Le giostre, ogni anno, venivano installate nella piazza centrale del paese. C'erano gli stand del tiro a segno, dove con qualche centinaio di Lire potevi sparare contro dei bersagli di carta, e se riuscivi a colpire il centro suonava una campanella e avevi diritto ad un premio (solitamente era un animale di pezza, una bambola o una bottiglia di spumante). In un altro stand vi erano decine di bocce di vetro con dentro i pesci rossi. Se eri talmente abile da infilare una pallina da ping pong nella boccia, lanciandola da una certa distanza, vincevi il pesciolino. E poi le macchine a scontro, eterno punto di raduno di tutti i bulletti del paese, che immaginavano di sedere su auto potenti in un circuito di gara mentre tentavano di "ammaccare" il concorrente più tonto. E poi i seggiolini volanti, che si chiamavano più semplicemente "calcinculo". Il divertimento maggiore era volare verso il cielo per prendere quel cencio rosso, attaccato ad uno spago che pendeva da un palo conficcato nel terreno proprio vicino alla giostra. Era un gioco di coppia, ossia quello che stava seduto nel seggiolino anteriore (e solitamente era il più leggero dei due, spesso si trattava di una ragazzina) veniva spinto da quello che stava dietro mediante la forza delle gambe, e da qui il nome "calcinculo".
Poi c'era l'odore dello zucchero filato, meraviglia delle meraviglie in un tempo in cui i dolciumi erano rarità. Quello era il mondo dell'eccesso, tutto era luccicante, rumoroso, fantastico, insolito. E insolita era anche la figlia del proprietario del tiro ai barattoli, quella ragazzina dalle lunghe trecce nere che fece battere per la prima volta il mio cuore di dodicenne. Insolita era la sua bellezza, l'intensità dei suoi occhi scuri penetrarono subito il mio torace, andando a stringere con forza il mio respiro. Appena la vidi, mi sembrò di essere quel pesciolino rosso saltato dalla boccia di vetro in terra: anche io mi dimenavo interiormente, cercando nel suo viso quel respiro che mi avrebbe salvato. E dopo qualche giorno, che mi disperavo per questa sensazione nuova che provavo, mi salvarono le sue labbra dal sapore di erba fresca. Quello fu il primo e grande amore della mia vita, la figlia di Johnny lo zingaro (zingaro lo era veramente, ma il suo nome non era esattamente Johnny) prese il mio cuore, ma me lo restituì coperto d'oro, l'oro dei sogni dell'amore senza colpe e falsità.
L'anno successivo ritornarono le giostre, ma non ritornò Johnny lo zingaro e neanche sua figlia e non tornarono neanche gli anni successivi. A me rimase la tristezza di un grande amore fatto solo di un bacio, insieme alla gioia del ricordo dei suoi occhi, di una ragazzina come me della quale non sapevo neanche il nome.
A distanza di anni, ancora la ricordo, immaginandola regina, attorniata da tanti nipoti ai quali racconta di quando seguiva suo padre alle fiere di paese, e di un ragazzino che aveva incontrato e al quale diede il primo bacio. E dirà anche che quel bacio fu veramente speciale.
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