domenica 2 settembre 2012

Mayday

"Per salvarti la vita devi uscire da qua
devi lasciare la vecchia strada e fare un passo più in là
la direzione nuova la devi scegliere tu
per salvarti la vita devi rischiare di più"
.(*)


Correva a perdifiato lungo una strada quasi buia. Qualche sporadico lampione illuminava le pozzanghere che evitava facendo dei piccoli salti. Ogni tanto guardava dietro, per vedere se fosse riuscito a distanziarli. Niente, stavano sempre lì, quei due tizi che neanche conosceva. Stava rincasando, percorrendo la solita via, quando gli si erano accodati quei tipacci. Allora, aveva accelerato il passo, nella speranza che avesse solamente frainteso le loro intenzioni. Purtroppo, l'inconscio ne sapeva più di lui: quelli lo stavano inseguendo. Iniziò a correre, e gli altri due erano sempre dietro. 
Pensò che doveva inventarsi qualcosa, forse doveva gridare, chiedere aiuto. Ma come fare! Correre e gridare! Mica era Mennea. Mennea? Gli venne da pensare che aveva le citazioni vecchie. "C'è quello forte adesso, sì, il giamaicano, come si chiama? E io tiro in ballo Mennea". 
"Lascia perdere Mennea e corri", si consigliò. E aveva ragione, come ci si può baloccare con questi argomenti quando c'è qualcuno che vuole farti la festa! Si voltò, e dietro non c'era più alcun inseguitore. Ma non si fermò, continuò a correre, ansimando. 
Gli sembrò di non conoscere i luoghi, in cui era capitato correndo. Non doveva essere molto distante dalla sua abitazione, eppure quel palazzo non ricordava di averlo già visto. Il grande portone di accesso richiamava un edificio ottocentesco, un signorile edificio ottocentesco, quando i proprietari vi entravano con le carrozze. Si girò nuovamente, e la strada era deserta. Un passo in là e si trovò all'interno di un cortile: una a sinistra e l'altra a destra dell'entrata c'erano due scale. Imboccò quella di sinistra, prima rampa, seconda rampa e lì c'era una porta aperta. Si fermò un attimo per sentire se dall'appartamento provenissero dei rumori. Improvvisamente  qualcuno da basso chiuse il portone, e pensò che potessero essere i suoi inseguitori. Lasciò ogni indugio ed entrò nella casa.  
La luce dei lampioni della strada penetrava dalle finestre, velando le stanze di un chiarore rassicurante. Si accorse, così, che l'appartamento era vuoto, non c'era alcun mobile, niente, eccetto uno specchio attaccato alla parete. Vi si avvicinò e vide un'immagine che vi  si rifletteva, ma non gli parve la sua. Era più giovane e meno stanco, quello che lo guardava dallo specchio. Anzi, gli sembrò che il giovane dello specchio lo squadrasse preoccupato e curioso. Però, aveva qualcosa di famigliare, quel tizio. Fece due passi indietro e si appoggiò alla parete e piano piano si lasciò andare in terra: era stanco e la tensione della fuga se ne stava andando. Inoltre, voleva tenere d'occhio l'immagine riflessa nello specchio. Il sonno lo avvolse all'improvviso e lui si lasciò vincere senza fare resistenza. Era così dolce sprofondare in quell'oblio.


La sveglia lo fece balzare dal letto alle 5.°°, come ogni mattina, da tanti anni. Ma oggi sentiva che era un giorno diverso, un nuovo giorno. Si ricordò, improvvisamente, di quando era giovane e pieno di speranze, ricordò anche una sua foto che la madre teneva appesa alla parete dell'ingresso di casa, quando abitavano in quel palazzone ottocentesco. E poi pensò a Mennea. "Ma che c'entra Mennea?", gli venne da pensare. E una nostalgia infinita per come era da giovane, e una rabbia altrettanto infinita per come era adesso, penetravano nel suo corpo. Oggi sarebbe stato un altro giorno, questo, per lui, era certo.

"Devi cambiare indirizzo e telefono, devi cambiare città
e non aver paura di non farti più trovare
vattene, vattene adesso
ed io farò lo stesso
non ti voltare
non c'è nessuno da ringraziare".(*)
   



(*) dalla canzone "Mayday" di Francesco De Gregori


             

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