domenica 15 dicembre 2013

Unità di misura

Certe volte Tobia notava delle cose che, secondo lui, non potevano avere alcuna spiegazione razionale, dovevano per forza rientrare nell'ambito dei miracoli. Infatti, non riusciva a capacitarsi come potesse, dopo circa decenni, essere ancora in attività un negozio che vendeva quadri (non riusciva a dire opere d'arte, perché sentiva in questa espressione una specie di blasfemia, se applicata alla stantia attività di quella bottega). Le tele esposte, nel migliore dei casi, erano pessimi esemplari della produzione degli artisti estemporanei che, a piazza Navona, con qualche bomboletta di colore spray e qualche mascherina, producono un quadro sotto gli occhi del pubblico. Quel pubblico che li attornia mentre loro, in terra, armeggiano con i colori, inebriando gli astanti con i peggiori miasmi della chimica (sostanze nitro-sintetiche, poliacriliche ed epossidiche). E, alla fine della performance,  vendono la loro opera per cinque euro, salvo sconti. E in quella bottega si vedevano proprio dei prodotti simili, senza il vantaggio di vivere il momento creativo, con tanto di odore vero di quell'arte veloce, simbolo della fretta della nostra società. Un arte al secondo, al tanto al chilo, al corriamo verso il futuro. E quell'arte era lì in vendita, spaventosamente brutta, a cifre impressionanti. E Tobia si chiedeva: "Ma com'è possibile?". Doveva essere, e restare, un mistero.
Come un mistero, erano la caudità delle merci che si acquistano (nel centro commerciale, dal rivenditore di auto, dal venditore di elettrodomestici, ecc.). Tutto era funzionante a malapena, con trappole nascoste nelle procedure per richiedere assistenza, nel caso in cui si manifesti un problema. Infatti, sulla sua pelle aveva fatto l'esperienza che se si vuole, ad esempio, attivare la garanzia di una caldaia murale, bisognia chiamare un call-center alla modica cifra di qualche euro al minuto. Per Tobia, anche questa cosa era un mistero. Ed altri ne aveva inanellati, prima di capire, alfine, il segreto per comprendere questi misteri. L'illuminazione gli capitò per caso, vedendo un omino davanti ad un portone immenso: c'era troppa diversità tra l'altezza dell'uomo e quella della porta. Inizialmente, pensò che l'altezza del portone dipendeva dal fatto che quando fu costruito si usavano carrozze e cavalli come mezzi di locomozione e che la carrozza doveva entrare nei cortile di quei palazzi affinché gli illustri abitanti di quegli edifici potessero comodamente entrare nelle loro dimore. Ma, anche prendendo per veritiera questa ipotesi, il portone restava ancora troppo alto: Poi alla fine gli venne, come dicevo, la folgorazione: quei palazzi erano di un mondo parallelo che, inavvertitamente, si era scontrato con il nostro, fatto di una misura inferiore, e non solamente dal punto di vista quantitativo, ma anche da quello qualitativo. Ossia, noi abitiamo un  mondo non nostro, ma senza saperlo. Pensiamo all'arte, ma produciamo spazzatura che consideriamo eccelsa, scriviamo dei racconti, ma sono solamente delle elucubrazioni mentali. Perciò, Tobia, finalmente cosciente di questa verità, tornò a casa tutto rasserenato e si mise a scrivere racconti. E questo fu per qualcuno un grande mistero. Forse, per questo qualcuno, si trattava di capire che non viveva nel suo mondo, ma avrebbe avuto il tempo per scoprirlo.

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