La luce sommessa di un giorno di pioggia accompagnava la nostra discussione. Parlavamo della vita, di politica, dei difficili tempi in cui vivevamo, ma, innanzitutto, evitavamo di parlare di noi. Le cose non andavano più bene, non da molto, ma non andavano. Sapevamo, anche, che non avremmo potuto metterci lì a parlare dei nostri problemi, delle incomprensioni, delle futilità che ci separavano. Non volevamo imboccare la strada della banalità. Lasciavamo andare la nostra vita di coppia lungo una dolce discesa: piano avremmo accompagnato la nostra vita in comune verso la valle dell'indifferenza. Quasi con risolutezza ci sentivamo superiori a qualsiasi conformismo, anche se era in ballo il nostro futuro.
Avevamo pranzato in una piccola osteria, un'osteria senza grandi pretese ma con una sua dignità culinaria. Uscimmo, dopo aver pagato il conto, e ci incamminammo lungo la strada che portava all'arrampicata. La pioggia era cessata e un gruppo di giovani si cimentavano alla parete. Ci fermammo a curiosare e, senza volerlo, ci sedemmo su una panchina; a fianco, su un'altra panchina, vi erano due coppie di anziani. Ci salutammo e uno dei due signori iniziò a farci, cordialmente, una infinità di domande. In pratica, nel giro di cinque minuti, ci chiese se eravamo in vacanza, da dove venivamo, se avevamo dei figli, cosa facevamo, e così via a curiosare. Piano piano anche gli altri divennero interessati alle nostre risposte e iniziarono ad intervenire nella conversazione. Infatti, l'iniziale "interrogatorio" si tramutò in una cordiale chiacchierata tra estranei.
Dopo una ventina di minuti, i veri protagonisti della conversazione erano diventati loro, i nostri vicini di panchina. Così sapemmo quanti figli, nipoti, fratelli avevano, quanti parenti erano rimasti in vita e quanti e come erano morti. Ci raccontarono quale lavorono avevano svolto e come trascorrevano il tempo della pensione. I loro acciacchi e le loro tristezze, ma anche le gioie e le speranze. Non erano storie di vite brillanti o da lasciare alla memoria dei posteri, ma erano comunque storie di vite vissute, ricche per loro, cariche di senso, almeno per gli astanti durante la chiacchierata.
Il sole appariva timidamente, dopo una giornata in cui si era celato dietro le nuvole, per andare a riposare pigramente all'orizzonte. Era ora di rincasare anche per noi: salutammo i nuovi conoscenti e ci dirigemmo verso il parcheggio, giungemmo alla nostra auto, vi entrammo, e lì dentro, improvvisamente iniziammo a parlare di noi, della nostra vita. Avevamo iniziato la nostra arrampicata.
Avevamo pranzato in una piccola osteria, un'osteria senza grandi pretese ma con una sua dignità culinaria. Uscimmo, dopo aver pagato il conto, e ci incamminammo lungo la strada che portava all'arrampicata. La pioggia era cessata e un gruppo di giovani si cimentavano alla parete. Ci fermammo a curiosare e, senza volerlo, ci sedemmo su una panchina; a fianco, su un'altra panchina, vi erano due coppie di anziani. Ci salutammo e uno dei due signori iniziò a farci, cordialmente, una infinità di domande. In pratica, nel giro di cinque minuti, ci chiese se eravamo in vacanza, da dove venivamo, se avevamo dei figli, cosa facevamo, e così via a curiosare. Piano piano anche gli altri divennero interessati alle nostre risposte e iniziarono ad intervenire nella conversazione. Infatti, l'iniziale "interrogatorio" si tramutò in una cordiale chiacchierata tra estranei.
Dopo una ventina di minuti, i veri protagonisti della conversazione erano diventati loro, i nostri vicini di panchina. Così sapemmo quanti figli, nipoti, fratelli avevano, quanti parenti erano rimasti in vita e quanti e come erano morti. Ci raccontarono quale lavorono avevano svolto e come trascorrevano il tempo della pensione. I loro acciacchi e le loro tristezze, ma anche le gioie e le speranze. Non erano storie di vite brillanti o da lasciare alla memoria dei posteri, ma erano comunque storie di vite vissute, ricche per loro, cariche di senso, almeno per gli astanti durante la chiacchierata.
Il sole appariva timidamente, dopo una giornata in cui si era celato dietro le nuvole, per andare a riposare pigramente all'orizzonte. Era ora di rincasare anche per noi: salutammo i nuovi conoscenti e ci dirigemmo verso il parcheggio, giungemmo alla nostra auto, vi entrammo, e lì dentro, improvvisamente iniziammo a parlare di noi, della nostra vita. Avevamo iniziato la nostra arrampicata.
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