiacchierata tra estranei.
Dopo una ventina di minuti, i veri protagonisti della conversazione erano diventati loro, i nostri vicini di panchina. Così sapemmo quanti figli, nipoti, fratelli avevano, quanti parenti erano rimasti in vita e quanti e come erano morti. Ci raccontarono quale lavorono avevano svolto e come trascorrevano il tempo della pensione. I loro acciacchi e le loro tristezze, ma anche le gioie e le speranze. Non erano storie di vite brillanti o da lasciare alla memoria dei posteri, ma erano comunque storie di vite vissute, ricche per loro, cariche di senso, almeno per gli astanti durante la chiacchierata.
Il sole appariva timidamente, dopo una giornata in cui si era celato dietro le nuvole, per andare a riposare pigramente all'orizzonte. Era ora di rincasare anche per noi: salutammo i nuovi conoscenti e ci dirigemmo verso il parcheggio, giungemmo alla nostra auto, vi entrammo, e lì dentro, improvvisamente iniziammo a parlare di noi, della nostra vita. Avevamo iniziato la nostra arrampicata.

lunedì 6 agosto 2012

Sentimenti (1)

Ci eravamo quasi illusi, baloccandoci nella tranquillità della campagna, di avere portato a termine l'ultima e più difficile missione degli ultimi anni, ma come sempre avevamo commesso un errore (ma non il nostro capo): l'emergenza non era terminata. Il gioco si faceva diverso, ma sempre di un gioco si trattava. Le tracce di BOND le avevamo perse da un bel pezzo, ma comunque eravamo riusciti a capire che lui era solamente una tigre di carta. 
Adesso ci trovavamo difronte ad un altro scenario di cartapesta, quello del SENTIMENTO e il nostro capo era ben deciso a scoprire da dove venisse questo nuovo gioco di società (o delle società). "SENTIMENTO", ci comunicò telepaticamente il capo "è un'operazione troppo sopraffina per essere stata messa in campo dai soliti cialtroni. Già nel nome c'è l'inganno. Si vuole superare il raziocinio per far passare i messaggi  della sopravvivenza attraverso l'irrazionale. Tendono alla distruzione del pensiero, preferendo il comando semplice e diretto del sentimento, affinché le masse supinamente si dividano in tante squadre, le une contro le altre. Bisogna fare attenzione ad ogni segnale, ad ogni simbolo: i luoghi di morte saranno presto individuati. Fate attenzione, mi raccomando".
Il capo lanciò questo messaggio e se ne andò a dormire. Quello che doveva fare lo aveva ormai fatto.