venerdì 27 luglio 2012
giovedì 26 luglio 2012
Quanto si è disposti a pagare per un capolavoro
La storia, all'inizio, appariva abbastanza banale: il mare, il sole, l'estate, la gioventù, lei e lui. C'erano tutti i componenti per un bel noioso racconto d'appendice. Ma era costretto a leggerlo, dal momento che la casa editrice in cui lavorava lo pagava per selezionare roba di questo genere. In questi racconti, già alla seconda-terza pagina sai dove si andrà a finire. Lei o lui tradisce lui o lei, o si tradiscono a vicenda, oppure lei/lui muore e lei/lui non si innamora più, sconsolata/o. Oppure muoiono tutt'e due allora giù lacrime e invettive contro il cinico destino.
Invece, nell'ultima storia che stava leggendo, alla quarta pagina c'era stato un colpo d'ala dello scrittore. Il racconto cambiava protagonista: non erano più lei e lui, giovani, belli, traditori e in vacanza al mare, ma era lo stesso scrittore che diventava il personaggio principale.
In quella pagina accadeva che il lettore della casa editrice, che aveva ricevuto il dattiloscritto da pubblicare in una raccolta di racconti dedicata a giovani scrittori, si stupiva della freschezza e originalità dell'opera e contattava, senza informare la casa editrice, lo scrittore per comunicargli che il suo dattiloscritto era veramente buono e che senz'altro doveva indirizzarsi ad un'altra casa editrice, che avesse un target diverso.
Lo scrittore ascoltò le osservazioni del lettore e annotò anche i suoi consigli, ma subito dopo aver terminato la conversazione fu colto da mille pensieri. Non riusciva a comprendere per quale motivo uno sconosciuto, un lettore di una casa editrice, si fosse preso la briga di telefonare per informarlo di una cosa che lui non riusciva a vedere: il suo genio. Forse, cominciò a pensare lo scrittore, era tutto uno stratagemma per farlo fuori dal progetto editoriale della casa editrice, forse il lettore aveva qualche suo/a conoscente da inserire nella raccolta di racconti e perciò cercava di decimare gli aspiranti attraverso delle telefonate che da un lato incensavano l'interlocutore, ma dall'altro lo costringevano a ritirare il dattiloscritto. Senz'altro, lui avrebbe potuto lasciare il componimento alla casa editrice, affinché venisse selezionato per la raccolta di racconti, ma il lettore avrebbe potuto scartarlo, adducendo che stava facendo un grande favore al futuro "talento" della narrativa italiana.
No, ormai si trovava in una situazione talmente aggrovigliata che aveva deciso di andare a parlare direttamente con il lettore.
Perciò, il giorno successivo, era uscito di casa e si era diretto alla casa editrice, lì aveva domandato del lettore. L'usciere lo aveva squadrato e dopo una impercettibile pausa di disgusto, aveva detto con un filo di voce: "Terzo piano, stanza 5".
Aveva bussato alla porta e, ricevuto l'"avanti", era entrato presentandosi. Di rimando, ottenne un grande sorriso dalla faccia incredula del lettore. Lo scrittore espresse il motivo della sua venuta, e il lettore manifestò ancora la sua ammirazione per l'ottimo racconto che aveva avuto il piacere di leggere. Lo scrittore gli disse che era sua intenzione vedere il suo dattiloscritto pubblicato presso la casa editrice, nella raccolta di racconti di giovani autori. Il lettore lo guardò meravigliato e gli disse che non doveva sciupare il suo talento in quella raccolta di spazzatura. Inoltre, il racconto non rispecchiava i canoni della serie, non c'era il coinvolgimento sentimentale, non c'era neanche un po' di spiaggia e qualche "cornetto".
Lo scrittore, infastidito dall'atteggiamento del lettore, rispose che evidentemente non aveva letto per intero il racconto, dal momento che a pagina 25 si ritornava in un'ambientazione da romanzo rosa, con tanto di tradimento, passione, lacrime e spiaggia. Il lettore arrossì, perché effettivamente non lo aveva letto tutto, ma si era fermato un po' prima di pagina 25, appena accortosi della grandezza del componimento, e comunque ribadì l'indisponibilità a pubblicarlo. A questo punto la discussione si era animata, e lo scrittore, preso da uno scatto d'ira, aveva afferrato un fermacarte che si trovava sul tavolo e colpito il lettore più volte alla testa...
Giunto a pagina 23, il lettore sbarrò gli occhi dall'orrore: quel dattiloscritto lo aveva veramente affascinato e si era quasi sentito in dovere di avvisare lo scrittore della bellezza della sua opera, invitandolo a indirizzarsi verso un'altra casa editrice. Ma lo svolgimento del racconto, sino a quel momento, lo aveva fatto riflettere. Ebbe la sensazione che si stesse narrando la sua storia. "E se il lettore aggredito a morte fossi proprio io?", si domadò cupamente. Già sentiva, addirittura, il sangue che gli colava caldo dalla tempia sinistra. Chiuse il dattiloscritto, lo fissò per qualche istante, come se stesse raccogliendo le energie per prendere una decisione, infine afferrò il timbro e vi stampigliò sopra un "Annullato".
E mentre deponeva il racconto nello scaffale delle opere respinte, pensò che la pubblicazione di un capolavoro non poteva valere una vita umana, specialmente se quella vita era la sua.
mercoledì 25 luglio 2012
Con rispetto, a Francesco De Gregori
Oggi è un giorno che vale la pena guardarsi alle spalle,
e anche uno specchio può andare bene.
Per liberarsi dalle catene, dalle montagne venire a valle,
anche uno specchio va bene.
Così vediamo dove stiamo e dove stiamo andando,
così impariamo ad imparare e a sbagliare sbagliando.
Tu dove vai fratello?
Sei partito che era tutto fermo
e adesso già la terra sotto ai tuoi piedi si sta spostando.
Tu cosa credi bello?
Che davvero sia una buona stella,
questa stella nera che ci sta accompagnando?
E se non fosse per sentirmi vivo adesso,
io nemmeno probabilmente, starei cantando.
Tu da che parte stai?
Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati?
O di chi li ha costruiti? Rubando?
Oggi è un giorno da stare in coperta
a guardare le onde arrivare,
su tutti i lati di questa nave.
E non c'è spiaggia dove nascondersi,
e non c'è porto dove scampare, al tribunale del mare.
Sarà sereno e se non sarà sereno, si rasserenerà.
In quale notte ci perderemo?
Quale futuro ci raccoglierà?
Tu dove vai fratello?
Sei partito che era ancora notte,
e adesso già l'asfalto sotto ai tuoi piedi si sta squagliando.
Tu cosa credi bello?
Di sapere veramente il prezzo e il nome,
e il nome e il prezzo che ti stanno dando?
Ma se non fosse per sentirmi vivo adesso,
io nemmeno per tutto l'oro del mondo, starei gridando.
Tu da che parte stai?
Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati?
O di chi li ha costruiti? Rubando?
e anche uno specchio può andare bene.
Per liberarsi dalle catene, dalle montagne venire a valle,
anche uno specchio va bene.
Così vediamo dove stiamo e dove stiamo andando,
così impariamo ad imparare e a sbagliare sbagliando.
Tu dove vai fratello?
Sei partito che era tutto fermo
e adesso già la terra sotto ai tuoi piedi si sta spostando.
Tu cosa credi bello?
Che davvero sia una buona stella,
questa stella nera che ci sta accompagnando?
E se non fosse per sentirmi vivo adesso,
io nemmeno probabilmente, starei cantando.
Tu da che parte stai?
Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati?
O di chi li ha costruiti? Rubando?
Oggi è un giorno da stare in coperta
a guardare le onde arrivare,
su tutti i lati di questa nave.
E non c'è spiaggia dove nascondersi,
e non c'è porto dove scampare, al tribunale del mare.
Sarà sereno e se non sarà sereno, si rasserenerà.
In quale notte ci perderemo?
Quale futuro ci raccoglierà?
Tu dove vai fratello?
Sei partito che era ancora notte,
e adesso già l'asfalto sotto ai tuoi piedi si sta squagliando.
Tu cosa credi bello?
Di sapere veramente il prezzo e il nome,
e il nome e il prezzo che ti stanno dando?
Ma se non fosse per sentirmi vivo adesso,
io nemmeno per tutto l'oro del mondo, starei gridando.
Tu da che parte stai?
Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati?
O di chi li ha costruiti? Rubando?
- Francesco De Gregori
- Canzoni D'amore (1992)
- Chi Ruba Nei Supermercati?
- http://www.youtube.com/watch?v=N1fayeIPW8c
martedì 24 luglio 2012
Organizzazione di un piano (7)
Dopo tante peripezie, eravamo giunti a comprendere qualcosa di importante: BOND era irraggiungibile. Più lo braccavamo, più era imprendibile. Anzi, avevamo la sensazione che il nostro agitarci lo portava sempre più lontano. Forse, era proprio il nostro muoverci al suo inseguimento a caricarlo di nuova energia. C'era qualcuno, tra noi, convinto che BOND neanche esisteva, era solamente un diversivo, un fantoccio creato ad arte per farci perdere la vera natura dei problemi. BOND era divenuto il leitmotiv dell'informazione nostrana. Non passava giorno che il titolone di prima pagina di qualsiasi giornale a tiratura nazionale citasse lo stato di salute di BOND, delle sue smaglianti scalate verso punti sempre più alti della Terra. "BOND a quota 530", gridava un giornale; mentre l'altro era pronto a rispondere con un titolone ancora più possente: "BOND supera ogni limite".
Ma il capo ci aveva avvisato che si trattava di un carosello di cartapesta, inventato per intrattenere gli allocchi creduloni. "Il capo è sempre il capo", pensai io, quasi affascinato per la miscellanea di poesia e di analisi, che si armonizzavano nella sua frase. "Carosello di cartapesta", accidenti che vibrante raffigurazione della realtà. "E allora, BOND non esiste?", mi domandai disperatamente. Ma come se avesse delle doti di lettura del pensiero, il capo continuò dicendo: "BOND esiste, ma questa volta sta recitando un ruolo e la sceneggiatura è stata scritta da pessimi scrittori".
Cosa dovevamo fare, arrivati a questo punto?
Il capo, che ormai possedeva delle doti di lettura del pensiero prima che il pensiero venisse formulato, rispose o anticipò la risposta: "A sinistra c'è un'uscita di emergenza, dovete andare via da questa scena. Fate in fretta".
Appena usciti sentimmo che fuori l'aria era più pura. Ci guardammo intorno e non riconoscemmo il posto, provammo a metterci in contatto con il capo tramite il telefonino, ma in quel luogo non funzionava: forse non c'era campo. Ma il campo c'era, davanti a noi: anzi, c'erano distese di campi coltivati. "Questa è un'altra storia", disse il capo telepaticamente. " E avremo bisogno di un altro piano".
domenica 22 luglio 2012
Aspettate, che stiamo arrivando
"Appena ci liberiamo, saremo da voi", disse Antonio, girandosi verso di noi, che già stavamo rincasando.
Antonio e Francesco erano dei tipi veramente speciali, ma non mi sarei mai immaginato che avrebbero fatto di tutto per liberarsi dai loro impegni, affinché potessero trascorrere la festività di Ferragosto con noi. Sì, eravamo parenti, praticamente avevamo la stessa discendenza, ma non credevo che ci tenessero talmente tanto alle tradizioni, da garantire la loro presenza alla festa di metà Agosto.
Luglio volgeva al termine, e loro se ne partivano dalla Liguria, trafelati ed iracondi. Ne avevano viste troppe, in quei giorni, da non poter più sopportare di stare sempre quasi fermi al loro posto. Avevano voglia di muoversi, di fare, di vedere altre persone e altri mondi. Francesco, prima di salutarci, ricordo che disse, anche in modo inconsueto rispetto alla sua proverbiale calma e dolcezza, che aveva quasi voglia di menar le mani. Sì, disse proprio così: menar le mani. Tant'è vero che istintivamente le guardai e mi parvero due macigni. E pensai: "Povero chi gli capita sotto".
Antonio, invece, non fece commenti, ma il suo volto era abbastanza teso. Era diverso tempo che mancava dalla sua Padova: forse stava pensando che dopo averci fatto visita, sarebbe andato a trovare i parenti che vivevano ancora nella sua città natale.
Francesco, tradendo un suo pensiero che lo tormentava, disse: "Accidenti, quasi dimenticavo. Devo andare ancora a riprendermi il cane da Rita". Il suo cane lupo rappresentava per lui quasi un prolungamento della persona, una parte di sé. L'aveva incontrato ancora cucciolo e indifeso nella foresta, circa quattro anni prima, e da quel giorno Francesco e il cane lupo erano stati sempre insieme: qualcuno affermava, che Francesco ci parlava anche con il cane.
Al pensiero di averlo lasciato per tanti giorni da Rita, divenne triste. Non gli piace dimenticare le cose, le persone e, soprattutto, gli animali. Diceva spesso, quasi a mo' di rimprovero: "Si comincia a dimenticare l'albero che sta davanti casa e si finisce per perdere l'umanità". Veramente non avevo mai ben compreso questa frase, ma mi ero sempre trovato in imbarazzo a chiedergli se intendeva che si finiva per perdere il contatto con l'umanità oppure se voleva indicare che si smarriva il proprio essere umano.
Francesco era fatto così, quello che diceva era quello che diceva, se lo capivi bene, se non lo capivi, amen. Secondo lui, prima o poi lo avresti capito. Ne aveva viste tante, Francesco, per doversi soffermare sull'esegesi delle sue parole, questo compito lo lasciava agli altri, a quelli che non sapendo cosa dire, dicevano le cose degli altri.
Li ricordo ancora, lui e Antonio, mentre ci salutavamo in quel pomeriggio di fine luglio: il sole, ancora abbastanza prepotente, li colpiva con i suoi raggi, illuminandoli e donando loro una aura di santità. Agosto sarebbe presto arrivato, e loro avrebbero dovuto fare miracoli per liberarsi dai loro impegni: quel mese si presentava veramente impegnativo, per due come loro.
Al pensiero di averlo lasciato per tanti giorni da Rita, divenne triste. Non gli piace dimenticare le cose, le persone e, soprattutto, gli animali. Diceva spesso, quasi a mo' di rimprovero: "Si comincia a dimenticare l'albero che sta davanti casa e si finisce per perdere l'umanità". Veramente non avevo mai ben compreso questa frase, ma mi ero sempre trovato in imbarazzo a chiedergli se intendeva che si finiva per perdere il contatto con l'umanità oppure se voleva indicare che si smarriva il proprio essere umano.
Francesco era fatto così, quello che diceva era quello che diceva, se lo capivi bene, se non lo capivi, amen. Secondo lui, prima o poi lo avresti capito. Ne aveva viste tante, Francesco, per doversi soffermare sull'esegesi delle sue parole, questo compito lo lasciava agli altri, a quelli che non sapendo cosa dire, dicevano le cose degli altri.
Li ricordo ancora, lui e Antonio, mentre ci salutavamo in quel pomeriggio di fine luglio: il sole, ancora abbastanza prepotente, li colpiva con i suoi raggi, illuminandoli e donando loro una aura di santità. Agosto sarebbe presto arrivato, e loro avrebbero dovuto fare miracoli per liberarsi dai loro impegni: quel mese si presentava veramente impegnativo, per due come loro.
sabato 21 luglio 2012
Prima o poi abbocca, forse...
Stava, in un pomeriggio di alcuni mesi fa, sul pontile di Ostia, con la cesta vuota e la canna puntata verso il mare. Aveva trascorso ore fissando, quasi immobile, le onde del mare, in attesa di un pesce qualsiasi che abboccasse.
Credo che neanche lui sperasse più nella possibilità di vedere scendere nell'acqua il galleggiante della lenza. Ma, nonostante tutto, non disperava: prima o poi abboccherà, pensava tra sé e sé. La sua esperienza di pescatore lo portava ad essere ottimista e cinico nel contempo. Sapeva che un'esca è sempre allettante per un pesce; l'importante, per il pescatore, è avere pazienza, perché l'animale non può resistere a lungo al richiamo di un bel vermetto.
Per il pesce, invece, alcune volte è indispensabile non aprire bocca e non fidarsi di chi ti offre un bel "bocconcino".
Mi piace pensare, che quella sera il pescatore se ne tornò a casa con la cesta vuota e con un pessimo umore per il vento che si era preso in faccia senza ottenere nulla in cambio. Mentre, un pesce, che per ore aveva girato intorno all'esca, indeciso se abboccare o no, fosse ritornato alla sua tana e lì solamente avesse aperto la bocca per mimare una specie di sorriso.
giovedì 19 luglio 2012
Non è mai troppo tardi
Questa è la televisione che mi piace! Non parlo del modello, anche se questi apparecchi racchiudono in sé un certo fascino, quello della semplicità e robustezza. No, non volevo parlare dell'apparecchio, ma del programma che viene trasmesso. Forse ci sarà qualcuno, troppo attento alla realtà (ma ciò che è reale è anche vero?) che dirà: "Ma la televisione è spenta, non trasmette niente!". Ah, sì, senz'altro sul video non scorrono immagini colorate di spettacoli urlati, lustrati, bonari e rassicuranti, ma nello stesso tempo violenti nelle parole e negli ammiccamenti; oppure di serie televisive dove tutto è facile, veloce, non-riflessivo, immediato nell'azione perché nulla passa attraverso il cervello. E non ci sono neanche immagini di telegiornali, che, invece di offrire notizie o riflessioni, disinformano, offrendo sempre i soliti pastoni che gonfiano ma non nutrono. Come dicevo, non c'è nulla di tutto questo sullo schermo, ma qualcosa si intravede. E' una scena domestica o. per meglio dire, familiare, una di quelle scene che rappresentano il vissuto quotidiano di ogni persona, ma che vengono relegate nell'ambito del "non-detto".
Nello stesso tempo, l'ambito familiare entra in comunicazione con il resto della società attraverso la finestra aperta. Forse, sarà pura simbologia, ma i simboli sono il pilastro della esistenza umana, della possibilità di colloquiare e comprendersi tra genti anche non parlando la stessa lingua.
Un programma (film, notizie, intrattenimento, ecc.) che incentri il suo scorrere temporale sulle persone (non sui golem creati nei laboratori degli studios esteri e nostrani) avrebbe un ruolo nella nostra vita. Anni fa era in voga, nell'ambiente giornalistico, citare uno stereotipo, quello relativo alla casalinga di Voghera, per indicare un mondo piccolo-borghese, con un basso livello culturale e con una scarsa apertura mentale. E su questo stereotipo si è costruita la televisione odierna: non si può fare una televisione aperta ai problemi individuali o sociali, perché "la casalinga di Voghera" non la capirebbe e perciò non la vedrebbe.
Così si è trasformata la tv e dal famoso maestro Manzi (di "Non è mai troppo tardi") siamo arrivati all'esaltazione della peggiore piattezza discorsiva, culturale, morale, trasformando la casalinga di Voghera in una specie di voyeur italica (ma senza distinzione di sesso).
Ritorniamo, allora, ad una televisione che si rivolga alla casalinga di Voghera, e che ricominci ad interrogarsi cosa lei pensa (lei e noi, non molto dissimili da lei), una televisione che crei percorsi "culturali" in modo che la casalinga di Voghera (e noi con lei) sia in grado di aprire quella benedetta finestra per guardare il mondo.
Così si è trasformata la tv e dal famoso maestro Manzi (di "Non è mai troppo tardi") siamo arrivati all'esaltazione della peggiore piattezza discorsiva, culturale, morale, trasformando la casalinga di Voghera in una specie di voyeur italica (ma senza distinzione di sesso).
Ritorniamo, allora, ad una televisione che si rivolga alla casalinga di Voghera, e che ricominci ad interrogarsi cosa lei pensa (lei e noi, non molto dissimili da lei), una televisione che crei percorsi "culturali" in modo che la casalinga di Voghera (e noi con lei) sia in grado di aprire quella benedetta finestra per guardare il mondo.
mercoledì 18 luglio 2012
Sommer (von Georg Trakl)
Am Abend schweigt die Klage
des Kuckucks im Wald.
Tiefer neigt sich das Korn,
der rote Mohn.
Schwarzes Gewitter droht
über dem Hügel.
Das alte Lied der Grille
erstirbt im Feld.
Nimmer regt sich das Laub
der Kastanie,
auf der Wendeltreppe
rauscht dein Kleid.
Stille leuchtet die Kerze
im dunkeln Zimmer.
Eine silberne Hand
löschte sie aus.
Windstille, sternlose Nacht.
A sera tace il lamento
del cuculo nel bosco.
Più profondo si china il frumento,
il papavero rosso.
Nero temporale minaccia
sopra la collina.
L'antico canto del grillo
si spegne nel campo.
Non più si muove il fogliame
dell'albero castagno.
Sulla scala a chiocciola
fruscìo della tua veste.
Quiete la candela risplende
nella stanza oscura.
Una argentea mano
la spense;
silenzio del vento, notte priva di stelle.
martedì 17 luglio 2012
lunedì 16 luglio 2012
Organizzazione di un piano (6)
"Attenzione, sembra bello e innocuo, ma invece è letale. Questo è uno dei frutti velenosi di BOND", disse il capo, che da dietro un albero aveva visto nei nostri occhi la voglia di cogliere il fungo. I prodotti tossici ci hanno sempre affascinato, ma avevamo scoperto sulla pelle dei nostri amici, conoscenti, parenti, discendenti che nei derivati la tossicità era letale.
Eppure, il confezionamento di certi prodotti aveva ingannato tutti, ossia, quasi tutti. Infatti, il capo era stato sempre abbastanza indifferenti al richiamo delle sirene della "storia è finita". Che tempra, il capo! Mentre gli altri si erano trastullati con le lucciole, senza accorgersi che erano lanterne, il capo aveva tessuto la rete. La trama era perfetta, come il piano d'altronde. C'era solamente questo BOND che rovinava i sonni del capo. "Trend negativo, troppo negativo, così non può andare", si lamentava il capo, come recitando un mantra. 490, assurdo! 4 e 90, avrebbe pensato qualche napoletano, esperto della smorfia. "4 è 'O puorco, ossia il maiale e 90, questo è facile 'A paura, e qui neanche c'è bisogno della tradizione", avrebbe detto il nostro napoletano. "'O puorco, chist'è 'n'animale schifoso", avrebbe detto sempre il nostro napoletano, "allontanate tutti i maiali, ma la paura, solo 'loro' possono toglierla", avrebbe continuato il napoletano, terrorizzato dalla combinazione numerica. "Ma loro chi?", chiedemmo noi al nostro capo. Lui ci guardò con benevolenza, come si guardano i bambini un po' sciocchi e sorridendo tra sé e sé rispose: "Questa è un'altra storia, andiamo avanti senza toccare i funghi".
domenica 15 luglio 2012
La guerra della bellezza
Sfiniti, stramazzammo a terra. La battaglia ci aveva veramente provati. Intorno, i corpi devastati, smembrati, vilipesi dei nostri commilitoni. La guerra della vanità aveva dissipato ogni nostra risorsa e ci aveva avviati ad una sconfitta certa.
Eppure i presupposti per una nostra rapida vittoria c'erano tutti. C'eravamo preparati anni, spendendo ogni nostra risorsa, sia fisica che mentale. Eravamo riusciti a pensare esclusivamente al superfluo, solo alla nostra misera esistenza. Cura del corpo e acquisti spasmodici di merci, le più varie e le più inutili. Il trionfo del silicone e del belletto era certo. Ma, improvvisamente, l'armata dei mercati aveva circondato i nostri portafogli, i nostri risparmi, i nostri possedimenti. Il capo supremo, durante un proclama in televisione (che doveva servire per tranquillizzare gli animi), si era lasciato andare ad una crisi di pianto, affermando che i mercati volevano la nostra capitolazione. Lui si era opposto, sì, si era opposto per qualche minuto, poi aveva trattato la sua resa personale a condizione che i suoi averi rimanessero nelle sue disponibilità.
La causa era giusta e meritoria: i segugi dei mercati lo annusarono e capirono che poteva anche essere grottesco, ma era sempre uno di loro.
Noi, addestrati da anni, facemmo cerchio (o quadrato) intorno al capo supremo, offrendo le nostre protesi di silicone e le pasticche di viagra sull'altare dell'individualismo: bruciammo le nostre offerte, ma il puzzo sprigionato dalle fiamme penetrò in noi, rendendoci ancora più deboli.
Ormai siamo ridotti a pura sembianza delle passate glorie: manichini monchi di noialtri ex manichini. La disfatta si preannuncia imminente, ma non cederemo un solo centimetro dei nostri stencil senza lottare. Graffieremo con le nostre unghie finte e lanceremo le megaprotesi del seno contro il nemico.
L'unica nostra consolazione è che l'attuale nostro nemico sarà a breve sbaragliato da nuove e possenti armate, che già si stanno formando negli angoli più diversi del pianeta. Speriamo solamente che questi novelli barbari sappiano imparare a indossare con garbo un capo firmato.
Eppure i presupposti per una nostra rapida vittoria c'erano tutti. C'eravamo preparati anni, spendendo ogni nostra risorsa, sia fisica che mentale. Eravamo riusciti a pensare esclusivamente al superfluo, solo alla nostra misera esistenza. Cura del corpo e acquisti spasmodici di merci, le più varie e le più inutili. Il trionfo del silicone e del belletto era certo. Ma, improvvisamente, l'armata dei mercati aveva circondato i nostri portafogli, i nostri risparmi, i nostri possedimenti. Il capo supremo, durante un proclama in televisione (che doveva servire per tranquillizzare gli animi), si era lasciato andare ad una crisi di pianto, affermando che i mercati volevano la nostra capitolazione. Lui si era opposto, sì, si era opposto per qualche minuto, poi aveva trattato la sua resa personale a condizione che i suoi averi rimanessero nelle sue disponibilità.
La causa era giusta e meritoria: i segugi dei mercati lo annusarono e capirono che poteva anche essere grottesco, ma era sempre uno di loro.
Noi, addestrati da anni, facemmo cerchio (o quadrato) intorno al capo supremo, offrendo le nostre protesi di silicone e le pasticche di viagra sull'altare dell'individualismo: bruciammo le nostre offerte, ma il puzzo sprigionato dalle fiamme penetrò in noi, rendendoci ancora più deboli.
Ormai siamo ridotti a pura sembianza delle passate glorie: manichini monchi di noialtri ex manichini. La disfatta si preannuncia imminente, ma non cederemo un solo centimetro dei nostri stencil senza lottare. Graffieremo con le nostre unghie finte e lanceremo le megaprotesi del seno contro il nemico.
L'unica nostra consolazione è che l'attuale nostro nemico sarà a breve sbaragliato da nuove e possenti armate, che già si stanno formando negli angoli più diversi del pianeta. Speriamo solamente che questi novelli barbari sappiano imparare a indossare con garbo un capo firmato.
sabato 14 luglio 2012
giovedì 12 luglio 2012
Organizzazione di un piano (5)
"Bisogna allinearsi", aveva detto telefonicamente il capo. Ma, veramente, non saprei dire con esattezza, se la parola era questa oppure "alienarsi". Santa dislessia di noi altri poveri sottoposti.
Comunque sia, io ricordo "allinearsi", tant'è vero che il capo subito dopo la telefonata ci aveva inviato, tramite fax, la foto sottostante. A giudicare dall'immagine, il capo non poteva non dire che bisognava seguire l'esempio delle sedie e mettersi in linea davanti alla rappresentazione; evidentemente quella di BOND nella sua parte meglio riuscita: quello dello Spread che si incaglia nel Libor.
Purtroppo, anche questa interpretazione del messaggio visivo si scontrava contro l'interpretazione filosofica dell'alienazione, intesa come estraneazione dello spirito a se stesso, divenendo natura. Le sedie potevano essere considerate natura in un contesto urbano di una nazione altamente sviluppata? Ma anche in questo secondo caso, la natura di BOND si scontrava con qualsiasi sviluppo: era un tipo che speculava su ogni cosa, specialmente quando si lasciava libero di fare e disfare.
A questo punto eravamo difronte alla dicotomia classica, due corni del problema che ci avrebbero portato a conseguenze diametralmente opposte.
Già scorrevano sullo schermo dell'arena, i titoli del film: "Gold...". Oro, sempre lui era il deus ex machina della politica internazionale. Il capo ci aveva avvisato: "Allinearsi" (o alienarsi?). I "non allineati" non erano più di moda da quando BOND imperversava nel mercato dell'oro. Spread, Libor, Gold e alienazione: un codice di accesso al piano segreto che il capo aveva organizzato, un piano tanto semplice quanto incomprensibile. Alcuni avevano attribuito ogni difficoltà della messa in opera del piano alla ottusa caparbietà del capo nel continuare una storia nonostante le critiche che piovevano su di lei da ogni parte; altri, meno critici o criptici, credevano che la responsabilità dell'insuccesso (almeno momentaneo) del piano era da ricercarsi nella congiunzione astrologica non ancora favorevole. Ma costoro era dei maghi che trafficavano in oro, acquistandolo direttamente dalle famiglie spremute come limoni. Alienati!
Già sentivo le critiche, ma non dovevo fermarmi difronte ad esse: l'organizzazione dl piano doveva procedere, a dispetto di tutto e tutti.
Organizzazione di un piano (4)
Eravamo giunti davanti ad un cancello. Forse sarebbe meglio chiamarlo recinto, ma solitamente dietro ad un recinto ci sono degli animali e in questo caso non c'era nulla di visibile da poter essere paragonato ad un animale.
"Perché dico 'di visibile', ci sono forse animali invisibili?".
Tirai fuori il mio taccuino e vi appuntai: "Domandare al capo se esistono animali invisibili".
Un cane bianco lo avevamo già incontrato, ma questo era visibile, abruzzese e dormiente. Fortunatamente. Ho il terrore dei cani. Mentre pensavo a questa cosa, ebbi paura del suono delle parole: terrore dei cani. Mi voltai circospetto, non c'era nessuno: guardai davanti: anche lì, dietro al recinto (questa volta avevo usato la parola appropriata, dal momento che controllavo l'esistenza di animali) non c'era nulla di visibile. Accidenti! Ancora una volta la mia mente mi metteva in agitazione. Allora, potevano esserci dei cani bianchi invisibili? "BOND è capace di tutto".
Questa frase era nella mia testa, ma vi rimbombava con la voce del capo. "BOND è capace di tutto".
"Capo, sei tu?", domandai. Ossia domandai a me stesso. Ma non ottenni alcuna risposta. Mi parve soltanto che la mia mente fece un risolino sarcastico. come se volesse dirmi: "Ma chi può essere se non il capo, il tuo capo?". Improvvisamente odiai la mia testa, troppo perspicace, e anche me stesso, che ancora una volta mi ero posto difronte al ridicolo per non essere riuscito a tenere a freno la lingua.
mercoledì 11 luglio 2012
martedì 10 luglio 2012
La salvezza è nel volo
C'era una volta un piccione che un giorno aveva spaventato a morte un uomo, un certo Jonathan. A dire il vero, il piccione non aveva avuto alcuna intenzione di terrorizzare quel signore, anche perché sapeva che gli esseri su due gambe e senza ali sono aggressivi e portati alla violenza.
Ma quella volta era capitato che quel signore, non molto distinto, e che si vedeva chiaramente avere qualche problema di relazione con gli altri, si preoccupò eccessivamente della presenza dell'uccello. Sì, forse il piccione aveva anche lordato tutto intorno (si sa che non è in queste creature la capacità di comprendere che alcuni bisogni devono essere espletati in alcune precise zone e non dove capita), forse l'uomo aveva appena ascoltato qualche telegiornale in cui si parlava del pericolo dell'aviaria, tuttavia non si comprese appieno la reazione spropositata di questo Jonathan.
Il piccione, all'inizio, si spaventò moltissimo quando fu colto dall'improvviso arrivo dell'uomo.Con un colpo di ali, cercò una via di fuga, ma sbatté contro le pareti in preda al terrore. Improvvisamente, comprese che quell'uomo era più spaventato di lui. Allora si chetò e, con un fare semplice e spigliato, se ne andò piano piano con le sue zampette verso la finestra aperta. Un piccolo balzo, ed era sul davanzale: si girò a guardare Jonathan. Si potrebbe quasi dire che rideva dentro sé, sì, era contento di aver spaventato quell'uomo. Con lentezza si gettò nel vuoto, qualche colpo di ali e se ne andò placidamente a depositarsi sui rami dell'albero che stava davanti alla casa.
Felice e contento, rimirava nella sua testa la scena appena trascorsa.
Ma questo stato di grazia non durò molto. Ormai conosceva troppo bene gli uomini per poter pensare che la vicenda sarebbe finita lì. Doveva essere pronto ad una vendetta di Jonathan. Perciò cambiò da quel giorno le sue abitudini: si ritirò lungo le mura della città, dove aveva trovato uno spazio in cui costruire il suo nido. Non usciva quasi più dal suo rifugio. Lui, che era sempre stato un gran intenditore di piccioncine, trascurava il richiamo delle bellezze della sua specie.
Non poteva distrarsi, doveva essere pronto a contrastare ogni azione di Jonathan. Si pentiva quasi di aver gioito per lo sguardo terrorizzato di quell'uomo: sapeva che avrebbe pagato caro il suo atteggiamento sprezzante e battagliero. Un attimo di gloria lo avrebbe pagato con una vita di tensione, in attesa dello scontro finale. Pensava che gli sarebbe stata utile un'arma, ma pensava, anche, che un piccione non può usare un'arma, non ha le mani. Però, mentre si dibatteva su questi temi, gli venne in mente che lui non aveva le mani, ma l'uomo non aveva le ali e che con esse sarebbe potuto andare lontano, dove Jonathan non l'avrebbe mai trovato. Con questo pensiero si assopì al tenero sole del tramonto: forse non si sarebbe neanche più trasferito, ormai aveva in testa una soluzione e questa era la cosa più importante. La via d'uscita c'era, la salvezza era nel volo.
Ma quella volta era capitato che quel signore, non molto distinto, e che si vedeva chiaramente avere qualche problema di relazione con gli altri, si preoccupò eccessivamente della presenza dell'uccello. Sì, forse il piccione aveva anche lordato tutto intorno (si sa che non è in queste creature la capacità di comprendere che alcuni bisogni devono essere espletati in alcune precise zone e non dove capita), forse l'uomo aveva appena ascoltato qualche telegiornale in cui si parlava del pericolo dell'aviaria, tuttavia non si comprese appieno la reazione spropositata di questo Jonathan.
Il piccione, all'inizio, si spaventò moltissimo quando fu colto dall'improvviso arrivo dell'uomo.Con un colpo di ali, cercò una via di fuga, ma sbatté contro le pareti in preda al terrore. Improvvisamente, comprese che quell'uomo era più spaventato di lui. Allora si chetò e, con un fare semplice e spigliato, se ne andò piano piano con le sue zampette verso la finestra aperta. Un piccolo balzo, ed era sul davanzale: si girò a guardare Jonathan. Si potrebbe quasi dire che rideva dentro sé, sì, era contento di aver spaventato quell'uomo. Con lentezza si gettò nel vuoto, qualche colpo di ali e se ne andò placidamente a depositarsi sui rami dell'albero che stava davanti alla casa.
Felice e contento, rimirava nella sua testa la scena appena trascorsa.
Ma questo stato di grazia non durò molto. Ormai conosceva troppo bene gli uomini per poter pensare che la vicenda sarebbe finita lì. Doveva essere pronto ad una vendetta di Jonathan. Perciò cambiò da quel giorno le sue abitudini: si ritirò lungo le mura della città, dove aveva trovato uno spazio in cui costruire il suo nido. Non usciva quasi più dal suo rifugio. Lui, che era sempre stato un gran intenditore di piccioncine, trascurava il richiamo delle bellezze della sua specie.
Non poteva distrarsi, doveva essere pronto a contrastare ogni azione di Jonathan. Si pentiva quasi di aver gioito per lo sguardo terrorizzato di quell'uomo: sapeva che avrebbe pagato caro il suo atteggiamento sprezzante e battagliero. Un attimo di gloria lo avrebbe pagato con una vita di tensione, in attesa dello scontro finale. Pensava che gli sarebbe stata utile un'arma, ma pensava, anche, che un piccione non può usare un'arma, non ha le mani. Però, mentre si dibatteva su questi temi, gli venne in mente che lui non aveva le mani, ma l'uomo non aveva le ali e che con esse sarebbe potuto andare lontano, dove Jonathan non l'avrebbe mai trovato. Con questo pensiero si assopì al tenero sole del tramonto: forse non si sarebbe neanche più trasferito, ormai aveva in testa una soluzione e questa era la cosa più importante. La via d'uscita c'era, la salvezza era nel volo.
venerdì 6 luglio 2012
In ricordo di Marina
1° gennaio 1980. Ne è passato tanto di tempo, da quando feci questo scatto con una vecchia reflex, una Minolta SRT 101. Forse la pellicola era una Ilford 200, bianco e nero. Sviluppo del rullino in casa, in qualche spazio (il bagno o cucina) oscurato alla meglio e con la "tank". Stampa delle foto con un ingranditore Krokus (forse il 35 SL) e sempre in una grande provvisorietà: lampada rossa bloccata a qualche sportello della credenza, bacinelle con sviluppo e fissaggio adagiate sul tavolo, ingranditore sul coperchio del ripiano di cottura (ma forse sarebbe più esatto dire macchina del gas). Tempi da pioniere, dove la fotografia per me assomigliava all'alchimia: quelle che c'era e che non si vedeva, improvvisamente si palesava. Pura magia! Sì, scientificamente mi potevo spiegare i processi fisici e chimici che permettevano la comparsa sulla carta fotografica di quei segni in bianco e nero, che unendosi in un valzer sensuale, formavano l'immagine. Ma a me piaceva pensare ad una magia delle cose, come magica è questa fotografia: non per ciò che raffigura, bensì per quella data.
Quel giorno eravamo partiti presto da Roma (io, mia moglie e una coppia di amici) alla volta della costa amalfitana. Eravamo giovani e pieni di speranze ed energie. Dopo il Capodanno, senza neanche dormire, ci eravamo imbarcati in questo viaggio. La stanchezza si fece sentire e dopo aver visitato Amalfi, io e mia moglie ci addormentammo sui sedili posteriori dell'auto, parcheggiata in una viuzza della cittadina, mentre i nostri due amici, che avevano trascorso un fine d'anno più rilassante, se ne andarono in giro per Amalfi. E questo fatto (io e mia moglie addormentati in pieno giorno in un'auto parcheggiata in una via quasi centrale di Amalfi, e quindi nella nostra disarmante fragilità visibili ai passanti) mi resta forte nella memoria, ogni volta che guardo questa foto.
Ma è un'altra cosa che mi rimane ancora più vivida nella mente: Marina, la nostra amica, che giovane (appena superati i 35 anni) un tumore se la portò via. Era una persona piena di vitalità e di interessi, madre (quando morì) di due ragazzine. Certe volte si parla, alcune volte un po' a sproposito, di quanto sia ingiusta la vita: ebbene, in questo caso si può dire con certezza che la vita non è stata troppo benevola con Marina.
E questa foto è, per me, la foto in ricordo di questa nostra amica. Non solamente perché la scattai quel 1° gennaio di tanti anni fa, quando in quella gita anche lei era presente, ma perché quel paesino abbandonato della costa amalfitana rappresenta un poco la sua vita, che strapazzata dalla natura e dagli eventi avversi di un destino segnato, resta salda e con un certo fascino nei ricordi delle persone che l'hanno conosciuta, così come questo paesino, nonostante il trascorrere del tempo e l'avversità atmosferiche, rimane attaccato alla roccia, sprigionando un fascino che nulla potrà annullare.
mercoledì 4 luglio 2012
Il condominio, e le sue metafore
Sui giornali del 3 luglio 2012, si poteva leggere che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ricevendo al Quirinale la Nazionale italiana, di ritorno dal Campionato europeo, abbia avuto modo di affermare che "C'è molto da fare e cambiare, abbiamo alle spalle momenti difficili. Quando dico queste cose mi chiedo se parlo del calcio o dell'Italia, sono discorsi che si somigliano molto...". Tant'è vero, che il quotidiano "La Repubblica" ha titolato l'online "Napolitano incontra la Nazionale: 'Siete lo specchio del Paese'". Forse a qualcuno saranno venute in mente anche le vicende giudiziarie che alcuni uomini della Nazionale si portano appresso per via delle presunte partite vendute e relative scommesse.
Ma, senza nulla togliere alla lungimiranza del nostro Presidente, oserei dire che l'Italia assomiglia maggiormente ad un condominio. Quei grandi condomini delle sterminate periferie della capitale, dove tutti vivono nello stesso posto, ma è come se vivessero in un "loro, proprio, unico posto". Ciascuno pensa di trovare un suo modo di vivere la collettività, convinto di avere in tasca (o nella testa!) il modo per armonizzare gli interessi di tutti, ma se ben si va a vedere, è solamente il tentativo di piegare le esigenze degli altri ai propri istinti. In questo contesto, pieno di monadi che non saranno mai UNO, se non nel pagamento delle rate condominiale, spicca l'amministratore, colui che sa come sfruttare le divisioni, blandendo gli istinti di quasi tutti, colpendo coloro che vogliono controllare in modo assembleare la "cassa". I soldi sono cose troppo importanti per lasciarli in balia delle masse. Per gestire i soldi, bisogna essere ferrati: ferrati in cosa, non si sa. Forse bisognerebbe, usando una metafora calcistica, ripartire dai fondamentali: le regole, da quelle semplici.
Ad esempio: Alcune cose si possono fare ed altre no. Le spese vanno suddivise per millesimi: chi ha la casa più grande deve pagare di più. Risparmio sì, ma forse non è giusto risparmiare l'energia elettrica dell'ascensore, bloccandolo, quando le persone anziane che abitano ai piani alti non possono, ogni volta che escono di casa, sobbarcarsi una dose di ginnastica, che ormai non è più nei loro muscoli e vene.
Ma il principio fondamentale del condominio dovrebbe essere: le assemblee sono sovrane. Forse questa frase sarà una goccia in un mare di indifferenza, ma se si dà tempo alla goccia, riesce a forare anche le montagne.
Ma, senza nulla togliere alla lungimiranza del nostro Presidente, oserei dire che l'Italia assomiglia maggiormente ad un condominio. Quei grandi condomini delle sterminate periferie della capitale, dove tutti vivono nello stesso posto, ma è come se vivessero in un "loro, proprio, unico posto". Ciascuno pensa di trovare un suo modo di vivere la collettività, convinto di avere in tasca (o nella testa!) il modo per armonizzare gli interessi di tutti, ma se ben si va a vedere, è solamente il tentativo di piegare le esigenze degli altri ai propri istinti. In questo contesto, pieno di monadi che non saranno mai UNO, se non nel pagamento delle rate condominiale, spicca l'amministratore, colui che sa come sfruttare le divisioni, blandendo gli istinti di quasi tutti, colpendo coloro che vogliono controllare in modo assembleare la "cassa". I soldi sono cose troppo importanti per lasciarli in balia delle masse. Per gestire i soldi, bisogna essere ferrati: ferrati in cosa, non si sa. Forse bisognerebbe, usando una metafora calcistica, ripartire dai fondamentali: le regole, da quelle semplici.
Ad esempio: Alcune cose si possono fare ed altre no. Le spese vanno suddivise per millesimi: chi ha la casa più grande deve pagare di più. Risparmio sì, ma forse non è giusto risparmiare l'energia elettrica dell'ascensore, bloccandolo, quando le persone anziane che abitano ai piani alti non possono, ogni volta che escono di casa, sobbarcarsi una dose di ginnastica, che ormai non è più nei loro muscoli e vene.
Ma il principio fondamentale del condominio dovrebbe essere: le assemblee sono sovrane. Forse questa frase sarà una goccia in un mare di indifferenza, ma se si dà tempo alla goccia, riesce a forare anche le montagne.
lunedì 2 luglio 2012
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