giovedì 28 febbraio 2013
martedì 26 febbraio 2013
I porta/s/fortuna
Nel mio paese non succede granché di interessante. Tutto è un tran-tran infinito, ogni cosa che accade accade sempre, ogni giorno, alla medesima ora, come se ci fosse un canovaccio utilizzabile ininterrottamente per anni. Forse questa peculiarità dipenderà dal fatto che il mio paese è veramente piccolo; infatti, esso si può riassumere in una piazza e in una via, quella che con grande enfasi chiamiamo "il Corso". Ci sono certamente altre vie, forse in tutto una decina, ma chiamarle vie è quasi fare un torto a questo lemma di un qualsiasi vocabolario della lingua italiana. Perciò, come dicevo, praticamente la vita sociale è densamente concentrata in un'area veramente ridotta per dimensioni spaziali. E in quest'area vi abito da diversi anni, dunque posso definirmi un testimone attendibile della vita sociale del mio paese.
Il mio paese ha la stessa consuetudine e precisione di una vecchia begina nei confronti delle funzioni religiose. Questo paragone non mi è venuto in mente attraverso una complessa elaborazione dello stato intellettuale e culturale della mia terra, ma semplicemente mediante l'empiria, ossia l'osservazione diretta di un fenomeno. Infatti, la signora Pina assiste a tutte le funzioni della chiesa, consequenzialmente, vedendo lei, che da casa si dirige verso la chiesa per la funzione religiosa, si sa immediatamente l'ora. Qualcuno è arrivato a pensare che questa mite vecchietta, con tutta la sua ripetitività delle azioni che svolge nel proscenio sociale, sia la causa principale di ogni avvenimento che ha a che fare con le funzioni religiose. E dal momento che di frequente (e in un paese "vecchio" come il nostro sarebbe anche normale) suona la campana a morto, sempre costoro pensano che la signora Pina sia una specie di uccello del malaugurio. Ma evidentemente ci sono poche cose su cui pensare, nel nostro paese, per giungere a elaborare degli schemi così arzigogolati solo per avere l'occasione di poter parlare.
Un altro personaggio che contribuisce a vivacizzare i nostri giorni è il postino. Chissà perché, ma i postini sono sempre dei tipi, sia nel bene che nel male. Certe volte suonano due volte, e allora sono guai, per loro e per gli altri, oppure vengono inseguiti dai cani del circondario, quando in bicicletta consegnano lettere, raccomandate, cartoline e pacchi, e allora sono guai solo per loro. Il nostro, però, rientra in un'altra categoria, forse minoritaria, ma importante nell'ambito della classificazione degli impiegati postali: consegna la posta con puntualità. Purtroppo gli capita di portare frequentemente pessime notizie. Il più delle volte, infatti, sono cartelle esattoriali, contravvenzioni oppure pubblicità elettorale. Il nostro postino, quindi, è entrato nella stessa lista della signora Pina: di quelli che tendenzialmente portano sfortuna. E quando capiti in questa top-ten ci sono poche possibilità di farsi degli amici.
Un altro solitario per forza è lo spazzino comunale. Ormai sono circa due anni che pulisce le poche strade del nostro paese, ma in questo lasso di tempo è riuscito a calamitare su di sé tutte le malelingue del circondario. Perché? Con esattezza non si sa, ma forse dipende dal fatto che una volta, al bar, mentre parlava con alcuni paesani si permise di fare una grande speculazione sulle sorti della salute pubblica nella nostra cittadina, affermando che se non cambiavano le abitudini delle persone circa la pulizia delle strade e lo smaltimento dei rifiuti, prima o poi saremmo andati incontro a qualche emergenza sanitaria. Purtroppo da lì a qualche mese ci fu un'epidemia di tifo in provincia che colpì anche qualche nostro compaesano. Da quel momento, lo spazzino fu quasi considerato il numero uno tra gli jettatori della contrada.
Forse qualcuno, di quelli che hanno fatto della ragione uno strumento per poter vivere in maniera civile tra gli esseri umani, potrebbe pensare che la signora Pina, il postino e lo spazzino non hanno nessuna diretta relazione con certi fenomeni, non molto piacevoli, che capitano alle persone di ogni paese. Anzi, qualcuno, più sofisticato, potrebbe avere anche l'ardire di considerarli dei portafortuna. Infatti, secondo costoro, la signora Pina testimonia solamente un rito che garantisce il permanere di una collettività, la quale manifesta la propria coesione anche nei momenti meno felici dell'esistenza umana. Sempre per questi pochi illuminati, il nostro postino consegna, purtroppo, cattive notizie, ma almeno lo fa con professionalità e puntualità, permettendoci di ottemperare a delle non piacevoli incombenze, che comunque procrastinate ci causerebbero degli ulteriori aggravi. Mentre lo spazzino, che con la sua sensibilità al decoro e alla pulizia collettiva, ci avvisa che stiamo correndo dei rischi, specialmente se continuiamo con le cattive abitudini, sarebbe per questi fini sofisti un esempio di efficienza lavorativa e sociale.
Ma purtroppo il nostro paese non è un paese molto interessante, non sappiamo di cosa parlare e quello di cui parliamo sono notizie senza valore e spesso senza senso. Ma noi siamo fatti così, le cattive abitudini sono, per noi, come le cattive compagnie, ci fregano ma quel loro fare sfacciato ci affascina. Inoltre, è molto bello perdersi nel nulla dei nostri cervelli. Che fortuna vivere in un paese così!
martedì 19 febbraio 2013
Affaccete Nunziata
"Affaccete Nunzià, core adorato
sche 'sta nottata invita a fa l'amore
er celo è tutto quanto imbrillantato
la luna manna a sfascio lo spremore.
E tira un venticello dorce dorce
che fa tremà le foje adacio, adacio
a quando ammalappena che le storce
pe' faje appiccicà tra loro un bacio..."
Da lontano arrivavano queste strofe di una vecchia canzone romana e nell'oscurità della sera, anche la voce stonata e roca di un uomo, assomigliava a quella di un cherubino. Ma in quel momento fui certo che la Nunziata in questione non si sarebbe affacciata, non perché conoscessi questa Nunziata e la sua idiosincrasia verso la canzone romana. Ero convinto che le Nunziate di questa terra malandata si fossero stancate di abboccare ad ogni amo, anche se ben confezionato. Oppure lo speravo solamente.
Oh, amavo quella canzone che mi riportava ai ricordi delle mia fanciullezza, quando mia madre mi cullava per farmi dormire, intonando piano piano qualche canzone romana. E per me, da allora, le canzoni romane sono la voce di mia madre.
Ma in quella nottata, in quel momento, quella voce di uomo roca e insieme da cherubino, da lupo ululante e da bambino sperduto, mi dicevano che c'è sempre l'inganno dietro alla soavità del momento, alle promesse roboanti, alla lusinga delle parole. Fuggite Nunziate, correte forte, chi promette solo rose e miele non vi vuole per sempre, ma solamente per quell'attimo di passione che finisce quando si riabbottona la patta.
sche 'sta nottata invita a fa l'amore
er celo è tutto quanto imbrillantato
la luna manna a sfascio lo spremore.
E tira un venticello dorce dorce
che fa tremà le foje adacio, adacio
a quando ammalappena che le storce
pe' faje appiccicà tra loro un bacio..."
Da lontano arrivavano queste strofe di una vecchia canzone romana e nell'oscurità della sera, anche la voce stonata e roca di un uomo, assomigliava a quella di un cherubino. Ma in quel momento fui certo che la Nunziata in questione non si sarebbe affacciata, non perché conoscessi questa Nunziata e la sua idiosincrasia verso la canzone romana. Ero convinto che le Nunziate di questa terra malandata si fossero stancate di abboccare ad ogni amo, anche se ben confezionato. Oppure lo speravo solamente.
Oh, amavo quella canzone che mi riportava ai ricordi delle mia fanciullezza, quando mia madre mi cullava per farmi dormire, intonando piano piano qualche canzone romana. E per me, da allora, le canzoni romane sono la voce di mia madre.
Ma in quella nottata, in quel momento, quella voce di uomo roca e insieme da cherubino, da lupo ululante e da bambino sperduto, mi dicevano che c'è sempre l'inganno dietro alla soavità del momento, alle promesse roboanti, alla lusinga delle parole. Fuggite Nunziate, correte forte, chi promette solo rose e miele non vi vuole per sempre, ma solamente per quell'attimo di passione che finisce quando si riabbottona la patta.
sabato 16 febbraio 2013
Piazza
Sono solamente un giardiniere della villa comunale, ma di cose ve ne potrei raccontare, solamente se ne avessi voglia. No, che avete capito! Madonna Santa, ma che intendete! Non volevo dire che ho la sapienza in tasca e che con poche ma illuminanti parole sarei capace di rendervi edotti del senso delle cose. Ma no, come fate a pensare a questo? Quando dicevo che potrei raccontare delle cose, mi riferivo alle chiacchiere, alle voci che circolano in un paese come quello in cui vivo. Il mio paese! Come suona strana questa espressione: uno la pronuncia e subito si sente un tutt'uno con il luogo in cui vive, anche se non è le sette bellezze. Sì, lo so che non è un granché il mio paese, ma quando uno si affeziona alla propria terra non può che vederla bella. Pewrò, non gli manca nulla, al mio paese.
Solamente l'odore della legna bruciata, che sale dai camini delle case e si diffonde nelle viuzze del borgo centrale, è la quintessenza per i sensi. Anche il rintocco della campana della chiesa, vale di più del concerto di Capodanno trasmesso dalla tivu: almeno, nel caso del suono della campana si deve essere obbligatoriamente là davanti all'evento, senza mediazioni, senza perdite di senso e di significato, e quel suono lo ascolti non solamente con le orecchie, ma ti pervade il corpo, lo respiri con il naso e ti circola nel sangue.
E la luce! Come non parlare del fascino che viene emanato dai muri delle case, dal manto stradale, dagli alberi e da qualsiasi cosa inanimata quando vengono colpite dal nostro sole, sia esso quello caldo dell'estate o quello fresco e frizzante dei mesi più freddi? Tutto sembra cantare le lodi del Creatore.
Sì, che bellezza quando ti guardi intorno. Ma, come sempre c'è un ma: la nostra gente non è felice. Non dico che abbiamo problemi specifici, questo no, ma c'è nell'aria una sorta di scontentezza dell'essere, che spesso stride rispetto alla maestosità della natura che ci circonda. Non so come spiegarvelo, forse perché non sono andato a scuola e perciò non riesco a far uscire fuori quello che sento nel profondo dell'anima.
E nel profondo dell'anima, provo disagio quando mi capita di guardare, specialmente di sera, quando insieme alle prime ombre si allunga la calma e tragica melanconia del presagio della morte, la finestra illuminata dell'appartamento dove vive Carmen con il suo figlioletto di due anni, e vedo la sagoma della mamma con il bambino in braccio. E allora non posso non pensare alla solitudine, alla loro solitudine e a quella di un paese che abbandona le persone più deboli ed indifese. Potrei raccontarvi la storia di Carmen e di suo figlio, ma non ne ho voglia, anche perché non cambierebbe nulla nel loro stato di esseri umani su una zattera che va alla deriva dopo un grande naufragio.
Di questo equipaggio ne fanno parte anche la signora Luisella, vedova Spadoni, e la coppia che emigrò tanti anni fa in cerca di "fortuna" e che oggi, insieme ad altri, si ritrova su questo barcone della vita, condotto da un timoniere ubriaco e da un capitano che assomiglia a un giullare triste o a un cane da guardia impaurito.
Quante storie si potrebbero raccontare, solamente se ne avessi voglia. Se ci si ferma un pochino su questa piazza, si capiscono tante cose. Io ne ho imparate molte, ma ogni volta mi meraviglio per quelle nuove, per quelle che si ripetono identiche, ma che stupiscono ancora. Siamo gente difficile da comprendere, e non so se ne avreste la voglia. Ma se siete arrivati sin qui, voglio farvi un solo esempio di come siamo fatti.
Anni fa passò dalle nostre parti un circo, neanche tanto famoso, ma devo ammettere che gli artisti erano bravini. Arrivarono la mattina presto in un giorno d'inverno, senza farsi quasi notare, si impossessarono della piazza e per qualche settimana avemmo, salti, fuochi, ruggiti, risate e musica. Dopo, se ne andarono come erano venuti, alla chetichella, ma lasciarono in piazza la sporcizia che avevano accumulato nel periodo in cui erano stati lì da noi.
Allora prendemmo le pale, secchi e scope e pulimmo tutto, senza lamentarci più di tanto: la piazza era nostra, sia prima che dopo la loro venuta e scomparsa. Noi siamo gente che resta, forse l'unica colpa che ci possono addebitare è la nostra gentilezza, ma diciamo sempre che è meglio non farci arrabbiare.
Perché vi ho raccontato questo? Forse per sfogarmi un pochino e di questo vi chiedo scusa, spero solo di non avervi annoiato. Anzi, spero che se vi capiterà di passare dalle nostre parti, veniate a farci una visita, siamo gente alla buona ma ospitale. C'è solo una cosa che attualmente ci dà un certo fastidio, quasi viscerale: il circo, specialmente i pagliacci. Perciò, mi raccomando, non raccontate barzellette quando vi fermate al bar centrale, quello che sta in piazza della Repubblica, gli avventori potrebbero non ridere.
domenica 10 febbraio 2013
Lavori in corso
Senza un attimo di pausa si può anche terminare prima del previsto ciò che si ha da fare. Questa è massima chiara e semplice, su di essa si possono anche costruire dei teoremi, di qualsiasi tipo. Infatti, questa frase rientra nell'ambito delle cose su cui si fondano le certezze incrollabili. Basta dire che accelerando i tempi (del lavoro, della riflessione filosofica, della creatività artistica, della creazione universale, della riflessività sociologica, ecc.) si finisce prima ciò che ci si accinge a fare. Se si comincia a scavare una buca (ad esempio larga 1 metro, lunga 1 metro e profonda 1 metro), utilizzando solamente pala e piccone, potremmo impiegarci dalle 2-3 ore sino ad una decina o anche più. Tutto dipende da cosa si ha intenzione di fare con il tempo, con il proprio tempo, e con la buca che si è scavata.
A questo punto del ragionamento, entrano nell'ambito del tema da affrontare non solamente la perizia oppure la volontà di fare di chi interviene manualmente, ma anche problemi filosofici, psicologici, politici e pratici di chi è chiamato a lavorare e del committente del lavoro. Se, ad esempio, esiste un rapporto di subordinazione tra colui che opera e colui che commissiona il lavoro, si determineranno delle dinamiche che interessano innanzitutto il conflitto di classe tra i due soggetti, il quadro socio-economico in cui si instaura la contrattazione del tempo di lavoro ed il salario, il livello di conoscenza di classe del lavoratore e la forza di ricatto (psicologico, sociale, politico ed economico) che il committente può esercitare nei confronti del lavoratore.
Qualcuno, quelli che vedono il mondo con gli occhiali che hanno trovato in qualche bancarella degli oggetti usati della propaganda del secolo scorso, coloro che si vogliono definire modernatori guardando perennemente all'indietro, dirà che questo tipo di ragionamento è inquinato da un pregiudizio, quello di coloro che vedono solo disarmonia in un mondo che tende alla perfezione. Sarà! ma senza entrare nel merito dell'analisi, dovrebbero spiegarmi per quale motivo un lavoratore subordinato dovrebbe impiegare un minuto in meno, anziché uno in più per fare un lavoro del quale percepisce l'alienazione sin dal primo momento in cui impugna il piccone.
Qualcuno gli ha forse, come minimo, spiegato perché bisogna scavare questa buca di 1mx1mx1m? Gli hanno chiesto, forse, se è d'accordo a farla, la buca, e di scavarla proprio in quel punto? Mi si risponderà che viene pagato per il lavoro e non per le decisioni sul lavoro; d'accordo, questa è una risposta anche accettabile, ma allora dove è l'armonia di questo sistema, quando si vuole pagare un uomo per quello che produce la sua forza (fisica, mentale o spirituale) senza pensare che l'uomo è qualcosa di più di quello che si vorrebbe retribuire? E se non si considera il resto, come creare questo benedetto "equilibrio armonico e naturale" della società?
E poi, perché scavare una buca 1mx1mx1m se non si vuole sotterrare qualcosa che potrebbe creare troppi problemi?
Che sia la critica sociale?
domenica 3 febbraio 2013
Scorrere
"Che sonno, che stanchezza" si diceva tra sé e sé l'enigmatico Gianni, mentre si agitava con nervosismo in un letto ormai tutto sgualcito. Non riusciva ad addormentarsi, nonostante il fatto che sentisse la fatica degli ultimi giorni. Non è che avesse compiuto cose oltremodo stressanti, ma il dover provvedere a tutte le necessità della fabbrica "Il paese delle meraviglie", lo aveva leggermente stremato. Lui odiava ammettere che era stanco, non sopportava la resa difronte all'evidenza. Talvolta, quando non si sentiva più le forze sufficienti per andare avanti, si rintanava in qualche posto remoto per raggiungere uno stato interiore ove poter "ricaricare le batterie". Questo posto remoto non era necessariamente un luogo fisico, a volte era sufficiente anche un punto mentale in cui poter lasciarsi indietro tutto quello che lo gravava. Dallo spazio circostante si trasferiva nello spazio siderale, alla ricerca di quella energia che era fuggita da lui. Era come se in questo suo vagare in se stesso o nel rifugiarsi fisicamente in qualche luogo remoto, tentasse di riannodare tutte le corde che lo tenevano in piedi. Solo dopo questo vagare in ambiti inesplorati, poteva nuovamente ritornare a sorridere, misteriosamente, alla vita/della vita, svanendo lentamente ogni volta che le situazioni diventavano troppo facili per la sua innaturata voglia di complicazioni.
Mentre si arrotolava sul letto, incastrandosi tra le lenzuola e la coperta, gli venne in mente una frase, anzi solamente una parte di una frase, che sapeva non essere sua, ossia che lui non l'aveva mai pensata prima, ma forse solamente sentita: "Nessun uomo è padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo*". Da qui, come per un'associazione di idee, si domandò quanti soffi compongono un "soffio vitale". E si accorse che gli stava venendo in mente una domanda, una domanda cruciale per ogni persona: "Quando morirò?". A questa domanda non si sfugge, anche se lui era riuscito, fino a quel momento, a relegarla in qualche sottoscale dell'anima.
"Forse" si disse "è giunta l'ora di preoccuparsi di questo quesito, al quale c'è solamente una soluzione, ma ove il valore della soluzione non è mai uguale. E non perché il lasso di tempo tra il porsi la domanda e la morte è diverso da persona a persona, ma per il semplice fatto che ciascuno dà significato diverso a quel tratto di vita".
A quel punto, pensò di essere giunto a metà della soluzione. Doveva solamente potersi "stregare", di sorridersi in ogni istante della sua restante vita, senza farsi stancare dagli eventi e dalle persone.
Ormai non aveva neanche più voglia di dormire. Si alzò dal letto, se ne andò in soggiorno prese il libro che stava sul tavolinetto, davanti al divano dove si era seduto e lo aprì dove c'era il segnalibro: "... non ci si può bagnare due volte nelle stesse acque...".
(* Ecclesiaste 8)
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