"Che sonno, che stanchezza" si diceva tra sé e sé l'enigmatico Gianni, mentre si agitava con nervosismo in un letto ormai tutto sgualcito. Non riusciva ad addormentarsi, nonostante il fatto che sentisse la fatica degli ultimi giorni. Non è che avesse compiuto cose oltremodo stressanti, ma il dover provvedere a tutte le necessità della fabbrica "Il paese delle meraviglie", lo aveva leggermente stremato. Lui odiava ammettere che era stanco, non sopportava la resa difronte all'evidenza. Talvolta, quando non si sentiva più le forze sufficienti per andare avanti, si rintanava in qualche posto remoto per raggiungere uno stato interiore ove poter "ricaricare le batterie". Questo posto remoto non era necessariamente un luogo fisico, a volte era sufficiente anche un punto mentale in cui poter lasciarsi indietro tutto quello che lo gravava. Dallo spazio circostante si trasferiva nello spazio siderale, alla ricerca di quella energia che era fuggita da lui. Era come se in questo suo vagare in se stesso o nel rifugiarsi fisicamente in qualche luogo remoto, tentasse di riannodare tutte le corde che lo tenevano in piedi. Solo dopo questo vagare in ambiti inesplorati, poteva nuovamente ritornare a sorridere, misteriosamente, alla vita/della vita, svanendo lentamente ogni volta che le situazioni diventavano troppo facili per la sua innaturata voglia di complicazioni.
Mentre si arrotolava sul letto, incastrandosi tra le lenzuola e la coperta, gli venne in mente una frase, anzi solamente una parte di una frase, che sapeva non essere sua, ossia che lui non l'aveva mai pensata prima, ma forse solamente sentita: "Nessun uomo è padrone del suo soffio vitale tanto da trattenerlo*". Da qui, come per un'associazione di idee, si domandò quanti soffi compongono un "soffio vitale". E si accorse che gli stava venendo in mente una domanda, una domanda cruciale per ogni persona: "Quando morirò?". A questa domanda non si sfugge, anche se lui era riuscito, fino a quel momento, a relegarla in qualche sottoscale dell'anima.
"Forse" si disse "è giunta l'ora di preoccuparsi di questo quesito, al quale c'è solamente una soluzione, ma ove il valore della soluzione non è mai uguale. E non perché il lasso di tempo tra il porsi la domanda e la morte è diverso da persona a persona, ma per il semplice fatto che ciascuno dà significato diverso a quel tratto di vita".
A quel punto, pensò di essere giunto a metà della soluzione. Doveva solamente potersi "stregare", di sorridersi in ogni istante della sua restante vita, senza farsi stancare dagli eventi e dalle persone.
Ormai non aveva neanche più voglia di dormire. Si alzò dal letto, se ne andò in soggiorno prese il libro che stava sul tavolinetto, davanti al divano dove si era seduto e lo aprì dove c'era il segnalibro: "... non ci si può bagnare due volte nelle stesse acque...".
(* Ecclesiaste 8)

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