domenica 22 luglio 2012

Aspettate, che stiamo arrivando

"Appena ci liberiamo, saremo da voi", disse Antonio, girandosi verso di noi, che già stavamo rincasando. 
Antonio e Francesco erano dei tipi veramente speciali, ma non mi sarei mai immaginato che avrebbero fatto di tutto per liberarsi dai loro impegni, affinché potessero trascorrere la festività di Ferragosto con noi. Sì, eravamo parenti, praticamente avevamo la stessa discendenza, ma non credevo che ci tenessero talmente tanto alle tradizioni, da garantire la loro presenza alla festa di metà Agosto. 
Luglio volgeva al termine, e loro se ne partivano dalla Liguria, trafelati ed iracondi. Ne avevano viste troppe, in quei giorni, da non poter più sopportare di stare sempre quasi fermi al loro posto. Avevano voglia di muoversi, di fare, di vedere altre persone e altri mondi. Francesco, prima di salutarci, ricordo che disse, anche in modo inconsueto rispetto alla sua proverbiale calma e dolcezza, che aveva quasi voglia di menar le mani. Sì, disse proprio così: menar le mani.  Tant'è vero che istintivamente le guardai e mi parvero due macigni. E pensai: "Povero chi gli capita sotto". 
Antonio, invece, non fece commenti, ma il suo volto era abbastanza teso. Era diverso tempo che mancava dalla sua Padova: forse stava pensando che dopo averci fatto visita, sarebbe andato a trovare i parenti che vivevano ancora nella sua città natale. 
Francesco, tradendo un suo pensiero che lo tormentava, disse: "Accidenti, quasi dimenticavo. Devo andare ancora a riprendermi il cane da Rita". Il suo cane lupo rappresentava per lui quasi un prolungamento della persona, una parte di sé. L'aveva incontrato ancora cucciolo e indifeso nella foresta, circa quattro anni prima, e da quel giorno Francesco e il cane lupo erano stati sempre insieme: qualcuno affermava, che Francesco ci parlava anche con il cane.
Al pensiero di averlo lasciato per tanti giorni da Rita, divenne triste. Non gli piace dimenticare le cose, le persone e, soprattutto, gli animali. Diceva spesso, quasi a mo' di rimprovero: "Si comincia a dimenticare l'albero che sta davanti casa e si finisce per perdere l'umanità". Veramente non avevo mai ben compreso questa frase, ma mi ero sempre trovato in imbarazzo a chiedergli se intendeva che si finiva per perdere il contatto con l'umanità oppure se voleva indicare che si smarriva il proprio essere umano. 
Francesco era fatto così, quello che diceva era quello che diceva, se lo capivi bene, se non lo capivi, amen. Secondo lui, prima o poi lo avresti capito. Ne aveva viste tante, Francesco, per doversi soffermare sull'esegesi delle sue parole, questo compito lo lasciava agli altri, a quelli che non sapendo cosa dire, dicevano le cose degli altri.
Li ricordo ancora, lui e Antonio, mentre ci salutavamo in quel pomeriggio di fine luglio: il sole, ancora abbastanza prepotente, li colpiva con i suoi raggi, illuminandoli e donando loro una aura di santità. Agosto sarebbe presto arrivato, e loro avrebbero dovuto fare miracoli per liberarsi dai loro impegni: quel mese si presentava veramente impegnativo, per due come loro. 

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