"Affaccete Nunzià, core adorato
sche 'sta nottata invita a fa l'amore
er celo è tutto quanto imbrillantato
la luna manna a sfascio lo spremore.
E tira un venticello dorce dorce
che fa tremà le foje adacio, adacio
a quando ammalappena che le storce
pe' faje appiccicà tra loro un bacio..."
Da lontano arrivavano queste strofe di una vecchia canzone romana e nell'oscurità della sera, anche la voce stonata e roca di un uomo, assomigliava a quella di un cherubino. Ma in quel momento fui certo che la Nunziata in questione non si sarebbe affacciata, non perché conoscessi questa Nunziata e la sua idiosincrasia verso la canzone romana. Ero convinto che le Nunziate di questa terra malandata si fossero stancate di abboccare ad ogni amo, anche se ben confezionato. Oppure lo speravo solamente.
Oh, amavo quella canzone che mi riportava ai ricordi delle mia fanciullezza, quando mia madre mi cullava per farmi dormire, intonando piano piano qualche canzone romana. E per me, da allora, le canzoni romane sono la voce di mia madre.
Ma in quella nottata, in quel momento, quella voce di uomo roca e insieme da cherubino, da lupo ululante e da bambino sperduto, mi dicevano che c'è sempre l'inganno dietro alla soavità del momento, alle promesse roboanti, alla lusinga delle parole. Fuggite Nunziate, correte forte, chi promette solo rose e miele non vi vuole per sempre, ma solamente per quell'attimo di passione che finisce quando si riabbottona la patta.

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