martedì 27 novembre 2012

Che tempo fa?

Don't know why there's no sun up in the sky
Stormy weather
Since my man and I ain't together,
keeps rainin' all the time

Life is bare, gloom and mis'ry everywhere
Stormy weather
Just can't get my poorself together,
I'm weary all the time
So weary all the time
When he went away the blues walked in and met me
If he stays away old rockin' chair will get me

All I do is pray the Lord above will let me walk in the sun once more
Can't go on, ev'ry thing I had is gone
Stormy weather

Since my man and I ain't together,
keeps rainin' all the time

Ascoltava in tutta tranquillità un vecchio disco di jazz, Lena Horne interpretava "Stormy Weather". La lampada sullo scrittoio era accesa, e lui stava pensando quale libro iniziare a leggere. Ne aveva scelti tre dalla libreria: "La Certosa di Parma" di Stendhal, "Le metamorfosi" di Apuleio e "Morte a credito" di Céline. Rimirava e soppesava i tre libri, sfogliandoli attentamente, aspettando quella vocina che gli dicesse, in modo suadente,"Leggimi". Intanto, pensava che da lì a breve si sarebbe preparato un buon tè, mentre fuori il sole cercava di riscaldare una tersa giornata d'inverno, e questo sarebbe stato l'ultimo suo sforzo della giornata prima di tramontare. Il momento sembrava perfetto, in quell'attimo credeva fermamente in cuor suo che la vita non potesse essere migliore. Sentiva la gioia dentro sé. Si stiracchiò leggermente, proprio per sentire fluire quella sottile gioia in ogni parte del corpo, e un lieve sorriso gli si disegnò sul viso.
Trillò il campanello della porta, e quel suo momento magico si incrinò, solo lievemente, ma la perfezione della giornata era forse perduta. Andò alla porta, guardò dallo spioncino chi era entrato nella sua sfera d'attenzione e si accorse che si trattava della signora del terzo piano. 
Aprì. "Buongiorno, come sta?".
La signora lo guardò assente come se la domanda non fosse rivolta a lei. Dopo una decina di secondi, che a lui sembrarono una eternità, la signora disse: "Oh, salve, io... vede... non è che avrebbe un qualche calmante, ho un... un grosso mal... sì, come si dice...", sembrava che facesse una fatica tremenda nel richiamare dalla mente quella parola, che evidentemente si era ben nascosta in qualche meandro inaccessibile. "Ah, ecco, mal di testa. Ho un mal di testa, mi scoppia".
Premuroso, il signore le chiese se voleva che chiamasse l'ambulanza. 
"No, no... già sono venuti e... non mi hanno voluto... dato... niente! A me serve solamente un tranquillante, e subito anche!". E a quel punto la sua voce si fece stridula, e strillava quasi. Poi, sembrò calmarsi e iniziò a piangere. "Non posso stare così, non... non ce la... faccio. Mi aiuti!". Adesso lo supplicava e gli si era aggrappato alla manica destra della camicia. 
Lui si accorse che era in piena crisi di nervi, sapeva che la signora del terzo piano non aveva la nomea di stare proprio bene con i nervi, ma lui solitamente si faceva gli affari suoi e non voleva saperne di chiacchiere da condominio. Purtroppo, adesso doveva sperimentare su se stesso lo stato di salute della signora.
"Senta, io ho della camomilla...".
Non fece in tempo a finire la frase, che la signora iniziò a ridere nervosamente: "La camomilla? Ma che scherza? Quella è acqua fresca, per me!", il viso le era diventato rosso, gli occhi scintillavano inquieti. 
"Ma io non ho medicinali in casa", si scusò quasi il signore. "Proviamo a richiamare l'ambulanza. Entri, si accomodi". La signora si accomodò sulla poltrona, che sino a poco prima era la base di lancio verso la gioia e la felicità del signore. "Sia tranquilla qui, mentre chiamo l'ambulanza".

"Io sono tranquilla e non mi serve l'ambulanza", scandì quasi sillabando la signora. "Io sono tranquilla, sono gli altri che sono sempre così agitati, sempre pronti ad aggredire. Prenda lei, ad esempio", le disse con fastidio. 
"Io?", si difese il signore.
"Sì, proprio lei. Sono venuta chiedendole aiuto e lei che fa? vuole chiamare il pronto soccorso. Che gente! Pensate solo a voi stessi", aggiunse schifata la signora. "E' possibile che non abbia una medicina in casa, un calmante, un sonnifero, qualcosa porco cane! Ma come si addormenta lei?". 
"Come mi addormento? Ma che domanda è, vado a letto, chiudo gli occhi e dormo", rispose incredulo il signore.
La signora del terzo piano, facendogli il verso, ripeté le sue parole: "... vado a letto, chiudo gli occhi e dormo. Ma chi vuole prendere in giro, buffone!". Ormai la signora aveva perso ogni inibizione e anche il suo iniziale modo di parlare a rilento si era tramutato in una mitraglia verbale. Non lasciava spazi tra le parole, e le offese verso il malcapitato diventarono sempre più pesanti e personali. "Buffone! Lo sanno tutti che è lei che fuma nell'ascensore, butta la spazzatura dalla finestra e... e poi lasciamo perdere, perché io sono una signora, io".
Tra lo spaventato e l'arrabbiato, il poveraccio guardava la signora del terzo piano senza pronunciare parola. Poi, trovando un po' di coraggio in qualche angolo remoto della sua anima, disse alla signora di uscire dalla sua casa.
Lei, imperterrita, lo fissò in volto, si alzò dalla poltrona e gridando si diresse verso la porta d'ingresso: "Me ne vado sì, sei un cretino, lo sanno tutti qui, imbecille. Dorme tranquillo, lui, ma va...". Sbatté la porta e andò via. 
Il signore rimase in casa senza parole e senza tranquillità, si accasciò sulla poltrona e il suo sguardo si perse nel profondo buio della giornata. Fuori minacciava una vera tempesta, una tempesta perfetta.         

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