Sono solamente un giardiniere della villa comunale, ma di cose ve ne potrei raccontare, solamente se ne avessi voglia. No, che avete capito! Madonna Santa, ma che intendete! Non volevo dire che ho la sapienza in tasca e che con poche ma illuminanti parole sarei capace di rendervi edotti del senso delle cose. Ma no, come fate a pensare a questo? Quando dicevo che potrei raccontare delle cose, mi riferivo alle chiacchiere, alle voci che circolano in un paese come quello in cui vivo. Il mio paese! Come suona strana questa espressione: uno la pronuncia e subito si sente un tutt'uno con il luogo in cui vive, anche se non è le sette bellezze. Sì, lo so che non è un granché il mio paese, ma quando uno si affeziona alla propria terra non può che vederla bella. Pewrò, non gli manca nulla, al mio paese.
Solamente l'odore della legna bruciata, che sale dai camini delle case e si diffonde nelle viuzze del borgo centrale, è la quintessenza per i sensi. Anche il rintocco della campana della chiesa, vale di più del concerto di Capodanno trasmesso dalla tivu: almeno, nel caso del suono della campana si deve essere obbligatoriamente là davanti all'evento, senza mediazioni, senza perdite di senso e di significato, e quel suono lo ascolti non solamente con le orecchie, ma ti pervade il corpo, lo respiri con il naso e ti circola nel sangue.
E la luce! Come non parlare del fascino che viene emanato dai muri delle case, dal manto stradale, dagli alberi e da qualsiasi cosa inanimata quando vengono colpite dal nostro sole, sia esso quello caldo dell'estate o quello fresco e frizzante dei mesi più freddi? Tutto sembra cantare le lodi del Creatore.
Sì, che bellezza quando ti guardi intorno. Ma, come sempre c'è un ma: la nostra gente non è felice. Non dico che abbiamo problemi specifici, questo no, ma c'è nell'aria una sorta di scontentezza dell'essere, che spesso stride rispetto alla maestosità della natura che ci circonda. Non so come spiegarvelo, forse perché non sono andato a scuola e perciò non riesco a far uscire fuori quello che sento nel profondo dell'anima.
E nel profondo dell'anima, provo disagio quando mi capita di guardare, specialmente di sera, quando insieme alle prime ombre si allunga la calma e tragica melanconia del presagio della morte, la finestra illuminata dell'appartamento dove vive Carmen con il suo figlioletto di due anni, e vedo la sagoma della mamma con il bambino in braccio. E allora non posso non pensare alla solitudine, alla loro solitudine e a quella di un paese che abbandona le persone più deboli ed indifese. Potrei raccontarvi la storia di Carmen e di suo figlio, ma non ne ho voglia, anche perché non cambierebbe nulla nel loro stato di esseri umani su una zattera che va alla deriva dopo un grande naufragio.
Di questo equipaggio ne fanno parte anche la signora Luisella, vedova Spadoni, e la coppia che emigrò tanti anni fa in cerca di "fortuna" e che oggi, insieme ad altri, si ritrova su questo barcone della vita, condotto da un timoniere ubriaco e da un capitano che assomiglia a un giullare triste o a un cane da guardia impaurito.
Quante storie si potrebbero raccontare, solamente se ne avessi voglia. Se ci si ferma un pochino su questa piazza, si capiscono tante cose. Io ne ho imparate molte, ma ogni volta mi meraviglio per quelle nuove, per quelle che si ripetono identiche, ma che stupiscono ancora. Siamo gente difficile da comprendere, e non so se ne avreste la voglia. Ma se siete arrivati sin qui, voglio farvi un solo esempio di come siamo fatti.
Anni fa passò dalle nostre parti un circo, neanche tanto famoso, ma devo ammettere che gli artisti erano bravini. Arrivarono la mattina presto in un giorno d'inverno, senza farsi quasi notare, si impossessarono della piazza e per qualche settimana avemmo, salti, fuochi, ruggiti, risate e musica. Dopo, se ne andarono come erano venuti, alla chetichella, ma lasciarono in piazza la sporcizia che avevano accumulato nel periodo in cui erano stati lì da noi.
Allora prendemmo le pale, secchi e scope e pulimmo tutto, senza lamentarci più di tanto: la piazza era nostra, sia prima che dopo la loro venuta e scomparsa. Noi siamo gente che resta, forse l'unica colpa che ci possono addebitare è la nostra gentilezza, ma diciamo sempre che è meglio non farci arrabbiare.
Perché vi ho raccontato questo? Forse per sfogarmi un pochino e di questo vi chiedo scusa, spero solo di non avervi annoiato. Anzi, spero che se vi capiterà di passare dalle nostre parti, veniate a farci una visita, siamo gente alla buona ma ospitale. C'è solo una cosa che attualmente ci dà un certo fastidio, quasi viscerale: il circo, specialmente i pagliacci. Perciò, mi raccomando, non raccontate barzellette quando vi fermate al bar centrale, quello che sta in piazza della Repubblica, gli avventori potrebbero non ridere.

Nessun commento:
Posta un commento