domenica 10 marzo 2013

Stargate

Zitti, cercando di non fare alcun rumore, se ne andavano due ladri nella buia notte. Cercavano una occasione propizia per racimolare qualche "bigliettone". Quello alto e magro portava sulle spalle un grosso sacco di juta, l'altro, basso e largo, aveva una sacca sportiva dove abitualmente custodiva gli attrezzi del mestiere: tronchesi, sega a ferro, piede di porco e un "malepeggio". Non erano più giovani da un pezzo, ma visti da lontano, senza avere la possibilità di osservare attentamente le rughe agli occhi, i cespugli di peli che uscivano dalle orecchie, i grinzosi dorsi delle mani e i capelli di un colore bianco-sporco o nero stinto, potevano essere scambiati per dei giovinastri: giovinastri per via dei jeans lisi e i giubbottoni da teenager  che indossavano. Giovinastri anche per quel loro modo di muoversi dinoccolato. Alberto e Pino se ne andavano, con le mani in tasca e la sigaretta in bocca, lungo le vie poco illuminate della città. Gli zuccotti di lana neri coprivano bene la testa, tenendo ben compressa la massa di capelli. Andavano guardinghi come vecchie volpi in un pollaio, ma il pollaio era dissestato, anche le galline erano vecchie e non molto grasse. Era per loro un grande dilemma, dove poter "fare la giornata". 
Anche il tempo meteorologico non facilitava la loro scelta: infatti aveva anche iniziato a piovere, una pioggerellina fredda, di quelle che ti entrano nelle ossa e vi permane per giorni, senza che si possa far nulla per riscaldarsi un poco. Alberto iniziò a bestemmiare contro le avversità della vita, della sfortuna, di quella pioggia che copriva le lenti dei suoi occhiali.
Pino sapeva che quando Alberto cominciava a lamentarsi in quel modo, presto o tardi avrebbero discusso. L'unica alternativa era di accelerare i tempi "dell'operazione". Questo voleva dire scassinare il prima possibile un negozio o un appartamento. Il loro peregrinare li aveva condotti nei pressi di un magazzino che avevano tentato di svaligiare circa un anno prima, ma che poi non si fece nulla perché due ubriachi si misero a litigare nella via, richiamando l'attenzione delle "madame". Secondo Pino, lo "sgobbo" prometteva un sufficiente guadagno, e lui si sentiva quasi un sensitivo della rapina. Infatti, difficilmente i due si affidavano a soffiate o ad appostamenti per scegliere le loro vittime: troppa fatica e poi c'era il rischio di informare troppe persone del loro tipo di "lavoro" o di creare dei sospetti per un qualche appostamento eccessivamente vistoso. No, i due preferivano improvvisare come gli artisti: in strada ad aspettare l'estro. 
Pino fece un gesto ad Alberto, che evidentemente aveva già capito le intenzioni del socio, e senza parlare si infilarono in un vicolo dove molti appartamenti venivano utilizzati come magazzini. Si diressero subito verso il primo portone a destra e ebbero immediatamente l'impressione che la serata si metteva bene: infatti qualcuno l'aveva lasciato aperto, perciò non ebbero neanche la scosciattura di doverlo forzare. "Chi ben comincia è a metà dell'opera", pensò Pino. Fecero, sempre con un passo felpato, la prima rampa di scale, si appostarono dietro alla porta dell'appartamento per scoprire se dentro ci fosse qualcuno. Nulla, non si sentiva niente. Le cose si mettevano proprio bene! C'era da neutralizzare solamente quella specie di allarme, che sembrava solo un antidiluviano strumento di dissuasione piuttosto che un vero moderno apparecchio di prevenzione. Per Alberto, quel modello di antifurto era un giocattolo, in pochi secondi, infatti, lo mise a riposo, preparando la strada ad una loro entrata trionfale nel magazzino, dopo aver forzato con maestria anche la porta.
Accesero le loro torce per illuminare il vuoto che era in quelle stanze: solo la polvere e le ragnatele riempivano quella desolante vacuità. Nella quasi disperazione di quel momento, Alberto e Pino scoprirono che vi era una scala che permetteva la comunicazione tra il primo piano e il pianterreno. Si riaccese in loro un barlume di speranza e, come sempre senza far rumore, iniziarono la discesa. Sotto lo spazio non era suddiviso in stanze, ma anche lì regnava il vuoto. C'era solamente una strana struttura al centro dello spazio: un immenso arco di metallo, alto circa tre metri e mezzo, ossia dal pavimento sino al soffitto. Intorno alla struttura, numerosi led che si accendevano  e spegnevano con rapida frequenza, e una serie di pulsanti. I due si guardarono perplessi, ma non fecero in tempo a scambiarsi parola, perché come usciti dal nulla sbucò fuori un gruppo di persone con il casco che avvolgeva loro il capo. Dalle divise che indossavano, sembravano dei militari, ma di un'altra nazione. Anche i loro movimenti erano di persone allenate a compiere azioni veloci e in grado di neutralizzare i nemici: in una manciata di secondi Alberto e Pino era stati immobilizzati e fatti passare, insieme a loro, attraverso quell'arco. Nel magazzino non restò più nulla, solamente questa struttura di metallo, ma questa volta con i led spenti e una discreta quantità di polvere e di ragnatele. 
La pioggerellina continuava a cadere, incurante della realtà che neanche sapeva cosa potesse essere; il freddo umido avvolgeva l'aria delle stradine e dei vicoli, un gatto passava con circospezione, fermandosi talvolta per guardarsi alle spalle, come se aspettasse la venuta di qualcuno. Con uno scatto improvviso, saltò su un muretto e da lì sparì attraverso una finestra socchiusa. Nel vicolo non restò nessuno, se non quella vacuità dell'essere che ricerca ciò che non conosce e quando trova qualcosa di veramente interessante non sa cosa sia, sino a perdercisi dentro. Poveri Alberto e Pino.

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