Talvolta si udivano, dopo la chiusura serale, delle voci di gente che discuteva, anche piuttosto animatamente provenire dal negozio di arredi sacri che è situato sotto la mia casa. Più volte la signora Pina, quella che abita al primo piano, aveva telefonato preoccupata alle forze dell'ordine, dicendo loro che c'erano dei ladri nel negozio. Due o tre volte erano sfrecciate delle "volanti" verso la nostra via, si erano fermate davanti al negozio, avevano ispezionato per bene le serrande, verificato se ci fossero segni di scasso, ascoltato le testimonianze della signora Pina e di altri inquilini dello stabile. Alla fine delle indagini, le forze dell'ordine arrivarono alla conclusione che o le persone erano colte da una specie di sindrome collettiva oppure c'era qualcuno che si divertiva a discutere nella via, cercando nel contempo di nascondersi alla vista degli abitanti, per poi eclissarsi appena udivano l'arrivo delle "volanti".
Queste conclusioni investigative lasciarono, noi abitanti della via, alquanto perplessi e sfiduciati nei mezzi investigativi delle forze dell'ordine, ma questo era quanto: le voci che discutevano continuarono ad infastidire le nostre serate, ma nessuno si preoccupò più della loro provenienza. Le congetture furono tante, ma quando sono tante diventano tutte non valide.
Una notte, rincasando piuttosto tardi, mi accorsi di aver perso le chiavi di casa, compresa quella del portone. Mentre stavo maledicendo la sorte, iniziò a piovere, anzi, a diluviare. Per evitare di inzupparmi, mi riparai sotto al balcone della signora Pina, proprio davanti al negozio d'arredi sacri.
Nella strada non si udiva alcun rumore, eccetto quello della pioggia che martellava le lamiere delle auto posteggiate. Accesi una sigaretta, aspettando fiducioso il rincasare di qualche altro tiratardi, per potermi almeno riparare all'interno del fabbricato e, al limite, passare lì la notte per chiamare, alle prime luci dell'alba un fabbro per farmi aprire la porta e sostituire la serratura. Ma il tempo trascorreva e io restavo lì impalato e pensieroso sul da farsi. Improvvisamente, udii una voce proveniente chiaramente dal negozio, che diceva: "Hai ascoltato, Rocco, quello scemo in tivù che dice sempre 'capra, capra' ogni volta che non sa che dire alle obiezioni degli interlocutori?".
"Sì, è proprio vergognoso e disgustoso", rispondeva, evidentemente, Rocco, "parla tanto di estetica e poi sembra una lumaca impazzita, per tutta quella bava che gli esce dalla bocca. Che brutta fine ha fatto questo povero paese. Ti ricordi, Gabrile, quando per poco meno venivi allontanato dalla comunità perché sospetto di essere affetto da rabbia?".
"Come no, e poi con quegli occhi da muflone in calore si permette di dare della capra agli altri", osservò Gabriele. "Senza contare il fastidio sonoro che provoca quella sua voce gracchiante. Che ne pensi Francesco, tu che di animali te ne intendi?".
Francesco fece un sospirone, evidentemente non aveva alcuna voglia di partecipare alla discussione; infatti, con voce quasi udibile, disse: "Mah, ultimamente sono tutti strani! Sembra quasi che questo paese abbia deciso di estinguersi. Tratta male i suoi giovani, violenta le sue donne, caccia coloro che lavorano, esalta la forza a scapito della pace. Lo so bene che qualcuno dice sempre il contrario di questo, ma un conto sono le parole, un'altra cosa i fatti", e un sospiro chiuse le sue osservazioni.
Una voce di donna ammonì gli altri: "Ma la volete smettere di fare questi discorsi davanti a questa creatura! Lo sapete che poi non dorme e piange tutta la notte per le cose che dite. Già ogni giorno mi domanda perché succede questo o quello, perché sembra di vivere in un manicomio e perché le persone pregano solo Mammona. E io devo assicurarlo, dicendogli che c'è ancora la speranza negli occhi degli innocenti, poi arrivate voi, con i vostri discorsi e me lo fate agitare nuovamente. Aspettate, almeno, che si addormenti prima di profondere pessimismo".
"Pessimismo?", intervenne Rocco, "ma quale pessimismo, basta sentire la puzza di zolfo che gira intorno per accorgersi in che mondo si vive. Per di più lo zolfo neanche viene dall'inferno, ma dalle bombe che distruggono quotidianamente la vita delle persone".
Il bimbetto cominciò a piangere, forse preoccupato dalle parole e dalla voce di Rocco. Allora la signora, con voce sconsolata e accorata, disse: "Ce l'avete fatta a farlo piangere, bravi. Ogni volta è così. Lo sapete che è sensibile, povera creatura!", e rivolgendosi al figlio, cercò di tranquillizzarlo: "Su, su non piangere, vedrai che gli uomini miglioreranno, non c'è solo il male in loro, forse devono ancora imparare la differenza tra ciò che è importante e ciò che non lo è. Non tutti si stanno scorticando l'anima, vedrai che capiranno. Su, su fai la nanna". E con voce dolce e accattivante iniziò a cantargli una ninna nanna.
Io ero ancora là, infreddolito, incredulo e imbarazzato: infreddolito per la pioggia, incredulo perché mi sembrava impossibile che delle statuette si animassero per discutere i fatti di questo paese, imbarazzato perché avevo quasi carpito di nascosto le loro intime preoccupazioni. Intorno a me c'era ora solamente il silenzio della notte, la pioggia era cessata. Misi la mano nella tasca destra e mi accorsi che le chiavi erano sempre state là. Imprecando sulla mia dabbenaggine, mi precipitai in casa. Era stanco morto e forse avevo anche la febbre. Sì, ero senz'altro caldo. Me la misurai: 39°. Pensai, allora, che il discorso che avevo sentito provenire dal negozio d'arredi sacri era solamente frutto della mia temperatura corporea. Ma il pianto del bambino non potevo essermelo inventato, certi lamenti fanno accapponare la pelle e, alcune volte, spazientire anche i santi.
Queste conclusioni investigative lasciarono, noi abitanti della via, alquanto perplessi e sfiduciati nei mezzi investigativi delle forze dell'ordine, ma questo era quanto: le voci che discutevano continuarono ad infastidire le nostre serate, ma nessuno si preoccupò più della loro provenienza. Le congetture furono tante, ma quando sono tante diventano tutte non valide.
Una notte, rincasando piuttosto tardi, mi accorsi di aver perso le chiavi di casa, compresa quella del portone. Mentre stavo maledicendo la sorte, iniziò a piovere, anzi, a diluviare. Per evitare di inzupparmi, mi riparai sotto al balcone della signora Pina, proprio davanti al negozio d'arredi sacri.
Nella strada non si udiva alcun rumore, eccetto quello della pioggia che martellava le lamiere delle auto posteggiate. Accesi una sigaretta, aspettando fiducioso il rincasare di qualche altro tiratardi, per potermi almeno riparare all'interno del fabbricato e, al limite, passare lì la notte per chiamare, alle prime luci dell'alba un fabbro per farmi aprire la porta e sostituire la serratura. Ma il tempo trascorreva e io restavo lì impalato e pensieroso sul da farsi. Improvvisamente, udii una voce proveniente chiaramente dal negozio, che diceva: "Hai ascoltato, Rocco, quello scemo in tivù che dice sempre 'capra, capra' ogni volta che non sa che dire alle obiezioni degli interlocutori?".
"Sì, è proprio vergognoso e disgustoso", rispondeva, evidentemente, Rocco, "parla tanto di estetica e poi sembra una lumaca impazzita, per tutta quella bava che gli esce dalla bocca. Che brutta fine ha fatto questo povero paese. Ti ricordi, Gabrile, quando per poco meno venivi allontanato dalla comunità perché sospetto di essere affetto da rabbia?".
"Come no, e poi con quegli occhi da muflone in calore si permette di dare della capra agli altri", osservò Gabriele. "Senza contare il fastidio sonoro che provoca quella sua voce gracchiante. Che ne pensi Francesco, tu che di animali te ne intendi?".
Francesco fece un sospirone, evidentemente non aveva alcuna voglia di partecipare alla discussione; infatti, con voce quasi udibile, disse: "Mah, ultimamente sono tutti strani! Sembra quasi che questo paese abbia deciso di estinguersi. Tratta male i suoi giovani, violenta le sue donne, caccia coloro che lavorano, esalta la forza a scapito della pace. Lo so bene che qualcuno dice sempre il contrario di questo, ma un conto sono le parole, un'altra cosa i fatti", e un sospiro chiuse le sue osservazioni.
Una voce di donna ammonì gli altri: "Ma la volete smettere di fare questi discorsi davanti a questa creatura! Lo sapete che poi non dorme e piange tutta la notte per le cose che dite. Già ogni giorno mi domanda perché succede questo o quello, perché sembra di vivere in un manicomio e perché le persone pregano solo Mammona. E io devo assicurarlo, dicendogli che c'è ancora la speranza negli occhi degli innocenti, poi arrivate voi, con i vostri discorsi e me lo fate agitare nuovamente. Aspettate, almeno, che si addormenti prima di profondere pessimismo".
"Pessimismo?", intervenne Rocco, "ma quale pessimismo, basta sentire la puzza di zolfo che gira intorno per accorgersi in che mondo si vive. Per di più lo zolfo neanche viene dall'inferno, ma dalle bombe che distruggono quotidianamente la vita delle persone".
Il bimbetto cominciò a piangere, forse preoccupato dalle parole e dalla voce di Rocco. Allora la signora, con voce sconsolata e accorata, disse: "Ce l'avete fatta a farlo piangere, bravi. Ogni volta è così. Lo sapete che è sensibile, povera creatura!", e rivolgendosi al figlio, cercò di tranquillizzarlo: "Su, su non piangere, vedrai che gli uomini miglioreranno, non c'è solo il male in loro, forse devono ancora imparare la differenza tra ciò che è importante e ciò che non lo è. Non tutti si stanno scorticando l'anima, vedrai che capiranno. Su, su fai la nanna". E con voce dolce e accattivante iniziò a cantargli una ninna nanna.
Io ero ancora là, infreddolito, incredulo e imbarazzato: infreddolito per la pioggia, incredulo perché mi sembrava impossibile che delle statuette si animassero per discutere i fatti di questo paese, imbarazzato perché avevo quasi carpito di nascosto le loro intime preoccupazioni. Intorno a me c'era ora solamente il silenzio della notte, la pioggia era cessata. Misi la mano nella tasca destra e mi accorsi che le chiavi erano sempre state là. Imprecando sulla mia dabbenaggine, mi precipitai in casa. Era stanco morto e forse avevo anche la febbre. Sì, ero senz'altro caldo. Me la misurai: 39°. Pensai, allora, che il discorso che avevo sentito provenire dal negozio d'arredi sacri era solamente frutto della mia temperatura corporea. Ma il pianto del bambino non potevo essermelo inventato, certi lamenti fanno accapponare la pelle e, alcune volte, spazientire anche i santi.
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